Paesaggi inconfondibili. O forse no

Si usa dire che «la bellezza è negli occhi di chi la guarda» o come meglio scrisse David Hume, «La bellezza nelle cose esiste nella mente che le contempla». Ciò vale assolutamente anche per il paesaggio, e infatti quei detti trovano il loro pari al riguardo nelle parole del grande sociologo e urbanista svizzero Lucius Burckhardt (di lui ho già scritto qui), il quale osservò che «Il paesaggio è un costrutto, non va ricercato nei fenomeni ambientali ma nelle teste degli osservatori». Come a dire: il paesaggio è bello non tanto perché lo sia materialmente, ma perché così lo riconosciamo (lo dobbiamo riconoscere) immaterialmente, ovvero intellettualmente. I sensi vengono appagati dalla sua percezione, ma la mente e l’animo abbisognano anche della relativa interpretazione.

Così nelle teste degli osservatori non si forma solo l’estetica del paesaggio ma pure la sua identità e la conseguente identificabilità, che tuttavia senza un’adeguata consapevolezza culturale rischia di essere equivocata o confusa, rovinandone così anche il senso estetico oltre che la possibilità di intessere con il luogo una conscia e proficua relazione, quella che serve per farcelo vivere pienamente e per farci stare realmente bene in esso. In quel caso il paesaggio lo apprezziamo ma in modo superficiale e distorto oppure lo trascuriamo, non comprendendolo come meriterebbe.

Ad esempio, nella fotografia sopra riprodotta appare in tutta la sua scandinava bellezza invernale uno scorcio della Svezia del Nord – avrete certamente riconosciuto i luoghi, più o meno – con la neve abbondante che ricopre ogni cosa, le montagne tondeggianti e fittamente boscose sullo sfondo, le case semplici ricoperte di lamiera rossa per meglio proteggerle dalle intemperie del clima rigido di lassù, le basse conifere, le betulle accanto alla strada, la palpabile dimensione ambientale di gelo, quiete, silenzio… un’immagine che rappresenta quelle terre scandinave nel modo più tipicamente nordico, suggestivo e indentificante, vero?

E invece no: riprende un angolo della Sila, in Calabria. 4.500 km più a Sud, 500 km circa dall’Africa, nel bel mezzo del caldo Mar Mediterraneo. Ma che pare in tutto e per tutto un angolo della Scandinavia più classica.

Capite ora cosa intendo dire?

P.S.: grazie di cuore a Teresa Barberio per avermi concesso di arricchire questo post con la sua bellissima e così suggestiva immagine fotografica.

La miccia che accende il viaggio

[Photo by Waldemar Brandt on Unsplash.]
Da appassionato viaggiatore quale cerco di essere, alla costante ricerca di un senso profondo alla pratica del viaggiare quale manifestazione della relazione tra me-uomo e il mondo-paesaggio oltre che del bisogno di conoscenza che ogni essere umano dovrebbe sviluppare e coltivare con costanza, parto ogni volta con una curiosità immensa verso il luogo verso cui viaggio e una voglia irrefrenabile di conoscerlo il più a fondo possibile, magari anche per capirlo, almeno un poco.

Però, prima ovvero alla fonte del pensiero dal quale nasce la mia decisione di partire proprio verso un certo luogo (in senso lato, sia esso città, regione, stato, montagna, isola o che altro), a volte c’è un singolo input primigenio, una causa o curiosità personale e magari banale, bizzarra, inafferrabile per altri, che tuttavia rappresenta la miccia che dà fuoco a quella voglia di partire e fa esplodere di conseguenza la frenesia (più o meno controllata) della preparazione del viaggio. Che dunque intraprendo anche in forza di quel piccolo input iniziale e poi, certamente, per tutto il resto di più grande, importante, interessante, stimolante… ma comunque non senza quel primo piccolo passo.

