Oggi è il Covid-19, allora era l’influenza spagnola a provocare una pandemia a livello planetario. Nonostante sia passato un secolo – cent’anni di progressi scientifici, tecnologici, medici, sociali, economici, eccetera – i sistemi di difesa basilari dal contagio sono ancora gli stessi; forse inevitabilmente, forse no. «La storia non si ripete ma fa rima con se stessa» disse (pare) Mark Twain. Be’, anche in tal caso non è cambiato nulla e probabilmente mai cambierà. Già.
P.S.: anche il cartello indossato dal tizio a destra («Indossa una mascherina, o vai in prigione») per molti aspetti potrebbe essere alquanto valido, un secolo dopo.
Imbufaliti anche in Valmalenco per questo nuovo stop. «Non è una questione di chiusura di impianti di risalita – afferma Roberto Pinna, direttore del Consorzio turistico Valmalenco e Sondrio – ma di una lenta agonia dei territori montani.» (Da “La Provincia di Sondrio” del 15 febbraio 2021.)
Torno su un tema verso il quale sono particolarmente attento per affermare che, senza dubbio, le rimostranze dei gestori dei comprensori sciistici, a fronte della (a dir poco) disordinata gestione “politica” delle chiusure di impianti e piste (anche in confronto ad altri assembramenti parimenti inaccettabili, se si resta alle indicazioni istituzionali, come quelli dei centri pedonali delle città, domenica scorsa invasi di gente come e peggio che una pista da sci – qui un esempio al riguardo) sono ben comprensibili, a questo punto delle cose.
D’altro canto, tuttavia, certi “industriali dello sci” come quello protagonista della citazione qui sopra si contraddistinguono nuovamente per una assai fosca (nel senso di bieca e pure di miope) mentalità imprenditoriale, riproponendo argomenti che provengono, negli evidenti principi di fondo, da una realtà turistica di decenni addietro. Ribadisco: se nella situazione attuale le tante proteste dei gestori degli impianti per certi aspetti sono senza dubbio comprensibili (e lo dico io che non sono affatto un sostenitore, nel presente e per il futuro, di questo tipo di turismo invernale), il citato personaggio strumentalizza di nuovo la questione cercando di ribaltarne i termini e sostenendo, in pratica, che senza impianti e sci su pista la montagna “muore”.
Peccato che è proprio un modo di pensare del genere, tipico di chi si disinteressi alla storica, concreta e autentica realtà delle zone montane sopravanzandovi i propri interessi di parte, a soffocare la montagna da tempo: l’agonia citata è in molti casi cagionata anche, se non soprattutto, dalla distorta visione imprenditoriale imposta ai territori montani (e ad essi ormai sostanzialmente avulsa) dagli esercenti degli impianti a fune e dal contorno politico sovente pressoché privo di visione culturale, oltre che amministrativa e economica. In verità, se di “agonia” c’è da discutere, è palesemente l’industria dello sci ad esserlo, così pervicacemente legata ai modelli di sviluppo turistico degli anni ‘70/’80 del secolo scorso, del tutto superati e sostanzialmente falliti, e incapace di rinnovarli (e rinnovarsi) restando in relazione con la realtà-di-fatto montana – economica, sociale, culturale, ambientale, climatica – attuale e futura.
Da tale punto di vista – anzi, da quello opposto, mi viene da dire – la pandemia in corso sta facendo capire molte cose, non solo potenzialmente, su come dovrebbe e potrebbe rinascere la montagna ove finalmente svincolata, ovvero non più tanto sottomessa e dipendente, dal solo turismo dello sci su pista: un nuovo modus operandi che già tanti stanno indicando e sul quale si sta disquisendo sempre di più (cito ad esempio, tra i tanti, il numero 107 del newsmagazine dell’associazione Dislivelli, significativamente intitolato “Non di sola pista”, oppure l’ultimo numero di “Montagne360”, il mensile del Club Alpino Italiano, dedicato alle strategie di sviluppo turistico sostenibile per superare la “monocultura” dello sci alpino).
Tutto questo, nonostante ciò che alcuni dei rappresentanti del relativo comparto turistico come il citato Roberto Pinna sostengono, appunto. Anzi: tutto questo proprio in forza di quanto essi sostengano e che in generale dimostra bene, purtroppo, come il rapporto tra turismo dello sci e territori di montagna sia diventato spesso viepiù antitetico e non equilibrato come ormai oggi, nel 2021, con tutte le esperienze acquisite negli anni scorsi, dovrebbe essere.
Reduci dall’edizione 2017 di «In viaggio sulle Orobie», il trekking organizzato dalla rivista Orobie, l’impegno e la passione degli autori per la DOL non è certamente di data recente. Questa volta, oltre ad aver percorso buoni sentieri, il suddetto “trio orobico” ha scelto buone parole per raccontarci quello che pensano sull’Alta Via e sui territori che essa attraversa.
