L’inquietante convitato di marmo di Brescia

[Foto tratta da bresciaoggi.it, cliccate sull’immagine per leggere l’articolo dal quale è tratta.]
Ci sono passato di recente, dalla periferia Est di Brescia, e non so se per un caso, se per un momento di particolare sensibilità visiva o se perché ormai a tali cose sono diventato attento di default, fatto sta che la distruzione del paesaggio – nel senso più ampio del termine – provocato dalle attività di estrazione di marmo di Botticino e zone limitrofe mi è parso particolarmente spaventoso e desolante. Non siamo ai livelli apuani – sapete bene che laggiù si sta letteralmente demolendo parte di un’intera catena montuosa per cavarci il marmo – ma le problematiche evidenti in loco sono molto simili. Così come simili sono le domande che ci si può (o probabilmente ci si deve porre) al riguardo: ha ancora senso continuare attività pur storiche, pur tradizionali, pur celebri e celebrate, pur importanti per chi ci lavora, le quali con tutta evidenza hanno superato un limite di decenza ambientale e di salvaguardia culturale – anche più che ecologica – del territorio nel quale sono attive? È “normale” che non si riesca a considerare tali attività se non dal punto di vista economico, marginalmente da quello ambientale ma non dal punto di vista socioculturale e antropologico, ovvero quello che rimanda direttamente all’impatto della distruzione del paesaggio in loco nell’immaginario di chi lì vive, risiede e di chi vi transita? Ed è altrettanto normale ovvero etico continuare a proporre sul mercato dei prodotti che impongono un evidente e palese danno ambientale senza tuttavia risultare indispensabili al mercato stesso se non attraverso un’imposizione di natura lobbystica? Insomma: siamo proprio convinti di volere le scale di casa nostra in marmo sapendo che per averle e bearcene contribuiamo pur indirettamente alla distruzione di territori, ambienti naturali, ecosistemi locali, paesaggi, generando di contro aree che senza un’adeguata e complicata bonifica (verso la cui realizzazione nutro molti “italici” dubbi) rimarranno a lungo sterili e invivibili?

Non sono domande di matrice ambientalista, queste mie, ma antropologica, ribadisco. C’è di mezzo la qualità della relazione delle persone con i territori danneggiati e con i guasti arrecati al paesaggio, il cui degrado, ambientale tanto quanto culturale, non può e non potrà mai essere considerato una “normalità”, pena il degrado di quella stessa relazione umana e la qualità dell’abitare, nel senso di pratica vitale fondamentale, tali zone.

[La zona delle cave marmifere a Est di Brescia, da Google Earth.]
Il “Rapporto Cave 2017” di Legambiente si è occupato (anche) delle cave marmifere della periferia di Brescia – peraltro un’area, quella dei dintorni di Brescia, già fin troppo ricca di inquietanti disastri ambientali – e così ne scrive (pagine 76-77):

Un’altra area storica del marmo, sicuramente meno conosciuta del distretto di Massa Carrara ma del tutto simile per intensità di escavazioni e problematiche ambientali, si trova a ovest della città di Brescia all’interno di un territorio collinare dove nel corso degli anni si è sviluppata oltre all’attività estrattiva anche tutta una filiera di lavorazione secondaria del marmo. Una struttura produttiva caratterizzata da piccole-medie aziende e grandi produzioni industriali che si snoda tra i Comuni di Botticino passando per la valle di Nuvolera per giungere al Comune di Vallio Terme attraversando un paesaggio ormai lunare caratterizzato da enormi crateri che come ferite aperte frammentano il paesaggio di questo lembo di fronte Retico Prealpino. Nel Comune di Botticino si situano 10 cave attive, in quello di Nuvolera addirittura 37. Le regole stabilite dalla Legge della Regione Lombardia n.14/1998 (mantenute nelle successive modifiche), per cui «l’esercizio dell’attività di escavazione costituisce attività temporanea e transitoria rispetto alla normale destinazione naturalistica ed alla trasformazione del territorio» e che continua asserendo che «non è consentita alcuna attività di escavazione senza piani di restituzione e fruibilità del territorio» sembrano essere state sconfessate. Nell’attenta osservazione del territorio infatti si verifica che questo importante enunciato, per una concomitanza di interessi non è quasi mai stato applicato e costantemente disatteso. Da un lato infatti la lobby dei cavatori si è sempre attivata ad ogni revisione decennale del piano provinciale cave per ottenere sempre maggiori quantitativi da cavare, dall’altra parte gli enti locali, a cui è demandato dalla Legge Regionale il solo compito di vigilanza e di controllo, continuano a trarre le risorse economiche per incrementare le entrate dei loro bilanci. All’interno di queste dinamiche si è creato un corto-circuito nel quale ovviamente a prevalere sono gli interessi di natura economica a scapito del consumo del territorio. Aggravati ulteriormente dalla stagnazione del settore lapideo tradizionale, dovuta alla crisi economica di questi ultimi anni, che ha portato ad uno strisciante slittamento del bacino estrattivo da materiale ornamentale a sito per ricavare carbonato di calcio e frantoiati. Attività queste portate avanti con modalità ed intensità estrattive caratterizzati da tempi rapidi di esaurimento della placca marmifera soprattutto se rapportati alla tradizionale escavazione della pietra ornamentale da taglio. Questo fenomeno è testimoniato dall’ingresso di grandi gruppi industriali sul territorio e dai loro tentativi di insediare impianti per produrre premiscelati per l’edilizia piuttosto che nuovi cementifici o l’utilizzo di questo materiale per creare fondi stradali (impiegati nel caso della BRE-BE-MI, l’autostrada direttissima Brescia-Milano, ultimata nel 2014). Le indagini ambientali ed epidemiologiche, commissionate dagli Enti Locali su richiesta delle associazione ambientaliste presenti sul territorio fra cui Legambiente, hanno evidenziato che le polveri sottili attualmente rilevate PM10 PM2,5, costituiscono un gravissimo pericolo per la salute pubblica, ed in particolare per i soggetti più deboli, quali anziani e bambini, che si traduce nell’aumento di malattie polmonari, cardiovascolari e tumori.

