Viva le panchine giganti!

Sì, ma come quella nell’immagine qui sopra! Installata da qualche decina di migliaia di anni (circa) nel vallone di Forzo (Val Soana, Piemonte), è robusta, affidabile, non necessita di manutenzione e tanto meno di inaugurazioni politico-propagandistiche, è assolutamente consona e armonica al luogo in cui si trova e garantisce, anche per questo, un godimento del panorama e del paesaggio totale e per nulla artificiale. Tanto più che pure su questa ci si può scattare tutti i selfies che si vuole, ci mancherebbe: ma capite quanto saranno ben più originali di quegli altri così banali?

Ah, dimenticavo: l’installazione in loco è stata opera del tutto ecosostenibile compiuta direttamente dalla Natura. Niente elicotteri o altri mezzi rumorosi e inquinanti, niente cemento e ferraglia di sorta:

In effetti lo spunto – indiretto, ma nemmeno troppo – fornito da Toni Farina, dal cui profilo Facebook ho tratto l’immagine, è assai intrigante: vista la proliferazione scriteriata e degradante delle “Big Bench”, o panchine giganti, con tanto di elenco on line delle località nelle quali trovarle, perché non creare un parallelo elenco di Real Big Bench come quella della Val Soana, facendone in tal caso pienamente un elemento e un motivo di autentica valorizzazione del territorio e del paesaggio? Valorizzazione completamente ecosostenibile, ribadisco, oltre che profondamente culturale. Sarebbe bello, insomma, che chiunque vada per luoghi ameni segnalasse la presenza di queste vere panchine giganti naturali – grandi massi a forma di seduta, incavi rocciosi, tronchi posti a terra, piccoli dossi prativi sui quali sedersi o sdraiarsi, eccetera. “Real Big Bench”, appunto: uniche, originali, veramente green, naturalmente perfette per il luogo in cui stanno – d’altronde sono il luogo. Le altre, quelle fake, dimostrerebbero ancor più la loro impattante incongruenza, senza alcun dubbio!

Oggi, su “Valsassina News”

Oggi, su “Valsassina News” è uscita una mia riflessione su quanto accaduto in Marmolada domenica scorsa e, in generale, su come potrà (e dovrà) cambiare la nostra relazione con le montagne nel prossimo futuro in forza della realtà climatica e ambientale che ci aspetta; per leggere l’articolo cliccate sull’immagine qui sopra. Ringrazio molto la redazione per avermi sollecitato tale riflessione e per averla ritenuta così interessante da poter essere pubblicata.

Come ho scritto fin dalle prime righe del testo, trovo che sia tutt’ora parecchio difficile esprimere qualcosa in merito alla tragedia della Marmolada: troppo recente l’evento, troppo grande lo sconcerto e intenso il dolore per chi lassù ha perso la vita. Ho letto alcune valide considerazioni di climatologi e glaciologi in mezzo al solito bailamme di opinioni superficiali e inutili che sovente hanno preso la forma di vere e proprie stupidaggini – in perfetto stile mediatico italiano, ahinoi. Ho dunque provato a riflettere su alcune ulteriori e significative evidenze correlate all’evento, cercando di trarne qualche considerazione sensata che spero sia utile al dibattito più consapevole (ovvero meno vacuo e strumentalizzato) su questi temi. Un dibattito che d’altro canto deve diventare sempre più corposo e condiviso, visto il futuro che ci aspetta e la necessità ineluttabile di adattarcisi al meglio – o alla meno peggio.

Buona lettura! – se l’affronterete, e fatemi sapere che ne pensate.

Su “L’Agenda News”

Ringrazio molto “L’Agenda News”, il giornale quotidiano online della Valsusa, della Valsangone, di Rivoli e della cintura ovest di Torino, per avermi citato nell’articolo del 2 luglio scorso al quale fa riferimento l’immagine qui sopra (cliccateci sopra per leggerlo in originale).

