Incontri whitmaniani

Questa mattina, come sempre, scendevo in auto prima delle 7 dalla mia dimora montana verso valle lungo l’abituale strada che per buona parte corre attraverso fitti boschi. D’un tratto sulla sinistra si stacca un sentiero secondario che affonda nel verde arboreo e si dirige verso alcuni edifici rurali. Non so per quale istinto, mentre guidavo, ho guardato nel varco creato dalla traccia nel bosco – non lo faccio quasi mai dacché non ve n’è motivo, quel sentiero non ha granché interesse escursionistico, è solo di servizio alle baite ove porta, fatto sta che ho guardato in quella direzione e sul sentiero, a pochi metri dalla strada e non ancora nascosto dall’ombra boschiva, ho visto un bellissimo capriolo, apparentemente giovane o, forse, una femmina, probabilmente acquattato lì in attesa di non udire più alcuno suono umano per sentirsi sicuro nell’attraversare il tracciato stradale e continuare oltre.

Una visione simile a quella della foto qui sopra, solo un po’ più da lontano.
Che in sé, quest’incontro pur fugace non ha avuto niente di speciale, sia chiaro; non è il primo e non sarà certamente l’ultimo. Però, ecco, a viverlo di primo mattino, all’inizio d’una nuova giornata di ordinaria quotidianità, be’, è sicuramente bello e forse più suggestivo che in altri contesti.

Giusto per caso, qualche giorno fa mi sono ritrovato di fronte, in un testo che stavo leggendo, quel celebre passaggio del Canto di Me Stesso, da Foglie d’Erba, nel quale Walt Whitman scrive parole che, mi viene da pensare, sembrano adatte anche a quella mia visione mattutina – e non solo alla circostanza odierna, d’altronde:

Credo che potrei voltare la schiena e andare a vivere con gli animali, così placidi e contenti,
Mi fermo e li contemplo per ore e ore.
Non s’affannano mai, non gemono per la loro condizione,
Non vegliano al buio a piangere i loro peccati,
Non mi danno disgusto discutendo sui loro doveri verso Dio,
Nessuno è insoddisfatto, nessuno impazzisce per smania di possedere,
Nessuno s’inginocchia davanti a un suo simile, né ad altri della sua specie vissuti migliaia di  anni fa,
Nessuno è rispettabile o infelice per la terra universa.
Essi mi rivelano i loro rapporti con me e io li accetto,
Mi recano testimonianze di me, e dimostrano chiaramente che le hanno in loro possesso.
Mi chiedo dove mai abbiano raccolto queste testimonianze,
Forse anch’io sono passato da quelle parti, tempi infiniti or sono, e con negligenza le ho lasciate cadere?

Pazzia in forma di viaggio

[Vincent van Gogh, Il pittore sulla strada per Tarascona, 1888. Immagine tratta da qui.]

La definizione di fugueur mi sembrava più attraente dell’ormai abusato flâneur. Fugueur aveva il gusto dell’imprecazione, degna di un piantagrane qualsiasi che rimugina sulla propria latta di tabacco in una trincea delle Fiandre. Fugueur era la classificazione più adatta alla nostra camminata, alle nostre parentesi mensili e passeggere di malattia mentale. Pazzia in forma di viaggio. A farci scendere in strada era la pressione crescente della vita in città (io) e in campagna (Renchi). Il bello delle nostre escursioni era la possibilità di amplificare la percezione della realtà all’indicativo presente, di staccarci per un breve lasso di tempo dai trucchi degli illusionisti della comunicazione, dei venditori di frottole e dei bugiardi salariati. Fuga come deriva e frattura. La storia del viaggio si può ricostruire soltanto grazie a un certo tipo di ipnosi, un promemoria mentale fatto di diari o album di fotografie. Documenti che provano l’esistenza di ciò che potrebbe non essere mai accaduto. La fuga è un corso di sopravvivenza psichico che rende sopportabile una vita parallela da gasista, assistente sociale o scribacchino.
Il cammino dei pazzi ha un’immagine chiave: Il pittore sulla strada di Tarascona di Van Gogh (1888). (Assieme alle rielaborazioni ossessive di Francis Bacon del quadro scomparso.) L’originale andò perso nella Seconda guerra mondiale, con la distruzione del Museo di Magdeburgo. Cappello di paglia, tra le braccia il fardello dei ferri del mestiere, un uomo si volta a incrociare lo sguardo dello spettatore. L’artista è una versione del pellegrino di Bunyan. «È l’abbozzo di un autoritratto» scrive Vincent al fratello Theo, «pieno di scatole, utensili e tele sulla strada assolata.» La strada è accecante. Un’ombra distorta lo segue. Lo spirito del fugueur è esattamente questo.

[Iain SinclairLondon Orbital. A piedi intorno alla metropoliIl Saggiatore, 2016, pagg.162-163.]