Ad esempio, per dire, sono andato in Finlandia anche per inseguire Arto Paasilinna, e sono andato nella Norvegia centrale (anche) per capire il black metal. Poi sono andato in Danimarca (anche) per il Bluetooth ma quello “vero”, e a Capo Nord (anche) per sentirmi in cima a una grande montagna ma “orizzontale”, e in Irlanda (anche) per poter poi andare con più consapevolezza in Ulster e in Estonia (anche) per stare tra russi e estoni e percepirne l’effetto. A Oslo ci sono andato (anche) per salire sull’Holmenkollen, a Londra (anche) per James Bond e a Berlino, invece, (anche) per capire tante cose dell’Europa contemporanea. E poi sono andato in tanti altri luoghi anche per altrettanti motivi diversi dai soliti, forse apparentemente un po’ strani, appunto, forse incomprensibili per molti ai quali li racconto, forse invece fondamentali più dei soliti che si ritengono tali, quando si viaggia in certi luoghi, prima che dal viaggio scaturisca tutto il resto e si generi la percezione del suo senso profondo. Un senso, d’altro canto, che è e sarà sempre incompleto, perché sempre ha bisogno e abbisognerà di qualche nuovo, curioso, strano, banale e fondamentale input.

Come un “filosofo del paesaggio”

Sono convinto che un viaggiatore – un viaggiatore autentico, intendo dire – sia una sorta di filosofo del paesaggio, magari estemporaneo e tuttavia appassionato, uno che ricerca costantemente le “verità” che vi si trovano attraverso l’esplorazione meditata e sensibile dei luoghi. Come il filosofo, nel senso ordinario del termine, si pone domande e riflette sul mondo e sull’essere umano, indagando il senso dell’essere e dell’esistenza umana, a suo modo il viaggiatore riflette sui luoghi del mondo indagandone il senso delle loro realtà geografiche e le relazioni umane che le animano, in primis la propria. E parimenti, come la filosofia è l’amore per la sapienza (intesa come conoscenza) e la ricerca, il viaggio è amore per la conoscenza dei luoghi e ricerca costante di nuove mete da indagare.

Anche per questo la pratica del viaggio è così fondamentale, sostanziale e indispensabile per l’essere umano ovvero per dirsi umani, pienamente; d’altro canto, per i motivi appena enunciati, l’autenticità di un viaggio non è cosa ordinaria né facilmente perseguibile, anzi: abbisogna di notevole sensibilità, mente attenta, animo aperto, spirito libero, curiosità costante e fervida volontà di conoscere per imparare, sapendo bene che questa parte immateriale rappresenta a sua volta un paritetico viaggio che, ancor più di quello materiale in giro per il mondo, non avrà mai fine e “impone” al viaggiatore di fare di ogni arrivo una nuova partenza. Ed è il suo bello, questo.

Venite dal Sole o dalla Luna?

[John Ward (1798-1849), “The ‘Swan’ and ‘Isabella’ ships”, olio su tela, circa 1830, Hull Maritime Museum. Fonte: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=97427059, pubblico dominio. Cliccate sull’immagine per saperne di più.]

Le navi partirono in aprile, si separarono nell’Atlantico settentrionale e, con incrollabile ottimismo, si diedero appuntamento per ritrovarsi nel Pacifico. Le HMS Dorthea e Trent puntarono verso le Svalbard; le HMS Isabella e Alexander verso la Baia di Baffin. Le prime due, martellate spietatamente dalle bufere e dai ghiacci, si rifugiarono nella Baia Magdalena e a Fair Haven, nelle Spitzbergen, per effettuare le riparazioni prima di ritornare in patria. Le altre due navi, comandate da Sir John Ross e dal tenente William Parry, risalirono lo Stretto di Davis in compagnia d`una quarantina di baleniere, entrarono nella Baia di Melville alla quale diedero questo nome, e raggiunsero il punto più settentrionale all’imboccatura sud dello Smith Sound. Sulla costa della Groenlandia incontrarono un gruppo di Polar Eskimo. Si svolse una conversazione memorabile, tramite un interprete che era stato preso a bordo nella Groenlandia meridionale: “Chi siete? Che cosa siete? Da dove venite? Dal sole o dalla luna?”

