[Escursionisti sul Sentiero del Viandante, che dalla Valtellina percorre a mezza costa la riva orientale del Lago di Como fino a Lecco. Immagine tratta da giteinlombardia.it.]È una bella notizia che Regione Lombardia, grazie a fondi Fosmit – il Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane – si impegna a finanziare con 2.723.249,68 Euro divisi in tre annualità (fino al 2026) la realizzazione di interventi «per la salvaguardia e la valorizzazione degli itinerari escursionistici e turistici sovraprovinciali al fine di promuovere l’attrattività della montagna, contrastare lo spopolamento e la marginalizzazione dei territori.»
Considerando una stima attendibile il costo di 5 Euro al metro lineare per la manutenzione ordinaria dei sentieri (qui e qui trovate alcuni documenti che attestano l’attendibilità della stima; non considero invece i costi per la manutenzione straordinaria, molto maggiori finanche a 400 Euro al metro lineare), con il suddetto finanziamento si potrebbe intervenire su poco più di 540 chilometri di sentieri, se non fosse che, come stabilisce lo schema regionale, la somma copre anche altre tipologie di intervento, quindi con tutta probabilità i chilometri di sentieri “lavorati” saranno inevitabilmente meno.
[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo.]Un vecchio motteggio milanese recita che «Piutost che nient, mej piutost» (credo non serva la traduzione) e certamente torna buono anche qui. D’altro canto leggo sul sito della stessa Regione Lombardia che «Ad oggi il Catasto della Rete Escursionistica Lombarda ha classificato e descritto 15.000 km di percorsi, specificandone la percorribilità, la lunghezza, il dislivello ed il tempo di percorrenza. Il Catasto della Rete Escursionistica Lombarda recepisce integralmente il database “Sentieri”, sviluppato da Regione Lombardia con il supporto di ERSAF e del CAI Lombardia tramite il progetto Interreg ITA-SVI IV A “PTA Destination”». I 540 chilometri sopra ipotizzati – forse in eccesso, come detto – rappresentano solo il 3,6% dei 15.000 km di sentieri escursionistici lombardi. Verrebbe da pensare che siano un po’ pochini per parlare di un’autentica valorizzazione degli itinerari escursionistici e di promozione dell’attrattiva della montagna, oppure che sia un’iniziativa la quale, per non doversi sforzare nell’elaborazione di un piano di interventi più strutturato, si sia concentrata su itinerari “a portata di mano”. Ergo, verrebbe da chiedere un impegno regionale anche per gli altri 14.460 km di percorsi, accatastati e classificati dunque evidentemente dotati di proprie valenze escursionistiche e relative potenzialità ecoturistiche.
Ovvio che sia utopico pensare di poter finanziare l’intera estensione sentieristica regionale, ma è pur vero che, visto che la Regione parla di contrastare la marginalizzazione dei territori, concentrare le risorse solo su una minima parte, anche se turisticamente più importante di altre e sicuramente bisognosa di interventi, rischia di accrescere i fenomeni di marginalizzazione e dunque anche di degrado socioeconomico – spopolamento in primis – e culturale nei territori che non godono di quei finanziamenti e della relativa attenzione politico-amministrativa. Di contro, sicuramente molti degli altri 14.000 e rotti km di sentieri lombardi hanno già o potrebbero avere similari potenzialità turistiche, e se non le hanno a volte è proprio in forza del loro carente stato di manutenzione: sostenere e promuovere anch’essi, con tutti i dovuti step finanziari e temporali ma strutturati in un progetto articolato e protratto sul lungo periodo, adeguatamente alimentato da fondi congrui, contribuirebbe autenticamente a «promuovere l’attrattività della montagna, contrastare lo spopolamento e la marginalizzazione dei territori» e di tutta la montagna con i suoi territori, non solo di alcuni, per di più contribuendo alla frequentemente invocata redistribuzione dei flussi turistici sull’intera rete escursionistica regionale in modo da prevenire e evitare i fenomeni di sovraffollamento già evidenti su alcuni dei percorsi più rinomati a danno dei territori che ne vengono attraversati.
[Volontari del CAI di Lecco al lavoro sui sentieri della zona. Immagine tratta da www.loscarpone.cai.it.]Insomma: ci sarebbe da passare da un piano di interventi alla «Piutost che nient, mej piutost» ad una vera e propria strategia articolata al grido di «Mej piutost tant che nient». Allora sì, io credo, la rete escursionistica lombarda verrebbe valorizzata e insieme ad essa tutti i territori montani attraversati dai suoi sentieri. D’altro canto, l’importo investito dalla Lombardia sui propri itinerari escursionistici è solo una minima parte di quanto la regione investe e vorrebbe investire in numerosi comprensori sciistici posti a quote e in condizioni ambientali che già oggi ne decretano l’imminente fine. Finanziamenti, questi sì, sostanzialmente buttati alle ortiche che invece infestano molti bellissimi ma trascurati sentieri lombardi. In questo caso capire cosa sia più logico fare – ovvero come sia più logico spendere i soldi a disposizione – credo sia la cosa più elementare possibile.
