Certa politica di montagna, spiegata bene e rapidamente

Effettivamente, a volte, per capire lo stato dell’arte della politica nei territori di montagna non servono chissà quali ponderatissime analisi o elucubrazioni super articolate.

Basta molto meno, spesso.

Ad esempio, basta notare la grandezza dei caratteri dei titoli sulle locandine degli organi di stampa. Che non a caso risulta sempre direttamente proporzionale all’entità del vociare dei rappresentanti della suddetta politica. Già.

D’altro canto, una società che ancora oggi si fa inquietare (forzatamente) più dalla presenza di qualche animale selvatico (al netto dell’ovvio e necessario supporto agli allevatori negli alpeggi, al riguardo) che dalla mancanza nei propri paesi dei fondamentali servizi di base, è quanto di più funzionale a quei titoloni. E di meno necessario alle proprie montagne, ma evidentemente questo conta meno.

Chissà se i genitori dei bambini disabili della Valtellina prima o poi si vedranno costretti ad andare a vivere altrove per la mancanza in valle dei servizi di assistenza e supporto a loro necessari oppure per la presenza sui monti dei lupi. Chissà.

“Emergenza Milano”, lunedì 17 aprile

Milano, la città antitetica. Cosmopolita, attrattiva, progredita, olimpica, ma intanto lascia morire gli alberi che pianta tra una cementificazione e l’altra per dirsi “green” (clic), i ciclisti che manda lungo le sue evanescenti ciclabili per dirsi “sostenibile” (clic) e molti suoi abitanti per i livelli di inquinamento che non sa decrescere per evidente tossicodipendenza genetica (clic). La Milano distrutta dalla guerra, poi quella del boom economico, poi della cronaca nera poliziottesca, la «Milano da bere» che va in depressione negli anni successivi ma comunque non si ferma mai, nemmeno a riflettere sugli errori commessi e dunque rinasce (imbruttita però) negli happy hour, nella gentrificazione eternata, nell’Expo e nelle prossime Olimpiadi, sempre più forma e sempre meno funzione, più esclusiva e meno inclusiva, sempre più piena di se stessa e più vuota di abitanti (veri), più City Life e meno living city. Così “avanti” da essere andata oltre pure alla propria anima, Milano è una città meravigliosa e «tutta da rifare» (cit.). O almeno per un bel po’.

Quello di lunedì prossimo 17 aprile a Milano, al quale si riferisce l’immagine in testa a questo articolo, rappresenta un buon tentativo al riguardo. Per saperne di più, qui trovate l’evento Facebook con ulteriori link utili e il form per l’iscrizione in qualità di associazione/ente.

Milano, la città “green” che uccide gli alberi

Ho sentito poco fa alla radio che il grande platano di Piazza Buozzi a Milano è stato abbattuto, nonostante le proteste di molti cittadini prestigiosi e comuni – e tra i primi annovero i cari amici Paolo Canton e Giovanna Zoboli, che ne hanno scritto con passione sulle rispettive pagine Facebook. Insieme al platano, altri alberi milanesi storici sono stati o stanno per essere abbattuti: i glicini secolari del Circolo degli Ex Combattenti di Piazza Baiamonti, un grande nespolo e altri alberi che sono parte integrante del paesaggio del quartiere Sarpi-Garibaldi, i tigli del giardino comunitario dedicato testimone di giustizia Lea Garofalo, eccetera.

Io sul serio mi chiedo che testa abbia una città – ovvero i suoi amministratori – che cancella dal paesaggio urbano presenze vive e identitarie come i suoi grandi alberi, autentici marcatori referenziali nella geografia cittadina che nei decenni hanno assunto non solo una valenza storica ma pure un valore antropologico, stante il legame con essi degli abitanti dei rispettivi quartieri, e al contempo si gonfia boriosamente il petto annunciando un giorno sì e l’altro pure di piantare totmila nuovi alberi in giro per la città molti dei quali, per mero menefreghismo manutentivo, ecologico e civico, vengono lasciati morire – ma nel frattempo la propaganda mediatica ha generato i soliti titoloni osannanti la “Milano Green”, la “metropoli sostenibile” e via cianciando, con gran soddisfazione degli amministrazioni suddetti.

Sia chiaro: su che testa abbiano una risposta piuttosto franca ce l’avrei, anche solo per come un tale modus operandi politico metta in evidenza non solo un gran menefreghismo ma pure una totale incapacità di cogliere e interpretare il senso culturale profondo del paesaggio della propria città, ovvero per come segnali una sostanziale disconnessione dalla sua anima, dal suo Genius Loci, dalla sua identità di luogo.

«Era solo un vecchio albero malato!» ribatterà qualcuno. Be’, a parte il fatto che la scusa della malattia arborea viene sempre tirata in ballo, con una tale frequenza da far pensare inesorabilmente male circa la sua veridicità (che poi, se tutti questi alberi sono veramente malati, la colpa è comunque da ascrivere agli amministratori pubblici che non li hanno fatti curare a dovere), sì, era solo un albero. Come era un solo altro albero il glicine di Piazza Baiamonti, solo uno il nespolo di Sarpi, “solo uno” ogni altro grande albero abbattuto nei mesi scorsi. E qual è la somma complessiva di tutti questi “solo uno”? Eccola qui:

Nel periodo 2020-2021 Milano ha cementificato 18,68 ettari di territorio entro il suo perimetro amministrativo. Un numero che è il risultato di una accelerazione incredibile se paragonato ai 2,32 ettari del 2019-2020. Questo significa che nell’ultimo periodo monitorato dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), Milano ha innalzato il consumo annuo di suolo di otto volte.

