La montagna “bipolare”

«Sci, ultime discese di una stagione d’oro.»
«La stagione è andata molto bene.»
«In questi giorni le temperature sono alte, quindi verificheremo se riusciremo a garantire tutte le piste.»
«Martedì le condizioni della neve non erano ottimali, quindi, avendo ricevuto qualche lamentela, abbiamo deciso di tenere chiuso per qualche giorno.»
«Negli ultimi giorni non è stata facile da gestire viste le alte temperature.»
«Valuteremo nei prossimi giorni se sarà fattibile continuare.»

Certo che oggi è veramente dura la vita dei gestori dei comprensori sciistici!

Le dichiarazioni che avete letto qui sopra (le ho trovate qui) sono di alcuni di essi, referenti di altrettante stazioni sciistiche bergamasche: comprensori con piste per buona parte sotto i 2000 m di quota dunque in totale balìa del cambiamento climatico – ma è inutile rimarcare che dichiarazioni simili le si possano riscontrare ovunque sulle montagne italiane. Costretti, quegli impiantisti, da un lato a far credere che tutto vada per il meglio, dall’altro a dover ammettere, seppur a denti stretti, le crescenti difficoltà che rendono sempre più aleatoria la loro attività. Un atteggiamento forzatamente bipolare, insomma, che palesa chiaramente ciò che essi non possono ammettere, ovvero la consapevolezza che i loro comprensori sciistici hanno gli anni contati e di contro l’incapacità di capire cosa fare. O la non volontà di fare qualcosa, per motivi diversi ai quali non sanno sottrarsi.

D’altro canto capirete bene che legare un’attività imprenditoriale in un territorio già di suo difficile come quello montano, alla quale in modi più o meno leciti e giustificati si rimanda l’economia dell’intero contesto locale, al «verificheremo», al «valuteremo», al «non è stato facile» e al «se sarà fattibile», cioè a una incertezza pressoché totale nel presente e ancor più nel futuro, è cosa che lascia piuttosto interdetti. Non è per niente normale, insomma.

Ma non ero ironico, poco sopra, nel rimarcare quanto sia dura oggi la vita degli impiantisti. Lo è sul serio e non invidio affatto il loro stato. Hanno diritto a tentare di difendere il proprio business sciistico? Sì, ce l’hanno, e in tal senso si può capire che se ne escano con espressioni di esultanza forzate. Hanno diritto di continuare la loro attività? Sì, fino a che essa si dimostri pienamente sostenibile e in grado di reggersi da sola, come deve accadere per ogni impresa commerciale. Hanno diritto di rivendicare la predominanza della loro attività commerciale su ogni altra e per questo pretendere risorse pubbliche a non finire per andare avanti? No, non ce l’hanno: e, appunto, sono loro stessi a dimostrare ciò con quelle loro parole piene di incertezza e inquietudine. Hanno facoltà di ignorare la realtà ambientale – in senso generale – nella quale operano per procrastinare un modello economico-imprenditoriale che non vogliono cambiare? No, per nulla. È bene ricordare loro che non detengono il possesso della montagna e nemmeno l’usufrutto universale o il diritto di fare ciò che ad essi più conviene ma, come tutti, hanno il dovere di fare ciò che più conviene alla montagna e a tutti quelli che la abitano, non solo a chi va dietro ai loro affari – poco o tanto legittimi che siano.

Nella situazione che stiamo vivendo – dal punto di vista ambientale, economico, sociale, culturale – non si può più vincolare la montagna a questa situazione di precarietà e mantenere le comunità residenti ostaggio di un’economia che chiaramente – purtroppo! – è destinata per gran parte a svanire presto, nonostante ciò riservandole fiumi di denaro pubblico su iniziativa di politici miopi e incompetenti che inseguono i propri tornaconti propagandistici e elettorali. Di contro, non si può non fare nulla o quasi per progettare un futuro che rimetta al centro i bisogni, le necessità e il benessere dei montanari, nel quale sia certamente presente anche il turismo (quello sciistico ma non solo) ma in modi ben più razionali, sostenibili e contestuali ai territori e al tempo che stiamo vivendo. In tal senso anche la montagna viene resa forzatamente “bipolare”: da un lato soldi a gogò in attività economiche commerciali prossime alla fine, dall’altro lato nessuna alternativa e per giunta la continua perdita di servizi alla popolazione – sanità, trasporti pubblici, scuole, cura del territorio… insomma, le solite cose ben risapute da tutti meno che dai politici. In altre parole: da un lato la costrizione a un’esultanza svarionata e un po’ delirante, dall’altra la depressione sempre più profonda e tetra. In mezzo, la montagna che cambia – in primis per il clima – e la sostanziale negligenza al riguardo. Va tutto bene? Andiamo avanti così?

Che le risposte a queste domande possano essere le più obiettive, sincere e costruttive possibili.

Sciare a tutti i costi dove ormai non nevica più: l’assurdo caso del Monte San Primo su “L’AltraMontagna”

(Articolo originale pubblicato su “L’Altra Montagna” il 27 marzo 2024; cliccate sull’immagine qui sotto per leggerlo.)

