Il buon senso se ne stava nascosto, per paura del senso comune (Alessandro Manzoni dixit)

Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine, e fin che vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo, non da loro, ché nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento così opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d’alcuni, un errore che non s’attentava di venire a disputa palese, ma che pur viveva; lo sappiamo anche da chi ne aveva notizia per tradizione. «Ho trovato gente savia in Milano, – dice il buon Muratori, nel luogo sopraccitato, – che aveva buone relazioni dai loro maggiori, e non era molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi». Si vede ch’era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica: il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune.

(Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, cap.XXXII.)

Alessandro Manzoni a.k.a. “Alemanzo Sandroni”, by Roberto Albertoni (da http://www.forcomix.com/)

Eh già: anche nella Milano manzoniana del ‘600, soggiogata dalla peste, circolavano fake news a gogò su chi fossero gli untori che propagassero il terribile morbo, scatenando ciò una vera e propria psicosi di massa che oggi chiameremmo fobia – per la quale pure Renzo, scambiato per un untore, rischia il linciaggio.

Tuttavia almeno allora un’emergenza seria c’era – la peste nella sola città di Milano provocò 60.000 morti in soli due anni; per le tante pseudo-fobie contemporanee invece non c’è quasi mai una buona giustificazione. Allora come oggi invece, lo denota il Manzoni, il buon senso latitava parecchio: ma se a quei tempi esso c’era, soltanto nascosto “per paura del senso comune”, oggi temo che proprio il “senso comune” – ovvero il famigerato vox populi vox dei così condizionato e pilotato dai media nonché privato delle necessarie consapevolezze culturali – lo abbia allontanato definitivamente, o quasi. Sempre che non l’abbia addirittura soffocato.

P.S.: en passant, tra ottobre e dicembre a Milano si svolgerà la quarta edizione della Maratona Manzoni, con letture collettive in diverse lingue ed eventi vari intorno ai Promessi Sposi. Un romanzo che numerosi docenti, a scuola, hanno spesso contribuito a farci odiare, ma che nel bene e nel male è parte fondamentale della nostra cultura.

Troppo da scrivere!

E così, Twitter consentirà a breve di scrivere messaggi di 280 caratteri, il doppio degli attuali. Temo due cose, al riguardo: che ciò farà credere a tanti (altri) utenti di poter diventare dei “grandi scrittori”, e che la notizia abbia viceversa messo in crisi l’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America, noto utilizzatore seriale del social. «Duecentottanta caratteri? E come ca**o si fa a scrivere così tanto?!» suppongo avrà esclamato.

Il Re del bosco

E poi, d’improvviso, ti ritrovi al suo cospetto.
Ove il sentiero attraversa la parte più silvestre e selvatica del Monte Brughetto, quella in cui più che altrove pare che la Natura si sia presa la sua rivincita sull’uomo e pure con gran gusto, ove il bosco si fa possente e indiscutibile al punto che i faggi si fanno più grossi, più alti, più sicuri – non a caso – della loro dominanza territoriale, protetto da una piccola ma pugnace corte di agrifogli tra i quali il tracciato penetra con minor baldanza che in altre parti, c’è lui, il Re del bosco.
Si dice che ogni foresta, ogni selva, ogni bosco ovvero ogni comunità arborea abbia un proprio regnante: l’albero più grande, più alto e possente dunque, facilmente, il più anziano; quello che domina su ogni altro e sul paesaggio d’intorno, svettante nel cuore del suo regno silvestre e che, in qualche modo, ne rappresenta l’essenza vitale, in qualità di creatura più forte e imponente nonché di raffigurazione emblematica dello stato del bosco. D’altro canto non è certamente una forzatura antropomorfica il considerare le piante, gli alberi e le creature vegetali come essere viventi né più né meno che tutti gli altri, dotati d’una propria vitalità materiale e immateriale e, perché no, d’una particolare “intelligenza” – cosa, questa, proprio di recente rilevata dalla scienza e peraltro considerata imprescindibile dall’ecosofia. Posto ciò, e questa volta senza smodati voli della fantasia, nulla vieta di considerare un bosco come questo, la meravigliosa faggeta che è in tale zona, una vera e propria comunità interattiva di creature viventi dotata di proprie “leggi” ovvero ordini e assetti biologici ai quali tutti gli esemplari della zona sono soggetti: in fondo, con ben altro prestigio dello scrivente, sostiene un analogo concetto il grande Mario Rigoni Stern:

“Il bosco è vivo, noi consideriamo gli alberi come oggetti che non sentono, invece sono sensibili, gli alberi. Addirittura si è scoperto recentemente che si consociano tra di loro per aiutarsi a vicenda e si scambiano alimenti attraverso le radici.”

Una vera e propria società silvestre, dunque, che come qualsiasi altra comunità consociata che si rispetti e che sia degna di tal nome, è dotata d’un dominante, un “capo” o signore o re che dir si voglia – qui la questione diventa sì puramente creativa ma non inficiante il senso e la sostanza di essa.