(Barry LopezSogni artici, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2006, traduzione di Roberta Rambelli, pag.335; orig. Arctic Dreams, 1986. La spedizione della Marina inglese alla quale Lopez fa riferimento è del 1819; “Polar Eskimo” è la definizione anglosassone per la popolazione Inuit. Il brano fa ben capire ciò che ho scritto nella mia recensione a Sogni Artici, ovvero che per lungo tempo l’esplorazione delle regione artiche ha assunto connotati che per molti versi l’ha resa paragonabile a quella spaziale e astronautica, con quei territori simili a “nuovi mondi” da scoprire con altrettanto nuove creature viventi con le quali entrare in contatto – e viceversa, appunto.)

 

Barry Lopez, “Sogni Artici” (una “diecensione”)

(“DIECENSIONI”: recensioni letterarie in 10 punti, per presentarvi un libro che ho letto e le sue peculiarità nel modo più chiaro, più utile e meno tedioso possibile. Dieci cose, insomma, per cui valga la pena di leggere – o meno – il libro del quale vi sto per dire.)

Barry Lopez, Sogni artici

  1. È un libro di Barry Lopez, il più grande scrittore americano (e forse più grande in assoluto) di Natura e paesaggi: serve aggiungere altro, al riguardo?
  2. Siamo stati sulla Luna, sbarcheremo su Marte e in futuro su altri pianeti, ma per secoli è stato l’Artico un “altro mondo” nel nostro mondo, e gli esploratori che vi si avventuravano erano gli astronauti dell’epoca che partivano per un ignoto realmente tale, a quei tempi. Leggendo il libro ve ne renderete conto.
  3. La narrazione di Lopez, e la sua capacità di fondere in essa diversi approcci intellettuali e sensoriali alla visione del paesaggio, è a dir poco coinvolgente: ad un certo punto ho scaricato dal web alcune mappe dell’Artico perché in quei territori, attraverso la lettura del libro, mi sembrava di viaggiarci veramente e avevo bisogno di capire “dove fossi”.
  4. «Lopez ha il carattere che solo la scrittura nordamericana propone con tanto vigore: la “perspective”, il taglio particolare che individua la terza dimensione tra narrativa e saggistica. Ed è questa “perspective” che lascia scorrere grandi intuizioni, verità elementari e imprescindibili.» (Davide Sapienza nella postfazione al volume e che è per lo stesso un altro valore aggiunto).
  5. L’Artico: uno sterile e disabitato deserto di ghiaccio? Giammai! C’è così tanta vita, lassù, e così varia e a volte così sorprendente che dire di quei territori che «non c’è nulla», come viene facile fare a noi abitanti del mondo temperato, è un immotivatissimo controsenso.
  6. E che l’Artico sia sterile e disabitato non vale nemmeno dal punto di vista umano: tra i ghiacci (e forse quando su molte terre artiche di ghiaccio non ce n’era) si è sviluppata una civiltà millenaria dalla cultura umanistica sovente assai avanzata e, nei suoi princìpi, del tutto emblematica anche per noi uomini del Terzo Millennio.
  7. Il leggendario “Passaggio a Nord Ovest”: Lopez narra la storia della sua esplorazione e scoperta, e vi assicuro che per certi aspetti è una storia incredibile e sconvolgente. Forse anche più (o senza “forse”?) di quella della moderna corsa allo spazio (vedi punto 2)!
  8. Lo sapevate che di “Polo Nord” non ce n’è solo uno ma ce ne sono almeno cinque? Andate a pagina 37 e lo scoprirete.
  9. La narrazione del rapporto tra l’uomo contemporaneo tecnologico, le terre artiche e il loro sfruttamento da parte della nostra civiltà è un tema che Lopez ovviamente tratta, e lo fa in un modo che, per l’epoca in cui Sogni Artici è stato pubblicato (metà anni Ottanta), è tanto innovativo quanto premonitore. Doti assolutamente valide anche oggi – purtroppo.
  10. «Nell’incamminarci verso l’uscita da questo libro capita di percepire ancora, vent’anni dopo la pubblicazione, il ruolo di pietra miliare della ”antropologia poetica” per il terzo millennio.» (Ancora Davide Sapienza nella postfazione.)

(Barry Lopez, Sogni artici, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2006, traduzione di Roberta Rambelli; orig. Arctic Dreams, 1986. Nota bene: purtroppo al momento il libro pare non disponibile, in Italia, salvo che con una certa fortuna lo troviate sugli scaffali di qualche libreria.)