Non so se quello formatosi si possa definire un “movimento no Big Bench” – peraltro a me ciò che si identifica con “no-qualcosa” genera sempre parecchia perplessità, per non dire altro. Di sicuro si è generato un moto pressoché spontaneo di rifiuto condiviso verso i panchinoni, in forza del loro essere palesemente fuori contesto rispetto a molti dei luoghi di pregio nei quali vengono piazzati, che inevitabilmente banalizzano e degradano. Un moto che chiunque abbia un minimo di sensibilità verso il mondo in cui viviamo non può non formulare, così che rapidamente s’è fatto tanto diffuso da prendere la forma di una “sollevazione popolare”, come l’ho definita qualche giorno fa. Tuttavia, è opportuno denotare che la protesta verso quei manufatti seriali, più che essere contro qualcosa, è innanzi tutto un “movimento” (se così lo si vuole definire) a favore della bellezza del paesaggio, della sua salvaguardia, della relazione più genuina con esso e della cura necessaria alla sua più autentica conoscenza e valorizzazione: anche a scopo turistico, certamente, ma un turismo vero, consapevole, attento ai luoghi che visita e capace di trasformarsi in esperienza bella e importante, ben lontana dalla profonda banalizzazione generale che le Big Bench, per come vengano piazzate un po’ ovunque, impongono ai luoghi.

L’articolo de “L’Agenda News” lo potete scaricare in pdf anche qui.

Annibale Salsa e i “Panchinoni”

Annibale Salsa è uno dei più importanti antropologi italiani, in particolar modo riguardo i temi legati alla montagna. È autore di alcuni testi fondamentali per chi si occupi di territori montani e di loro cultura, ed è stato Presidente Generale del Club Alpino Italiano; la sua figura gode di unanime e altissima considerazione.

Di recente Salsa ha messo nero su bianco le proprie considerazioni in merito alla questione “panchine giganti/big bench”, contro la cui proliferazione è ormai in atto una sorta di sollevazione popolare, poliedrica e crescente (come ho denotato qui.) Il testo di Salsa, che vi propongo qui sotto, è oltre modo significativo non solo in sostegno a chi si oppone al fenomeno suddetto ma in generale ai temi della salvaguardia del paesaggio e del suo valore culturale rispetto alla fruizione turistica: una questione a dir poco fondamentale, per il futuro delle montagne.

Unica correzione da considerare, nel testo: le panchinone non sono 143 ma ormai ben 223. Un numero sconcertante e sconfortante, non c’è altro da dire.

Buona lettura e buone conseguenti riflessioni.