Milano “green”. Greenwashing, già. Greenshaming, per ancora meglio dire.

(La foto del platano di Piazza Buozzi in testa al post è di Matteo Maculotti.)

La (solita) politica delle patate

Qualche anno fa il presidente dell’Iran Mahmud Ahmadinejad, giunto a fine mandato e desideroso di farsi rieleggere, per conquistare il voto degli elettori iraniani fece distribuire 400mila tonnellate di patate, soprattutto tra le classi meno abbienti del paese le quali peraltro già rappresentavano la sua principale base elettorale. Per la cronaca, Ahmadinejad vinse le elezioni, ma poi le cose per l’Iran e la sua gente non andarono proprio benissimo: lo possiamo ben constatare oggi.

Quella mossa elettorale di Ahmadinejad, che sembrò (e sembra tutt’oggi) così rozza e anacronistica, risulta in fondo tipica dei sistemi politici dei paesi meno civicamente e culturalmente progrediti, nei quali all’assenza di competenza democratica diffusa nella società si sopperisce da sempre con elargizioni ben più materiali dunque più facilmente comprensibili, meglio ancora se in grado di generare tornaconti terzi. Ovviamente, per l’Iran di Ahmadinejad non erano tanto importanti le patate in sé e il fatto che fossero cibo utile ma la loro elargizione e l’inesorabile riconoscenza (per così dire) generata.

Ecco. Ogni eventuale riferimento a cose accadute, persone esistenti o paesi altri non è così puramente casuale.

Migrazioni e politica, chiacchiere e meschinità

[Immagine tratta dal profilo Twitter dell’Agenzia Ansa.]
Da qualsiasi parte la si osservi e analizzi, la gestione europea della questione migratoria resta profondamente vergognosa e indegna di quella parte di mondo che si ritiene la più avanzata e civile del pianeta.

Gli ultimi drammatici episodi, dei quali il naufragio di Cutro è tra i più tragici ma niente affatto isolato (e di certo la tragicità di questi fatti non può essere determinata dal mero numero di morti, come se il problema sussistesse solo se accadono naufragi da un tot di decessi in su), hanno semplicemente rimesso in evidenza una volta di più la gravità della situazione in corso ormai da decenni. Ciò almeno fino a che i media avranno voglia di occuparsene, ovvero fino a che la politica fingerà di dibatterci sopra fornendo alla stampa le solite parole tanto belle e nobili quanto ipocrite e vuote di sostanza (se non slogan beceri e vergognosamente strumentalizzanti), nel frattempo facendo spallucce e semmai dando le colpe a quello che le schiverà e scaricherà a quell’altro e così via, funzionalmente a far che alla fine le responsabilità non siano di nessuno e tutto vada avanti come sempre – quello che tanti sperano in fondo. D’altro canto, a breve, qualche nuova questione più o meno emergenziale (delle quali l’Italia abbonda, lo sappiamo bene) devierà nuovamente lo sguardo della stampa e l’attenzione del pubblico e ogni cosa sarà dimenticata, con gran soddisfazione della politica.

Personalmente – da quel signor nessuno che sono, inutile dirlo – è da anni (si veda qui) che vado sostenendo che la questione dell’immigrazione non può e non potrà essere risolta e tanto meno gestita al meglio, a livello politico, finché non verrà compresa sul suo piano fondamentale che è quello antropologico, il quale ne sottintende altri – quello storico, quello geografico, sociologico, ambientale eccetera – ma che, appunto, appare come l’ineluttabile contesto entro il quale bisogna analizzare e comprendere la questione sì da trarne qualsiasi metodologia operativa sul campo, la più restrittiva come la più accogliente nel rispetto delle normative internazionali vigenti. Non li si vuole far arrivare sul suolo europeo? Bene, si faccia qualcosa in tal senso. Li si vuole accogliere e integrare? Bene, si faccia qualcos’altro in tal senso. Insomma: la questione non è più tanto attuare questa o quell’altra cosa ma fare qualcosa. Invece qui non si fa nulla, da decenni girando le spalle alla messe di morti di donne, uomini e bambini (26mila morti in dieci anni solo nel Mediterraneo) la cui unica colpa è stata quella di sperare in un futuro migliore, e che se ciò sia lecito o meno non è per nulla “motivo” per lasciarli morire come avviene, calpestando criminalmente qualsiasi loro dignità.

Ovvio che per fare quanto sopra occorre la combinazione di due cose parimenti fondamentali: competenza rispetto al fenomeno e volontà di gestirlo (ve ne sarebbe una terza che tuttavia non sarebbe nemmeno da citare: l’umanità). Invece, il mix strumentale di razzismo e xenofobia resta la forma mentis fondante del (non) agire politico, così come la pericolosità del mare (o del clima, su altre rotte continentali) resta il principale “metodo di gestione” dei flussi migratori: in pratica, più ne crepano e meno se ne hanno da gestire nei vari centri di accoglienza e da regolarizzare. Amen. Tutto il resto – la bieca “differenza” tra rifugiati politici e migranti economici, i corridoi umanitari sempre annunciati e mai realizzati, l’aiutarli a casa loro mai messo in atto, la persecuzione delle ONG che con i loro salvataggi evidenziano il menefreghismo delle istituzioni, eccetera – sono solo chiacchiere e meschinità.