[Una manifestazione dello scorso marzo a Milano contro i tagli ai caregivers lombardi. Immagine tratta da qui.]La Regione Lombardia taglia i fondi all’assistenza dei disabili gravi e gravissimi – il cosiddetto caregiving: vengono tolti circa 10 milioni, meno di quanto la stessa Regione Lombardia ha stanziato, ad esempio, per uno dei tanti assurdi progetti di nuovi impianti sciistici o di innevamento artificiale in luoghi dove è già oggi problematico sciare e domani sarà impossibile.
Un paio di seggiovie o un tot di cannoni sparaneve al posto dell’aiuto a circa 7.000 famiglie lombarde con persone disabili.
Lombardia: «la Regione del fare» (schifo).
P.S.: qualcuno ritiene che questa mia affermazione sia “populista”? Be’, se lo sia oppure no vada a chiederlo ai familiari delle persone disabili.
(Articolo originale pubblicato su “L’AltraMontagna“: lo trovate cliccando sull’immagine qui sotto.)
L’analista economico Lorenzo Ruffino sulla sua pagina X (ex Twitter) ha pubblicato una mappa che rende evidente il saldo naturale della popolazione italiana nel 2022 (ultimo anno con i dati completi disponibili su base ISTAT). Come scrive Ruffino, «Il saldo naturale è di -322 mila persone. Tutte le province hanno avuto un salto naturale negativo. Bolzano è l’unica vicino all’equilibrio.»
Ora, provate a confrontare la mappa di Ruffino nelle sue colorazioni più scure, quelle che indicano il saldo di natalità peggiore, con una carta fisica dell’Italia: noterete che le zone con il saldo naturale più negativo combaciano ampiamente con quelle montane e rurali.
Ecco: da ormai molti anni sentiamo dire che gli interventi finanziari istituzionali a favore dei territori montani sono elargiti con lo scopo principale di frenare lo spopolamento delle montagne. Tuttavia, se si va a verificare come quei fondi pubblici vengono spesi, si evince che solo una piccola parte va a favore delle comunità residenti, dei loro bisogni primari, dei servizi di base, delle necessità funzionali al sostegno della quotidianità, mentre la fetta maggiore viene spesa nel comparto turistico, ritenuto (per non dire imposto come) l’unica economia che possa sostenere i territori montani. Cosa che la realtà dei fatti indica come falsa, evidentemente.
Per approfondire il tema, anche attraverso altre evidenze al riguardo, potete leggere l’articolo completo su “L’AltraMontagna” cliccando qui.
Come per ogni altra cosa, anche per i territori montani i giovani rappresentano la speranza di un futuro più virtuoso rispetto a quanto fatto di sbagliato, sovente, fino a oggi: è tanto banale dirlo quanto necessario ribadirlo. Ma nei piccoli paesi di montagna, e in generale nei centri minori, è la popolazione anziana a rappresentare la maggioranza residente: cittadini al pari di tutti gli altri ma, come viene da pensare, spesso trascurati dalla politica locale. Fino a qualche tempo fa tali cittadini “diversamente giovani” trovavano in ogni loro paese un luogo di ritrovo caratteristico, tradizionale e di notevole valenza sociale: le bocciofile. Ce n’era almeno una con relativo bocciodromo (i due termini sono sostanzialmente sinonimici) in ogni comune, anche nel più piccolo, diverse in quelli più grandi; da anni sono ormai in via di estinzione. Basti vedere qui sotto la mappa di Google della zona a nord di Milano, tra Bergamo, Lecco e Como, e constatare quante bocciofile vengano segnalate:
Un tempo ce n’erano in ogni paese, ribadisco: decine e decine, nella porzione di territorio sopra mappata.
Perché si è lasciato che chiudessero? Non sono ancora passate le generazioni che intorno ai campi di bocce si radunavano e si radunerebbero ancora, salvaguardando una socialità preziosa e fondamentale per chi la vive oltre che per la vitalità dei paesi stessi. Sarebbero ben vive e frequentate anche attualmente, c’è da scommetterci. Oggi molti di quegli anziani li si vede vagare, e così passare le loro giornate, tra le corsie degli ipermercati – parlo per esperienza diretta e costante: dalle mie parti la chiusura delle bocciofile è avvenuta in contemporanea all’apertura dei primi grandi discount. Sarà stata una coincidenza, forse, o magari no. In ogni caso, meglio che si svaghino giocando a bocce, a carte ovvero altro del genere in quei circoli di paese, oppure nei meandri del turboconsumismo contemporaneo o chiusi in casa sorbendosi le immani stupidaggini della TV di oggi?
