Una sparatoria dietro l’altra, negli Usa? That’s life!

Dopo la strage di bambini nella scuola elementare di Uvalde, in Texas – l’ennesima di una serie infinita di mass shootings per la quale in USA ci sono più morti civili per armi da fuoco che per le guerre – mi sono letto sul web un po’ di giornali americani che stanno dissertando sul caso specifico e sul tema delle armi in generale.

L’impressione che ne ho ricavato è bizzarra e grottesca ai limiti del parossismo. Mentre l’intero dibattito, politico e pubblico, si concentra sulla difesa della libertà di vendita delle armi ovvero sulla richiesta di un maggior controllo (e va bene, ci mancherebbe), non c’è sostanzialmente una parola sulla questione culturale alla base del problema. Niente di niente. Nemmeno una riflessione sul perché negli USA vi sia così tanta violenza, e così incontrollabile, in molte persone normali, nemmeno una riflessione sulle cause di fondo di questa fenomenologia o, per meglio definirla, di questa devianza psicosociale talmente ricorrente, se nella società americana e nella visione condivisa della realtà che formula non ci siano forse degli elementi di inesorabile degrado culturale, degli influssi evidentemente nefasti che producano disagi, alienazioni e compulsioni dagli effetti tanto terribili… nulla. L’impressione – spaventosamente grottesca, appunto, o anche viceversa – è che l’America consideri normale non solo che chiunque possa girare armato per le pubbliche vie ma pure che possano capitare stragi del genere: normale che si possa salvaguardare il diritto e la libertà di sparare e uccidere, insomma, possibilmente non altri cittadini ma se capita amen, è successo, that’s life!

È questa, a mio parere, la cosa più inquietante dell’America moderna contemporanea: aver sviluppato la dote di essere sotto vari aspetti – inclusa la democrazia – il paese più avanzato del pianeta eppure, al contempo, di non comprendere alcune delle basi fondamentali della stessa democrazia ovvero di non capire se stessa: e nemmeno per funzionale malizia, proprio per (mi permetto di dire) genetica idiozia. Non c’arrivano, gli americani, semplicemente non ce la fanno, e per questo non cambierà nulla, in tema di vendita e porto d’armi, vedrete. Sono come gli ufficiali di bordo del Titanic orgogliosi della loro nave “inaffondabile” che, quando comincia a inabissarsi, continuano fieramente a dire: «tranquilli, va tutto bene, tanto siamo inaffondabili!»

Ecco. That’s (american) life, baby!

Una soluzione, per l’America

Sto scrivendo ai membri del Congresso degli Stati Uniti, in particolare a quelli repubblicani, ché a pensarci sopra a quanto accaduto alla scuola elementare di Uvalde, in Texas, ultimo episodio di una serie infinita di altri simili, credo di aver trovato una soluzione efficace, già.

Di agire contro la lobby dei produttori di armi non se ne parla nemmeno, gli americani ci tengono più che a loro madre. Dotare di giubbotti antiproiettile gli studenti, come qualche illuminato patriota aveva proposto tempo fa, pare una soluzione complicata che peraltro non salvaguarderebbe del tutto la vita degli studenti.

Dunque? Dunque c’è una soluzione ben più immediata e efficace: basta abolire le scuole!

Geniale, vero?

Sono certo che ai repubblicani quest’idea piacerà moltissimo, essendo del tutto coerente con la loro visione politica, e pure a qualche democratico non dispiacerà affatto. D’altronde, a volte problematiche che sembrano troppo ostiche hanno soluzioni del tutto semplici. Basta crederci, no?

P.S.: come dite? «E allora per le sparatorie negli altri luoghi pubblici?» Eh, calma! Una cosa alla volta, che a far le cose di fretta poi vengono male!

Appartenere al punto di vista dei vagabondi

[Foto di Sergey Pesterev da Unsplash.]

La mattina del 24 agosto iniziava il secondo mese di cammino attraverso le Alpi. Fin qui, nella mia ricostruzione, ho voluto raccontare il viaggio quasi passo passo, giorno per giorno, per consentire al lettore di immergersi nella trasformazione emotiva di ragazzi che affrontano il distacco dal mondo cittadino per diventare viandanti della montagna, in cerca delle molte risposte che la civiltà umana non sa dare. Come capii allora, avendone conferma in occasioni successive, dopo circa un mese di traversata – nelle condizioni di isolamento dalle cronache del mondo civile che si viveva all’epoca – si apre una nuova porta esperienziale e cognitiva: ormai si appartiene al punto di vista dei vagabondi, la natura è la propria casa e gli schemi di pensiero tipici della vita urbana sono dimenticati, quasi che non dovessero mai più riguardarci.

(Franco Michieli, L’abbraccio selvatico delle Alpi, CAI / Ponte alle Grazie, 2020, pag.156.)

L’importanza fondamentale di conservare in noi, esseri tecnologici fondamentalmente stanziali, la natura vagabonda ovvero l’impulso al nomadismo, nelle parole e nell’esperienza di Michieli. Una dote che come poche altre ha reso l’uomo un Sapiens e lo ha relazionato al mondo vissuto ma che oggi appare quasi del tutto dimenticata, nella sua accezione originaria e antropologica. Ne riparlerò a breve, di questo tema.