Sono passati all’incirca due anni da quando, su alcuni organi di informazione locali, comparve la notizia di un progetto con il quale si prospettava il ritorno dello sci sul Monte San Primo, nel Triangolo Lariano in comune di Bellagio, provincia di Como. Nuovi impianti di risalita, innevamento programmato, nuove strade e parcheggi nonché l’ipotesi di una nuova seggiovia, il tutto finanziato con 5 milioni di Euro di soldi pubblici. A 1100 metri di quota, in una località che, stante le caratteristiche geografiche e la realtà climatica in divenire, non può più garantire le condizioni atte alla permanenza della neve al suolo (sul San Primo, la cui quota massima è 1682 metri, non nevica più seriamente da anni ormai) e peraltro ha conosciuto in passato diverse traversie nella gestione degli impianti sciistici, aperti, chiusi e riaperti più volte fino alla chiusura definitiva nel 2013.

[Uno dei primi articoli usciti sulla stampa locale nel 2022 che annunciava il progetto sul Monte San Primo.]
Posta la vicinanza della data del 1° di aprile, non pochi alla lettura di quelle notizie che davano conto di un progetto così assurdo – la cui denominazione ufficiale è “OltreLario: Triangolo Lariano meta dell’outdoor” – pensarono a uno scherzo, anche piuttosto ben fatto e divertente per come vi fossero citati enti e amministratori locali aventi effettivamente competenza sul Monte. Invece, malgrado l’assurdità palese, non si trattava di uno scherzo: era – ed è – tutto vero.

La mobilitazione della società civile contro un progetto così scriteriato e avulso dalla realtà del territorio in questione e dalle sue effettive potenzialità riguardo una frequentazione turistica dolce e sostenibile, è stata immediata e imponente, radunando tanto associazioni di varia specie, non solo di tutela ambientale e non soltanto locali, quanto soggetti privati e singoli cittadini, che ben presto si sono riuniti in un collettivo a difesa del monte, il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”. Al contempo è cominciata l’attività di denuncia e di sensibilizzazione sulla questione, incessante e sempre più partecipata, con appelli, comunicati stampa, una raccolta firme di tipo tradizionale, dunque in forma cartacea e non come petizione online, allo scopo di radicare l’iniziativa sul territorio e di farne una manifestazione autentica e consapevole di protesta e diniego nei confronti del progetto, eventi sul monte e incontri pubblici (il più recente ha avuto come ospite Marco Albino Ferrari), la realizzazione del sito web https://bellagiosanprimo.com/ che testimonia tali attività e l’impegno condiviso da tutte le associazioni, ben trentacinque, che oggi fanno parte del Coordinamento, nonché la frequente sottoposizione agli enti pubblici che sostengono il progetto – in primis il Comune di Bellagio e la Comunità Montana del Triangolo Lariano, spalleggiati da Regione Lombardia – della richiesta di un confronto su quanto proposto, di un incontro, un dibattito che innanzi tutto rendesse noti alla comunità locale in maniera chiara e non solo approssimativa tutti gli interventi proposti nel progetto, oltre che, per quanto necessario, una discussione sulla qualità degli stessi e sulle conseguenze, positive e negative, sul territorio e i suoi abitanti. Confronto sempre ostinatamente negato dalle suddette istituzioni, da allora e fino a oggi.

[Alcune immagini invernali del Monte San Primo e di una delle tante manifestazioni a difesa della montagna contro il progetto sciistico.]
Viceversa, la stampa nazionale e internazionale non poteva restare insensibile alla sconcertante assurdità del progetto previsto sul Monte San Primo: decine e decine di articoli giornalistici e radiotelevisivi, tutti documentati nel sito del Coordinamento, hanno reso il “caso San Primo” uno dei più significativi e emblematici di quell’assalto alle Alpi, per citare il noto libro di Marco Albino Ferrari, da più parti e in numerose località perpetrato ma che nel caso del territorio lariano assume inevitabilmente caratteri parossistici. Diversi di quegli articoli hanno utilizzato il termine “follia”: come d’altronde definire un progetto che pensa di riportare lo sci a poco più di 1000 metri di quota, dove non nevica più e se pur nevicasse non ci sono le temperature adatte a mantenere la neve al suolo oppure per produrla artificialmente? Inoltre: il Monte San Primo è una delle zone carsiche più famose d’Italia, con complessi ipogei tra i più vasti del sud Europa: dove si penserebbe di prendere l’acqua necessaria ad alimentare i cannoni sparaneve? D’altro canto “folle” è anche non vedere e comprendere le innumerevoli potenzialità del San Primo dal punto di vista ecoturistico: un monte a un’ora d’auto da Milano e ancora meno dal suo iper antropizzato hinterland settentrionale, dotato di una bellezza paesaggistica unica che diventa manifesta in alcuni dei panorami che offre, celeberrimi in tutto il mondo, di una rete sentieristica di pregevole valore seppur a volte carente di manutenzione, di angoli che paiono fatti apposta per svilupparvi attività di educazione ambientale e didattiche sulla realtà montana e prealpina nonché di un vastissimo pubblico che ama e frequenta il Monte San Primo proprio per tutte queste sue peculiarità, e che il ritorno a una infrastrutturazione sciistica probabilmente allontanerebbe, stante la banalizzazione del luogo imposta da quel modello di frequentazione turistica. Senza contare, in caso di realizzazione delle opere del progetto, il notevole danno ambientale inferto al territorio, nel quale ancora si possono ritrovare i resti ridotti a rottami dei passati tentativi di “valorizzazione” – gli impianti di risalita dismessi, le opere ad essi accessorie, piste e strutture per le mtb e il downhill, addirittura un vecchio battipista…