I tempi cambiano, i costumi sociali idem e il modus vivendi altrettanto, lo so bene. Potrà apparire una riflessione meramente e ingenuamente retorica, la mia, ci sta. Tuttavia, a mio modo di vedere, potrebbe anch’essa risultare significativa di quella realtà, sicuramente problematica, che affligge le cosiddette “aree interne” del nostro paese. Territori ricchissimi di cultura vernacolare lasciati troppo spesso al loro destino per trascuratezza politica, quando non sciatteria, e per incapacità di comprenderne le reali potenzialità – ne ha scritto mirabilmente al riguardo l’amica Anna Rizzo nel suo I paesi invisibili. Che poi si tratti di preservare ovvero di (ri)aprire bocciofile, circoli e similari luoghi di ritrovo e socializzazione paesana oppure di altri interventi, pratiche, iniziative più articolate e strutturali, credo sia comunque un tema che nel complesso resta troppo ampiamente sottovalutato. Con effetti che poi ricadono sull’intera comunità, giovani inclusi.
P.S.: per fortuna dalle mie parti ancora qualche bocciofila che resiste e, anzi, risulta ben vitale c’è, come spiega questo articolo dal quale ho tratto le immagini che vedete qui sopra.
Il futuro di un paese non si gioca sulla velocità dei risultati per progettare gli spazi pubblici ma sul tempo da dedicare allo studio. È un percorso che ha bisogno di professionisti: archeologi, cartografi, Storici, archivisti, antropologi, speleologi, naturalisti, paleontologi, etnomusicologi, architetti, urbanisti, archeo-sismologi, botanici che lavorano in équipe per anni in centri ricerca, magari proprio nei palazzi in disuso.
Vorrei che esistessero i Borghi dell’Art. 9 [della Costituzione, n.d.L.] per mettere in pratica i valori costituzionali di equità, giustizia, accessibilità. La filantropia delle migliaia di volontari, i paesani, che presidiano, documentano e lottano per la tutela dei beni pubblici è la garanzia indiretta di un sistema virtuoso di conservazione e di recupero. Sviluppare un approccio consapevole verso questi contesti unici ci permetterebbe di usare un linguaggio inedito, perché i paesi possono essere dei luoghi di altissima cultura.
[Cliccate su questa immagine per leggere la mia “recensione” de I paesi invisibili.]In questo passaggio del suo bellissimo libro I paesi invisibili, Anna Rizzo mette in luce un’altra carenza del “sistema-paese” italiano nei confronti delle aree interne e rurali: l’incomprensione, più o meno voluta, del fatto che i piccoli paesi sono e possono diventare grandi produttori di cultura – e intendo dire cultura propria, non indotta. Non è solo la chiesetta antica, il nucleo medievale o il museo a fare cultura per essi: sia chiaro, sono elementi imprescindibili e ci sta che rappresentino la cultura in modo referenziale per il luogo –l’importante è che siano adeguatamente valorizzati senza essere dati in pasto al porno-turismo massificato, come è accaduto per moltissimi borghi – ma perché non si può considerare ciò che c’è intorno ad essi e dentro quell’intorno, ovvero la comunità residente nei suoi vari membri come un ulteriore e, appunto, più significativo strumento di produzione culturale? Perché non pensare ai piccoli paesi anche come luoghi di studio e spazi attrattivi per quelle figure citate da Anna, impegnate in un lavoro d’equipe a favore di loro stessi tanto quanto (e non di meno) del luogo, in correlazione alla comunità locale e alle sue iniziative volontarie di attenzione verso il proprio territorio che peraltro da ciò trarrebbero nuovo attivismo e maggior vitalità?
Anche questa potrebbe essere (il condizionale è solo formale, perché per me lo è sicuramente) un’altra buona via da percorrere per rigenerare le aree interne contrastandone i cronici fenomeni di impoverimento demografico, sociale, economico nonché, ovviamente, culturale; e una via molto più relazionata al contesto territoriale e alla comunità residente cioè ben più place based di certe altre a partire dai vari modelli turistici i quali, anche quando apparentemente virtuosi, a volte tendono (forse inevitabilmente, forse no) a ricalcare schemi legati alla customer experience, cioè all’assoggettamento del luogo alle proprie finalità più che ai bisogni e alle visioni degli abitanti.
Dice bene Anna: serve «un linguaggio inedito» al riguardo, dunque serve un pensiero differente da quello diffuso che lo possa elaborare e proferire. Una cosa apparentemente semplice, si potrebbe ritenere. E dunque perché non sappiamo praticarla?