[La zona di escavazione vista dall’aereo. Foto di Rolf Kickuth, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte:  commons.wikimedia.org.]
Ben inteso: poi magari tutti quanti dicono che sì, è giusto così, lì si vive di quello e non si può togliere un’attività così importante per il luogo oggi come secoli fa. Va bene, nel caso: si dovrà convenire che per tali motivi si è deciso di mettere da parte la qualità del paesaggio locale, tutte le relative ricadute culturali nonché qualsiasi futura eventuale recriminazione al riguardo, dato che le colline non crescono come i funghi, anzi: una volta consumate spariscono per sempre insieme a tutto ciò che nel tempo hanno rappresentato e significato, inutile dirlo.

Cliccando qui potete scaricare il “Rapporto cave 2021” di Legambiente, con ulteriori approfondimenti sul tema a livello nazionale, incluse alcuni esempi di buone pratiche al riguardo. Perché, al solito, il problema non è che si fanno certe cose, è come si fanno, ovvero quanto buon senso, o quanto poco, viene riposto in esse.

Una buona giustificazione per il Natale, forse

E’ sommamente straziante nelle feste natalizie questo ridurre il tutto a dimensione di favola infantile, professata tuttavia come vera.

[Giorgio ManganelliIl presepio, Adelphi Edizioni, 1992.]

In effetti, quando si dà contro a certi contemporanei che credono a qualsiasi cosa gli venga professata come vera, sia pure la balla più colossale – ma è sufficiente che più di tre la condividano sui social o che qualche personaggio di presunta fama la sostenga in qualche talk show televisivo, spalleggiato dal giornalista ruffiano di turno, per farla diventare verità assoluta – ci sarebbe da conteggiare tra quelle pure il Natale con tutto il suo pseudo-teologico e così suggestivo favoleggiare e chiunque vi creda superficialmente. Tuttavia, rispettabilissimo che sia nella sua accezione originaria (d’altronde ognuno è libero di credere a qualsivoglia “verità” possibile o impossibile finché non pretende di imporla ad altri, e ciò soprattutto quand’essa sia a dir poco improbabile – lo scrivo con riferimento generale, non particolare riguardo il caso in questione, ma certamente pensando a quei certi contemporanei sopra citati), bisogna osservare che il Natale si palesa come un’occasione notevole di analisi psicosociale della società che lo festeggia e si adegua ai suoi riti, in modo pressoché inconsapevole (e probabilmente inevitabile, visto l’infantilismo di parole e d’atti che manifesta tanta parte di essa.)

Giorgio Manganelli quest’analisi l’ha compiuta probabilmente meglio di chiunque altro, seppur egli stesso tenne il suo mirabile testo sul Natale pressoché segreto, sapendo bene, forse, come il tema sia delicato per un’opinione pubblica fin troppo suscettibile dacché culturalmente impreparata al riguardo ovvero soggiogata a certi immaginari; di contro, nel suo libro dal quale traggo la citazione sopra pubblicata si può trovare quella che a me pare la più logica giustificazione della festa del Natale, del tutto priva dell’immaginario religioso (com’è ovvio e logico, d’altro canto) e che semmai affonda le proprie radici sociologiche nell’inguaribile necessità di sentirsi parte del mondo che ognuno di noi formula nell’intimo, soprattutto in un periodo di così apparente felicità diffusa risolta in rito festivo collettivo sostanzialmente imposto e forzatamente condiviso (nel bene e nel male) che, come tutte le felicità così palesemente e collettivamente manifestate, nascondono un’angoscia profonda, anch’essa radicata nell’intimo delle persone. Per questo, come si può leggere nel risvolto del libro, il Natale «secerne da sé uno spettacolo, ha personaggi, un paesaggio, luminarie, talora musiche» e dunque «è lecito affermare, è, diciamo, buona critica affermare che il Natale non è tanto la festa del bambino, o che altro sia, ma una rappresentazione nella quale tutti i personaggi hanno uguale necessità, dal maggiordomo all’imperatore». Necessità di esserci, ovvero bisogno di non essere escluso. Il che sarebbe poi anche una cosa bella del Natale, in fondo. Se fosse compresa dai più, certo.