PANCHINONI

Come sperimentiamo ogni giorno, la nostra è una società dominata dagli eccessi, espressioni di una cultura egemone capillarmente diffusa. Tra questi eccessi si va diffondendo in maniera pervasiva, per effetto di rapida emulazione, il fenomeno dei «panchinoni». Si tratta di panchine giganti e policrome, del tutto fuori scala, installate in luoghi di grande panoramicità e di pregio paesaggistico. Ma, a causa di tale invadenza seriale, i luoghi di eccellenza dove i panchinoni («Big Bench» in versione anglofona dominante) sono collocati, corrono il rischio di diventare anonimi non-luoghi che ti fanno sentire dappertutto e da nessuna parte. La qualità paesaggistica dei siti ne risente in maniera pregiudizievole. Gli spazi destinati a queste installazioni si stanno deteriorando nel trasformarsi sovente in pattumiere e perdere così quelle peculiarità che li rendevano attraenti. Siamo al trionfo del «kitsch». La nascita del turismo nelle Alpi a fine Ottocento, in Svizzera e sulle Dolomiti, aveva indotto gli operatori turistici di quelle località a collocare graziose panchine, leggere e discrete, in posizioni atte a favorire la contemplazione di paesaggi dotati di elevata qualità estetica. In quegli anni caratterizzati dalla nascita del turismo alpino (e non solo), la dominante culturale non era la fretta compulsiva del mordi e fuggi da fissare attraverso un selfie con cui segnalare una presenza effimera e diffonderla in tempo reale agli amici del proprio gruppo Facebook. La cultura dei turisti di allora era ben diversa rispetto a quella di molti turisti (?) di oggi. Era la cultura del «vedere» consapevole, ricca di intenzionalità empatica, corroborata dalla pratica della contemplazione. Oggi – viceversa – all’atto del vedere, che è un atto della mente prima ancora di quello dell’apparato organico, si è sostituito lo «sguardo» di sorvolo, come scriveva il filosofo Maurice Merleau-Ponty che di percezione paesaggistica se ne intendeva. Vedere e guardare non hanno un significato equivalente in quanto il primo è orientato alla profondità mentre il secondo alla superficialità. A questo punto è lecito domandarsi quale sia l’origine del fenomeno. Tutto è riconducibile all’idea del designer americano Chris Bangle (una delle tante americanate di cattivo gusto da cui siamo circondati) il quale, ritenendo di inventare qualcosa di stravagante, ha lanciato l’idea che, grazie all’emulazione incoraggiata dai «media», ha già interessato ben 143 (vedi sopra – n.d.Luca) installazioni in Italia, di cui tre in Trentino, nei territori di Romallo (terza sponda anaune), Ledro e Buffaure (Val di Fassa) a 2000 metri di altitudine. Fin qui ho espresso riserve di ordine estetico relative al carattere effimero di queste strutture. Tuttavia, un altro problema da non sottovalutare riguarda i profili relativi alla sicurezza. Trattandosi di manufatti di una certa altezza da terra vi è da preoccuparsi del pericolo che possono correre i bambini nell’innato bisogno di arrampicarsi su tali strutture all’apparenza così seducenti per i più piccoli. In molti siti questi panchinoni sono collocati su piattaforme di calcestruzzo destinate a un lento quanto inevitabile degrado non appena la moda si sarà esaurita perdendo l’attrattiva dell’originalità. Negli ultimi due anni, durante i mesi estivi segnati dalla pandemia, la comprensibile quanto legittima voglia di evadere dalla clausura sanitaria, ha innescato vere e proprie invasioni di massa su territori ambientalmente e paesaggisticamente fragili. Frotte di sedicenti turisti, molti dei quali senza una precisa conoscenza dei luoghi che andavano a visitare, si sono riversati in montagna o sui laghi alpini creando situazioni che con il turismo esperienziale e consapevole avevano ben poco da spartire. Il fenomeno è destinato ad amplificarsi e già si parla di «Overtourism» (sovraffollamento turistico) che, in base alla definizione data dall’Organizzazione mondiale del turismo (UNWTO), si caratterizza per: «l’impatto del turismo su una destinazione, o parti di essa, che influenza eccessivamente e in modo negativo la qualità della vita percepita dei cittadini e/o la qualità delle esperienze dei visitatori». Nel territorio delle Dolomiti, in particolare, è rimbalzato il caso del Lago di Braies, in Val Pusteria, a seguito della pubblicità diffusa da un noto serial televisivo o recentemente quello del Lago di Carezza. Altre realtà riguardano l’area delle Tre Cime di Lavaredo e i passi dolomitici. Con le nuove modalità di approccio ai territori di interesse turistico la dimensione reale dei luoghi è costretta ad arretrare per fare posto alla dimensione virtuale nella quale siamo immersi in questo nostro alienante mondo dominato dall’assenza del limite.

Annibale Salsa

L’autoreferenzialità della politica, in montagna

Se è sostanzialmente superfluo (ma forse non così ovvio come sembrerebbe) affermare che le opere umane in ambito pubblico si possono (anche) catalogare in due principali categorie, quelle autoreferenziali e quello no, lo è pure rimarcare che l’appartenenza all’una o all’altra è spesso determinata dalla tipologia dei soggetti che ne sono artefici e fautori, il che rende pressoché lapalissiano denotare che, quando la tipologia in questione è quella dei politici, la natura autoreferenziale delle opere suddette è – lo affermo con sarcasmo amaro – praticamente dominante [1].