Immaginare il futuro

Pensare a un futuro implica l’esistenza di un tempo, quell’entità invisibile che regola le nostre esistenze e che nel corso dei secoli è drammaticamente cambiato nella nostra percezione, perché il tempo è inserito in uno spa­zio che è la sua unica realtà e dunque, mutati gli spazi dell’esistere, sono mutati i tempi della nostra vita. Que­sto è uno snodo chiave della comprensione di ciò che è accaduto: più gli spazi sono invivibili, più il tempo di­venta frenetico e sfuggente. (Pag.213)

L’uso dell’im­maginazione è la più potente delle armi e la più temuta delle doti di qualsiasi animale: uomo incluso. Fu la chiave della conquista dello spazio. (Pag.215)

(Davide Sapienza,  I Diari di Rubha Hunish, Lubrina Editore, Bergamo, 2017.)

Leggere in sequenza questi due passaggi del celebre libro di Davide Sapienza (cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la personale “recensione”)  mette in luce una verità tanto fondamentale quanto terribile: se nel mondo contemporaneo mutano gli spazi dell’esistere, al punto che con essi muta e si distorce il tempo, è anche perché la potenza dell’immaginazione umana e il relativo uso, nonostante quello che si potrebbe credere, è in rapido e funesto degrado. Così, come fu grazie all’immaginazione se l’uomo ha conquistato lo spazio – e come, mi viene di aggiungere, l’immaginazione è testimonianza evidente di vitalità intellettuale – la mutazione dello spazio è il segno della crescente mancanza d’immaginazione, ovvero del suo costante deperimento.

Come nota bene Davide (la cui amicizia ritengo una delle mie cose più fortunate e belle), la concezione del futuro non è solo una questione di tempo ma anche, o forse soprattutto, di spazio: solo concependo lo spazio nel modo più virtuoso possibile, e la nostra vita ovvero l’esistenza in esso, possiamo pensare ad un buon futuro. Spazio e tempo sono intimamente legati, in fondo Einstein confermò scientificamente ciò che è la realtà naturale del mondo fin dalla notte dei tempi – come non casualmente si usa dire. Altrimenti, se non va così, è tutta fatica sprecata, meglio rendersene conto.

La “social-solitudine” dei giovani d’oggi

[Foto di Matthew Henry da Unsplash.]
In questi giorni stanno circolando sugli organi d’informazione i risultati di un’indagine curata dall’Osservatorio indifesa dell’associazione “Terre des Hommes” e del gruppo “OneDay” sui giovani (la potete leggere cliccando sull’immagine qui sopra), dai quali si evince che ben l’88% di essi ritiene di soffrire di solitudine.

Ora, pure al netto delle possibili risposte magari fornite con eccessiva superficialità e prive di un’autentica giustificazione, è parecchio inquietante constatare come, nell’era dei social network – così appunto si sono chiamati, “reti sociali” – la generazione che più è connessa e più si connette (dovrebbe connettersi) tra coetanei, in un’età nella quale la socialità è naturale e vitale, si dichiara la più sola. Ciò fa tornare a galla ormai annose disquisizioni sul ruolo, l’influenza e il valore dei social network e le relative considerazioni non esattamente positive al riguardo, ma per molti aspetti mette in discussione l’intero aspetto sociale dell’era e nell’era contemporanea, una questione troppo spesso sottovalutata, trattata in modi piuttosto superficiali quando non trascurata totalmente. Sul tema ci ho riflettuto più volte anch’io, qui sul blog, ad esempio in questo articolo di quattro anni fa nel quale cercavo di capire chi debba essere realmente considerato un “essere sociale”, oggi, e mi pare che quelle riflessioni risultino valide anche ove messe in relazione con i risultati della recente indagine prima citata.

Così, forse fin troppo retoricamente, forse no, mi viene da pensare che ci si può sentire molto meno soli a vagare in solitudine nell’ambiente naturale, lontani da tutto, che a stare nel bel mezzo della società restando continuamente connessi a un ambiente virtuale. E che forse, come ho scritto altre volte, vivere certe condizioni di temporanea solitudine rappresenta la maniera migliore per comprendere, apprezzare e vivere appieno la socialità. Una pratica che non mi sembra così esercitata, al giorno d’oggi: e chissà che quella paura di restare soli di così tanti giovani di oggi non debba essere interpretata proprio come una richiesta di apprendere da qualcuno o qualcosa come vivere meglio la solitudine, ad averne meno timore, a ritrovare una dimensione sociale e di socialità molto meno virtuale e più materiale, più reale, anche grazie alla realtà e alla materialità, ovvero alla concretezza, del mondo che si ha intorno. Qualcosa che di sicuro potrebbe essere ritrovato proprio in una maggior “connessione”, sì, ma con la Natura, ecco. E d’altro canto, potrebbe pure accadere che tale connessione naturale equilibri e riduca la connessione con il mondo virtuale dei social network e di certo web del cui abuso tante voci di denuncia e di allarme si levano, chissà.