Il libro si presenta come una guida facilmente fruibile – corredata di mappa dettagliata – divisa in 5 tappe che collegano le stazioni ferroviarie di Bergamo e Morbegno, 6 se si volesse seguire la variante originale per Colico, e si pone l’obiettivo – tra l’altro dichiarato espressamente nell’intro – di far perdere il lettore, non lungo i sentieri della DOL bensì nella dimensione del cammino.
E devo proprio dire che in questa dimensione mi sono un po’ perso, curiosando tra le pagine della guida. Eh sì, perché è bello trascorrere le giornate in montagna, emozionarsi di fronte ai paesaggi alpini, ma è ancora più bello quando si inizia a conoscere la macchina che definisce e modella l’immagine delle nostre montagne, intese come quei luoghi di incontro tra i molteplici fattori ambientali e umani presenti sul territorio. Forza signori, portiamoci sulla DOL e tra le infinite pieghe che essa ci rivelerà troveremo così tante realtà, così diverse tra loro, che sembrerà quasi incredibile ritrovarle raccolte tutte in un solo volume.
Questo è un passaggio della bella “recensione” (termine in verità inadeguato dacché sminuente – leggetela nella sua interezza e converrete con me!) di Claudio Regazzoni alla guida DOL dei Tre Signori di cui sono autore insieme a Sara Invernizzi e Ruggero Meles, pubblicata sul blog di Claudio “Orobico Dinamico”. Da grande e appassionato cultore della montagna in genere e di quella a cui afferisce la Dorsale Orobica Lecchese in particolare (conoscenza personale che a sua volta ha saputo riservare in un bellissimo e corposo volume, Orobie Trail. 52 itinerari Trail Running dalle Grigne al Lago d’Iseo), Claudio ha saputo cogliere l’essenza e il senso fondamentale della nostra guida, la quale non offre soltanto la descrizione di un itinerario escursionistico con gli annessi e connessi per la sua percorrenza ma è la narrazione di un territorio incredibilmente ricco di bellezze naturali e antropiche la cui esplorazione, sia fatta con la lentezza del cammino o con la vivacità della corsa, può manifestarsi e diventare una vera e propria lettura d’un romanzo del paesaggio, con i suoi tanti capitoli, le sue storie varie e assortite, i suoi innumerevoli personaggi e le altrettanto numerose scenografie ambientali ma, tutto questo, comunque unito e armonizzato da un “filo rosso” che si dipana con spettacolare logica alpestre lungo la dorsale, a sua volta filo morfologico, orografico e geografico che raccoglie e compendia tutte quelle variegate narrazioni in un’unica grande storia: quella della DOL dei Tre Signori, appunto.
Ringrazio di cuore Claudio Regazzoni per il suo “testo critico” (ecco, è quasi più questo che una mera recensione) sulla DOL dei Tre Signori e sulla nostra guida, augurandomi che insieme si possa sempre più evidenziare e valorizzare come dovuto la grande bellezza di montagne così affascinanti e appassionanti.
Cliccate sull’immagine per leggere il testo di Claudio Regazzoni nella sua interezza, oppure qui per saperne di più sulla guida DOL dei Tre Signori.
[La mulattiera di origine medievale che sale al borgo di Savogno, nella Val Bregaglia italiana (Sondrio). Immagine tratta da qui.]
Questa bella Provincia[1] seminata da paesaggi in apriche giacenze, non vantava migliori comunicazioni delle nostre[2]. A volo d’uccello sorridenti e pittoreschi, questi paesaggi calcati col piede offrivano le medesime mostruosità. Viuzze serpeggianti, anguste, informi, che dall’imo dell’abitato ascendevano al sommo per intrecciarsi in un labirinto di andirivieni, senza uno sfogo riconoscibile. E come all’interno, così le comunicazioni dall’uno all’altro paese erano parimenti viziate. All’insù ed all’ingiù, ora a destra, ora a manca fin a che con fatica, strapazzi a perditempo vi si perveniva.
(Daniele Marchioli, Storia della Valle di Poschiavo, 1886, pag.201.)