La percezione

Che nessuno salti alla conclusione che il cittadino comune debba prendere un dottorato in ecologia prima di poter “vedere” il suo paese. Al contrario, lo specialista può diventare del tutto insensibile – proprio come un impresario di pompe funebri è insensibile ai misteri del suo ufficio. Come tutti i veri tesori della mente, la percezione può essere frazionata all’infinito senza perdere nessuna delle sue qualità. Le erbacce cresciute in città possono offrire la stessa lezione delle sequoie; il contadino può vedere nel suo pascolo di vacche ciò che forse non è concesso allo scienziato che si avventura fin nei mari del sud. La facoltà di percepire, in breve, non può essere acquisita con i titoli di studio o il denaro; cresce in patria come all’estero, e chi ne ha solo un po’ può usarla con lo stesso profitto di chi ne ha molta. E dal punto di vista della percezione, l’attuale corsa di massa verso la natura è futile, oltreché dannosa.

(Aldo LeopoldPensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pagg.182-183.)

Al di là del potente valore culturale atemporale di queste parole di Aldo Leopold, quell’ultima osservazione sulla corsa di massa alla Natura potrebbe far credere a qualcuno che questo brano sia stato scritto ai giorni nostri, magari proprio negli ultimi due anni per come sembra coglierne ispirazione. Invece A Sand County Almanac venne pubblicato nel 1949 raccogliendo testi scritti da Leopold antecedentemente, il che rende sorprendente e parecchio emblematica l’attinenza delle sue osservazioni con la realtà corrente. O, forse, con una realtà che tutt’oggi pesca da un immaginario diffuso nei confronti dell’ambiente naturale già distorto da tempo e che, nel corso degli anni, ha sempre più perso la relazione con la Natura trascurando ampiamente le facoltà percettive del “cittadino comune”. Quelle facoltà che consentono di osservare e non solo di vedere il mondo, di elaborarne il paesaggio, di comprenderne o quanto meno di meditare la realtà sistemica, di intessere quella relazione fondamentale tra uomini e paesaggi che genera identità reciproca, valore culturale, cognizione intellettuale e fa da base all’altrettanto reciproca e armonica salvaguardia: dell’uomo nei confronti della Natura (che invece la “corsa di massa” di matrice più o meno turistica mette a rischio) e viceversa. Una facoltà, la percezione, che come sostiene Leopold non può essere acquisita perché tutti quanti ce l’abbiamo già – ce l’avremmo già, se solo ricordassimo dove l’abbiamo smarrita, negli angoli più reconditi e bui della nostra mente e dell’animo. E, infatti, tale dimenticanza la si vede poi tutta, in molti luoghi – naturali e non solo – del mondo abitato e modificato dagli umani.

“Disabilità” cosa, chi?

[Cliccateci sopra per leggere l’articolo dal quale l’immagine è tratta.]
Ieri era la Giornata internazionale delle persone con disabilità. E io ne scrivo oggi, sì.

Perché al solito queste giornate, di valore innegabile, sovente generano l’effetto collaterale di condensare nella loro data ogni “bel” discorso sul tema al quale si riferiscono per rarefarlo negli altri 364 giorni dell’anno, e perché, a ben pensarci, mi chiedo: ma disabilità cosa? Quale? Chi?

Non è forse che, al netto degli ovvi aspetti sanitari, la prima disabilità è quella manifestata dalle persone che ritengono e definiscono in tal modo, “disabili”, altre persone? Non è che considerare certe persone in questo modo ovvero per una funzionale convenzione sanitaria, piuttosto che un motivo per agevolarne l’inclusione sotto ogni punto di vista, è una buona scusa per emarginarle?

Nella foto in testa al post potete vedere Giada Canino e Michele Consoli, due ragazzi delle mie parti che sono pluricampioni di danza e unica coppia in Italia con due differenti disabilità (sindrome di Down e autismo) a partecipare a gare di ballo, vincendo spesso anche nelle competizioni individuali. Non li conosco direttamente ma li ammiro molto.