In ogni caso, che lui sia senza alcun dubbio il Re della faggeta del Brughetto te ne rendi conto subito, appena te lo ritrovi davanti – il sentiero passa proprio accanto alla sua possente base: è l’esemplare di gran lunga più grosso e imponente, dalla circonferenza del tronco di almeno tre metri buoni, dalla vasta ramificazione che sale verso il cielo e poi si espande come la cupola realmente regale d’un tempio virente e vivente, incombente e al contempo tutelare, dalla sensazione di saggezza, se così posso dire, che traspare dalla sua massiccia corteccia rugosa, segnata dai segni del tempo – quello atmosferico e, ancor più, quello cronologico, oltre che da qualche incisione umana  – che narra su di sé una storia lunga certamente qualche centinaio di anni.

È l’essere vivente più vecchio del monte, senza alcun dubbio, quello che più di ogni altro potrebbe raccontare le vicende storiche del territorio, che come nessun altro ha “visto” transitare ai suoi piedi chissà quanti uomini, animali domestici e selvatici, merci, che ha resistito a innumerevoli tempeste, bufere, nevicate, ad estati roventi e inverni gelidi. (…)

(Appunti tratti da un nuovo testo in lavorazione, nel quale sto scrivendo di genti, di paesi, di natura, di storia, di futuro… di alberi “regali”… di vita, insomma, nel senso più pieno e alto del termine.)

“Osservare” nel profondo, non “vedere” in superficie

119234-1“(..) Troppo spesso noi esseri umani, che abbiamo avuto la fortuna – rispetto alle altre razze viventi sul pianeta – di sviluppare in modo approfondito una consapevole concezione quadridimensionale del mondo, in senso generale e non solo visuale, commettiamo il grave errore di limitarci a un’osservazione del mondo stesso sostanzialmente “bidimensionale”, per così dire. Un riferimento orizzontale, uno verticale e nulla più, quasi che, ormai assuefatti alla tele-visione della realtà attraverso uno schermo televisivo o similmente tale, nella quale la “distanza” che l’etimo greca del termine identifica è priva di profondità e ancor più della dimensione temporale, si porti e utilizzi quel modo di vedere le cose anche nel mondo reale, restando sulla superficie della visione proprio come se vi fosse uno schermo oltre il quale è impossibile andare e dal quale, gioco forza, dobbiamo ricavare qualsiasi dimensionalità. Guardiamo il paesaggio come se l’immagine scorresse in TV ovvero sul web, come se non vi fosse la possibilità di penetrarlo, di andarci dentro e dunque aggiungere una terza dimensione e poi, una volta in esso, avere cognizione pure della quarta dimensione, quella del tempo. Non solo: in fondo, pure restando in un mero ambito percettivo di tipo bidimensionale – orizzontale/verticale – si possono ricavare innumerevoli altri riferimenti dimensionali, i quali nell’insieme danno corpo alla nostra osservazione, la arricchiscono di molti particolari, dettagli, intuizioni, cognizioni. (…)”

(Appunti tratti da un nuovo testo in lavorazione, nel quale si parla di genti, di paesi, di natura, di storia, di futuro. Di vita, in pratica, nel senso più pieno e alto del termine.)

Ponzio Pilato sulle Alpi Svizzere?

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Eccolo lì, onnipresente sopra ogni cosa cittadina, il Pilatus, il mitologico e possente vegliante che impenna le sue vigorose membra rocciose verso il cielo…
Il Pilatus è “la” montagna di Lucerna. Le si staglia all’orizzonte settentrionale, immancabile ogni qualvolta si guardi in quella direzione da qualsiasi angolo della città. Basta voltare un angolo, infilare lo sguardo tra una torretta merlata e un cornicione e ne vedi la vetta. E’ una sorta di sobborgo cittadino fatto di magri pascoli e pinnacoli rocciosi, che quasi di colpo si innalzano dall’hinterland collinare lucernese, dolcemente ondulato e virente. Non è incombente, opprimente, non ruba lo sguardo dal panorama cittadino, non oscura paurosamente le acque del lago e non rovina in qualche rude e selvaggio modo l’elegia urbana; ma c’è, inevitabilmente, ed è proprio lì dove un attento fotografo o pittore lo metterebbe per avere il miglior sfondo possibile all’immagine della città. Il più bravo attore non protagonista in un film da nomination all’oscar (con vittoria pressoché certa per la scenografia).
Ma per lungo tempo la superstizione popolana che nei solchi delle profonde vallate alpine s’ammantava sovente di grottesco bigottismo aveva bollato il Pilatus con lo status di “monte maledetto”. Mons Pilatus, ovvero “Monte di Pilato”. Sì, lui, Ponzio. (…)

(Pagg.97-98)

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Luca Rota
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

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