Aaah, come cambiano i tempi, le visioni del mondo, la relazione coi luoghi che abitiamo, la percezione dei paesaggi! Nell’Ottocento si spregiavano le antiche vie rurali che percorrevano i monti – in tal caso della Valtellina o dei Grigioni, ma il discorso vale per ogni regione montana – desiderando nuove e più moderne vie di comunicazione; oggi, che abbiamo nastri d’asfalto tanto ampi e rapidi quanto perennemente intasati di traffico e di smog e così caotici da svilire l’esperienza più autentica del “viaggio”, torniamo a considerare e ad amare le “mostruose” viuzze serpeggianti, anguste, informi sui monti lungo le quali non vediamo l’ora di provare fatica e strapazzi a perditempo ovvero il piacere della lentezza, della quiete, dell’avere il tempo di guardarsi intorno, di cogliere le tante bellezze che ogni luogo offre, di sentirci accolti nel loro paesaggio. Ma non è una mera e banale questione del tipo “si stava meglio quando si stava peggio”, no: è un generare in sé l’adeguata consapevolezza della relazione che dobbiamo intessere con il mondo che abbiamo intorno e, soprattutto, con la nostra presenza ed essenza in esso. Certamente serve la strada veloce che ci permetta di svolgere proficuamente gli impegni quotidiani (quando non sia ingolfata dai troppi automezzi in circolazione, appunto) ma in senso assoluto – e assolutamente umano – non serve più di quanto ci è utile la tortuosa mulattiera che lentamente, e richiedendo fatica a volte intensa, sale il fianco della montagna portandoci in alto, sopra quel mondo sempre troppo inquinato da fumi e da insensatezze assortite, lassù dove abbiamo più tempo non solo per guardarci intorno ma pure per guardarci dentro. E magari scoprire che più il “dentro” e il “fuori” si assomigliano e risultano armonici, più ci sentiamo bene.
In fondo lo sosteneva Walter Bonatti, uno che in tema di “salite verso l’alto” nonché di “viaggi” nel senso più pieno del termine è stato tra i più grandi di sempre, che «Chi più alto sale, più lontano vede; chi più lontano vede, più a lungo sogna». Ecco, è ancora così e lo sarà sempre, già.
[1] Il riferimento è alla provincia di Sondrio, dunque alla Valtellina.
Solo qualche giorno fa (maledette Poste Italiane!) ho ricevuto il “cadeau natalizio” 2020 di Hortensia, realizzato da Vittorio e Pietro Peretto che ringrazio di tutto cuore, e come ogni anno (a prescindere dal ritardo – dannate Poste Italiane!) aprire la busta e scoprirlo è un piacere raro, dacché altrettanto raro è trovare qualcosa di così apparentemente semplice eppure tanto profondo, per diversi aspetti.
Quest’anno i Peretto di Hortensia hanno realizzato un libricino fotografico dedicato alla Val d’Intelvi, loro abituale buen retiro (e non solo) nonché zona tra le più belle e particolari delle Prealpi Lombarde, le cui immagini assai suggestive sanno narrare in modo intrigante la peculiarità del territorio intelvese e dei suoi numerosi angoli di sublime paesaggistico e naturale.
Così si legge, nella prefazione di Mal d’Intelvi (titolo significativo tanto quanto programmatico, per così dire!):
Si può interpretare il camminare come un prendersi cura dei luoghi. La frequentazione, la conoscenza ed il riconoscimento, sono parti di una stessa esperienza che si alimenta di mappe cartacee e mappe mentali oltre che di suole consumate.
Entrare in un bosco, di cui la Val d’Intelvi è ricca, vuol dire attraversare il tempo, ritrovare gesti, camminare su piste di cervi, immergersi nel profumo dei maggiociondoli, scoprire macchie di equiseti.
Valle particolare, con due fiumi che scendono su versanti opposti, ricca di testimonianze d’arte soprattutto di quell’epoca straordinaria di globalizzazione ante litteram che fu l’età Barocca.
Un altro piccolo/grande gioiellino di poetica visiva, insomma, manifestazione d’affetto profondo per la Val d’Intelvi ma pure, in fondo, per tutta quella montagna morfologicamente meno spettacolare e non così turisticamente patinata eppure dotata d’una delicata e al contempo fremente bellezza e di un fascino sospeso nel tempo ma capace di imprimersi a fondo nell’animo di chiunque sappia percepirne e recepirne l’essenza.
Potete scaricare Mal d’Intelvi in formato pdf da qui.
Come gli anni scorsi, in occasione di queste pubblicazioni “natalizie”, per ogni copia Hortensia devolve un contributo all’Ospedale San Carlo Borromeo – Progetto Pediatria, per la comunicazione e promozione delle attività ludico-didattiche della Scuola in Ospedale.
Se desiderate dare il vostro contributo: Cooperativa sociale arl Onlus AllegroModerato, Codice Iban IT33T0335901600100000062050, c/c 1000/62050 presso Banca Prossima.
AllegroModerato è un’associazione di disabili che opera nel reparto di pediatria del San Carlo da anni e si adopera per il bene dei pazienti attraverso la musica. L’associazione ringrazierà personalmente per ogni donazione (anche se piccolissima): basta indicare il vostro nome.