Ribadisco: disabilità cosa, quale, chi?

La geografia dice “bugie”

[Foto di Chris Lawton da Unsplash.]
La geografia è una materia meravigliosa sotto innumerevoli aspetti, molti dei quali assai sorprendenti. Come ad esempio il fatto che, per mostrarci e insegnarci con ottimale e convenzionale comprensibilità la realtà del mondo sul quale viviamo, la geografia ci racconta una sostanziale “bugia”. Ed è una bugia fondamentale, nel senso che sta alle fondamenta della rappresentazione geografica del mondo e che un tempo veniva insegnata a scuola – ovvero nell’epoca felice in cui la geografia era materia scolastica, già, dacché come è noto ora è stata sostanzialmente dimenticata: e mai improperi a sufficienza si potranno rivolgere a chi prese tale dissennata decisione!

Infatti, a partire dai libri scolastici e didattici fino alla stragrande maggioranza delle rappresentazioni del nostro pianeta (tutti i mappamondi piani, ad esempio, spesso esposti ai muri di spazi pubblici, ma pure i siti web di mappe), l’immagine cartografica che abbiamo di esso è quella della Proiezione di Mercatore – o, per la precisione, della Proiezione cilindrica centrografica modificata di Mercatore, che tuttavia rappresenta il mondo in un modo falsato e distorto in quanto nata per esigenze nautiche, cioè per mantenere costante la scala delle distanze in ogni direzione attorno ad ogni punto così da poter calcolare le rotte di navigazione con buona precisione (distorsione in parte compensate dai planisferi o dalla Proiezione Sinusoidale che lo stesso Mercatore – il quale era fiammingo e in realtà di cognome faceva Kremer – aveva inteso come necessaria).

Fateci caso come, nella Proiezione di Mercatore, per presentarvi un esempio significativo, la Groenlandia appare grande più o meno come l’Africa:

Bene. Questa è invece la raffigurazione cartografica del nostro pianeta in base alla più recente (è degli anni ’70 del Novecento) Proiezione di Gall-Peters. Osservate come cambiano le forme dei continenti… e guardate che gran differenza c’è, ora, tra la superficie della Groenlandia e quella dell’Africa:

In soldoni: la Proiezione di Gall-Peters rappresenta le reali forme e proporzioni delle superfici terrestri, quella di Mercatore le distorce per i suddetti fini pratici. Dunque anche la stessa rappresentazione “classica” dell’Italia, pur con la sua superficie molto piccola rispetto a quelle continentali, raffigura una forma e una proporzione non esattamente reale, probabilmente distorta di un tot di metri. Tutto ciò per un’evidenza semplice e ineluttabile: è impossibile rappresentare una superficie sferica su un foglio piano senza distorcerla. Per questo, nella Proiezione di Mercatore, più le superfici risultano distanti dall’Equatore e più le loro dimensioni vengono esagerate e distorte. D’altro canto la Proiezione di Gall-Peters, per offrire una raffigurazione più obiettiva delle superfici terrestri, inevitabilmente perde le prerogative di facilità del tracciamento delle rotte ma, senza dubbio, fornisce un’immagine cartografica più realistica e meno confondente della Terra.

[La sovrapposizione delle due proiezioni – in verde quella di Gall-Peters – rende evidentissima la differenza di forme e dimensioni dei continenti.]
Sono argomenti che forse a qualcuno sembreranno banali, eppure trovo che dalla loro considerazione scaturisca un fascino notevole: ci rivelano che abbiamo ordinariamente in mente un’immagine geografica e cartografica del mondo che è “attendibile” ma non è quella reale, la quale tuttavia per convenienza abbiamo formalmente sancito come “vera” anche se tale non lo è. Un principio questo, che in fondo possiamo ritrovare e declinare in molte altre cose umane, di interesse globale o locale. In forza di questa “funzionale bugia” – per fare un altro esempio significativo – se qualcuno volesse recarsi in Alaska per esplorarla ma ne fosse intimorito nel momento in cui qualcuno gli facesse notare quanto sia vasta, almeno come il Brasile visto che sul mappamondo piano “alla Mercatore” così appare, se avesse sotto mano una mappa di Gall-Peters constaterebbe che in realtà è più piccola di cinque volte: il suo viaggio dunque potrebbe essere ben più agevole di quanto temuto!

In ogni caso rappresentare il mondo in un modo o nell’altro non genera soltanto implicazioni geografiche, dimensionali e cartografiche, certamente affascinanti, come ribadisco. Ne genera anche di valore sociale, culturale e politico, il che per certi versi rende più inquietante che intrigante la storia e la scienza della raffigurazione del nostro pianeta sviluppatasi nel tempo e il suo uso geopolitico. Ma è un tema un po’ più articolato e complesso, che rimando a un futuro articolo specificatamente dedicato.