Ci ritornerò a breve, qui sul blog, su questa suggestiva idea di chi e cosa sia il fugueur ovvero del camminare inteso come “pratica di fuga“. Concetti molto interessanti e illuminanti i quali meritano una più approfondita riflessione, senza alcun dubbio.

Land (&) art

Che cosa è l’arte, signore? È la natura concentrata.

Così scrive Honoré de Balzac nelle Illusioni perdute: e se una tale affermazione la si può facilmente contestualizzare alla rappresentazione artistica dell’ambiente naturale – o del “paesaggio”, ma il termine non sarebbe corretto, come sapete – così come altrettanto facilmente si può trovare Natura e paesaggio in opere artistiche anche non figurative, meno facile risulta fare l’opposto: trovare concentrazione di arte nella Natura. O, per meglio dire, nel territorio naturale che sia stato antropizzato, nel quale l’uomo sia intervenuto elaborandone la morfologia e la geografia – e dunque ove lo abbia fatto senza guastare e dissestare lo stato di fatto naturale precedente.

[Sol Lewitt, Wall Drawing 565, 1988; immagine tratta da qui.]
[Vigneti nella regione del Markgräflerland, Baden-Württemberg, Germania; immagine tratta da Google Maps.]
Tuttavia, quando di arte nella Natura se ne possa trovare, nel senso di opera umana in armonia con il territorio naturale e quindi, a suo modo, espressione anche estetica oltre che architettonica, tecnica, ecologica eccetera, allora probabilmente avremo la fortuna di godere d’un luogo che, come la migliore opera d’arte, soddisfa la nostra ricerca del “bello” e ci fa stare bene in esso. Che sono poi condizioni tra quelle fondamentali per le quali la relazione tra l’uomo e i luoghi abitati e vissuti raggiunge il suo apice e rende quella parte di mondo un “bel” posto. In fondo i “bei paesaggi” sono proprio questi: luoghi la cui bellezza non la cogliamo e ammiriamo solo fuori ma ce la sentiamo dentro di noi.

Paesaggi cacofonici

Tuttavia, il danno è fatto. Il paesaggio è distrutto. Ora viviamo in un luogo inarmonico. Questa cacofonia, se è insopportabile per le anime sensibili, installa nelle anime insensibili il bisogno di andare oltre attraverso quei falsi modi in cui esse sperano di trovare una sorta di soddisfazione che avevano e che ora non hanno più. Così, dopo tutta una regione, un intero paese può diventare brutto e sempre di più perché, all’origine di questa bruttezza, c’è qualcuno che pensa al profitto invece di pensare all’architettura. Un’intera popolazione si ritrova a disagio, senza sapere perché.

(Jean Giono, La Chasse au Bonheur, Ed. Gallimard, 1988, pag. 130; inedito in Italia. Nell’immagine: uno dei tanti esempi di cementificazione selvaggia e assolutamente cacofonica lungo le coste italiane; cliccateci sopra per visitarne la fonte.)

Will Self, “Dr Mukti e altre sventure”

In verità io, di Will Self, ora non volevo leggere un’opera letteraria ovvero di finzione, anche se poi l’autore britannico mi era noto unicamente in questa veste. Poi, leggendo London Orbital di Iain Sinclair ho scoperto la sua notevole produzione psicogeografica, prodotta attraverso collaborazioni come columnist con alcuni dei principali giornali britannici e confluita poi in libri purtroppo non (ancora) editi in italiano. Per tale motivo, avendo nel reparto “libri da leggere” della mia biblioteca domestica Dr Mukti e altre sventure (Mondadori, Piccola Biblioteca Oscar, 2009, traduzione di Vincenzo Latronico; orig. Dr Mukti and Other tales of Woe, 2004), e avendo matura la curiosità di leggere qualcosa di Self, mi sono dedicato a tale opera ovvero raccolta di racconti – cinque, tutti piuttosto lunghi e in particolare il primo che dà parzialmente il titolo al libro.

Will Self scrive benissimo, l’accostamento da molti proposto alla produzione e allo stile di Salman Rushdie non è affatto campato per aria, anche se il surrealismo di Self è meno mitologico e più legato alla realtà contemporanea rispetto a quello di Rushdie. La componente psico- è ben presente, la si ritrova alla base di buona parte dei testi ed è forse l’ambito dal quale l’autore sa estrarre la più evidente componente ironica dei testi – anche se dovete prendere l’attributo “ironica” in modo parecchio lascio: non aspettatevi di ridere a crepapelle nel corso della lettura. Per tali motivi i testi si leggono con un certo piacere e tuttavia, per tutti quanti (eccetto l’ultimo, forse), la cosa che viene da pensare una volta conclusa la lettura è: «Ok, e quindi?» []

[Immagine tratta da lf-celine.blogspot.com, fonte qui.]

(Leggete la recensione completa di Dr Mukti e altre sventure cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)