Ciò che invece risulterebbe meno scontato ma lo diventa in forza della relativa realtà di fatto, al punto da apparire tanto fenomenologicamente significativo quanto inquietante, è che le opere più autoreferenziali risultano spesso quelle che meno dovrebbero esserlo in relazione al contesto nel quale vengono realizzate. In montagna, ad esempio, ambito naturalmente “referenziale” per eccellenza (nel senso che gli elementi della geografia alpestre non possono certo essere tacciati di autoreferenzialità!): i territori montani dovrebbero richiedere interventi armonici e in relazione con le referenze del paesaggio culturale in loco – cioè referenziati ad esso, appunto – e invece troppo spesso si assiste a interventi assolutamente disarmonici e decontestuali, che appaiono «esclusivamente basati su se stessi e sui propri desideri, non curandosi dei rapporti con altre realtà» – è la definizione di “autoreferenziale” che si può leggere su un dizionario, guarda caso.

Perché, maledizione, la politica si dimostra così miope, così imprevidente e gretta, tanto più in ambiti le cui delicatezza geografica e identità culturale, nonché la cui bellezza emblematica, imporrebbero ben più attenzione e coscienziosità alla base di qualsiasi intervento? Quale sia nella forma non conta poi: non è questione di cosa si fa ma di come si fa, e subito dopo di perché si fa. Se le risposte a queste domande tornano in un modo o nell’altro alla stessa fonte originaria, cioè a chi se le dovrebbe porre (a prescindere che probabilmente nemmeno lo faccia, temo), vuole dire che l’autoreferenzialità è assicurata, in modo inversamente proporzionale al valore delle peculiari referenze in loco. Ancor più, poi, se quella natura autoreferenziale viene smaccatamente nascosta dietro proclami di “virtù” e “armonie” a favore del luogo, solitamente declamati nella forma di slogan simil-propagandistici – pratica nella quale la categoria dei politici sopra citata è maestra assoluta, altra cosa che è superfluo denotare.

Esempi palesi – visto che sto disquisendo di montagne – sono molti interventi a scopo turistico-commerciale realizzati nelle località montane, fatti apposta perché l’amministrazione pubblica di turno se ne possa vantare, appuntare al petto come sfavillante medaglia e li possa “vendere” nella propria prossima campagna elettorale, ma circa i quali una rapida analisi mette subito in luce l’assenza di qualsiasi riflessione culturale alla base di essi, la percezione vivida di un’operazione priva di relazione e rapporti con il contesto d’intorno (salvo quelli forzati e appositamente falsati, dunque da omettere e semmai da considerare come ulteriori pecche) e la palese autoreferenzialità, funzionale al conseguimento di meri scopi di propaganda.

Cari amministratori pubblici che vi occupate di cose di montagna: le vostre opere spesso così palesemente autoreferenziali, che realizzate ordinando a esse di farvi ottenere dei rapidi (dunque rapidamente spendibili) tornaconti materiali e d’immagine, la montagna ha il potere di renderle subitamente insensate o grottesche se non proprio ridicole. Non ve ne rendete conto? Può darsi, ci mancherebbe: dunque sarebbe bene che, prima di realizzarle, provaste a meditarci sopra un poco di più e magari a farvi consigliare non solo dai soggetti del vostro entourage che probabilmente sanno già di dovervi dire ciò che voi volete sentirvi dire. Di gente competente al riguardo ce ne tanta, in giro, e con numerose idee brillanti: basta osservare un attimo fuori dal vostro guscio nel quale a volte vi rintanate e la vedrete (forse la riconoscerete per come vi stia guardando, con quello sguardo accigliato o magari un po’ torvo). Statene certi: da queste reiterate meditazioni partecipate potranno uscir fuori idee, progetti e opere ben più belle e virtuose di tante altre così autoreferenziali dacché poco o nulla ponderate e, per questo, così da subito palesemente malfatte. Voi stessi ne trarrete dei gran vantaggi e non aleatori come i vostri attuali ma pure duraturi, ben oltre le prossime elezioni. Inoltre, e soprattutto, ne gioverà grandemente il territorio del quale siete i primi (o tra i principali e più politicamente autorevoli) rappresentanti. Un do ut des virtuoso e nobilitante, insomma.

Scommettiamo?

[1] Ciò, sia chiaro, non significa automaticamente che l’opera e le azioni dalle quali scaturisce sia qualcosa di negativo o riprovevole, tuttavia anche qui si può affermare che la statistica al riguardo delinea una situazione piuttosto chiara, almeno per quanto riguarda la realtà italiana.