[⇒⇒⇒ continua su “L’Altra Montagna”, qui.]

Un concorso che premia l’uso parsimonioso dell’acqua

[Foto di Henryk Niestrój da Pixabay.]
Nonostante oggi, a quanto leggo, sia la “Giornata Mondiale dell’Acqua” – “nonostante”, sì, perché a me tali giornate-mondiali-di-qualcosa non piacciono affatto: le loro buone intenzioni originarie s’annacquano (è proprio il caso di dirlo, oggi) in troppa retorica e in altrettanta ipocrisia – voglio segnalarvi una bella iniziativa che con l’uso non retorico ma virtuoso dell’acqua c’entra appieno: d’altro canto, da autore di un libro come Il miracolo delle dighe che, come il titolo palesa da subito, racconta di acque, montane in primis, è questo un tema al quale non posso che rimanere sensibile.

Infatti la Comunità di lavoro Regioni alpine (Arge Alp, i cui membri sono lo Stato Libero di Baviera per la Germania, i Länder Vorarlberg, Tirolo e Salisburgo per l’Austria, le Province autonome di Bolzano-Alto Adige e di Trento nonché la Regione Lombardia per l’Italia e i Cantoni Grigioni, San Gallo e Ticino per la Svizzera) è alla ricerca di progetti che promuovano lo sfruttamento sostenibile delle risorse idriche, le quali sono presenti in abbondanza nelle regioni Arge Alp (come in tutte le Alpi) eppure, nonostante questa dovizia, in periodi di grande siccità come quelli che abbiamo vissuto di recente e che in forza del cambiamento climatico con tutta probabilità diverranno più frequenti in futuro, il tema della disponibilità di acqua resta sempre di grande attualità fondamentale e importanza.

Posto ciò, e visto che la crisi climatica presenta conseguenze importanti sull’intero arco alpino anche più che altrove, quest’anno il Premio Arge Alp è all’insegna del consumo parsimonioso dell’acqua: in che modo è possibile aumentare la consapevolezza nei confronti di una gestione sostenibile e responsabile dell’acqua?

[Foto di Dennis Gries da Pixabay.]
L’obiettivo consiste nel premiare progetti particolarmente promettenti ed esemplari che promuovano la consapevolezza nei confronti di un impiego parsimonioso dell’acqua. Fino al 1° giugno 2024 è possibile presentare iniziative di formazione provenienti dalla società civile (di scuole, associazioni o privati) nonché misure concrete provenienti dal mondo economico (di imprese o start-up) oppure dal settore pubblico (di istituzioni, comuni o città). Saranno premiate le tre iniziative migliori. Sono previsti premi per un importo complessivo di 12 000 Euro.

Il regolamento, il modulo di partecipazione, il consenso al trattamento dei dati nonché ulteriori informazioni sono disponibili su www.argealp.org. Non posso che aggiungere di sperare che il concorso raccolga molte adesioni e tra di esse numerose proposte progettuali realmente importanti e di grande concretezza. Le Alpi ne hanno parecchio bisogno.

N.B.: ringrazio di cuore Giada Bianchi per avermi segnalato il concorso.

Basta poco per capire il “pensiero” di chi vorrebbe riportare lo sci sul Monte San Primo

A volte basta veramente poco per capire “molto”. Bastano poche parole, ad esempio, per comprendere tutto un atteggiamento, un modo di pensiero, un contegno, un comportamento del tutto significativi e emblematici.

Bastano ad esempio poche parole – proferite ad un giornale locale qualche giorno fa (“Giornale di Erba”, edizione del 9 marzo 2024, pagina 26) – del sindaco di Bellagio, il cui comune è capofila dello scriteriato progetto di sviluppo sciistico-turistico sul Monte San Primo messo ormai alla berlina dalla stampa di mezzo mondo, per capire il pensiero che vi sta alla base nei riguardi della montagna, la sensibilità verso la sua realtà, la “cultura” (virgolette inevitabili) che guida le proposte del progetto paventato, al quale chiunque si è ormai detto contrario con la sola eccezione dei pochi amministratori locali che lo sostengono.

Dunque, il sindaco di Bellagio sostiene che le iniziative a difesa del San Primo sarebbero «l’ennesima riedizione del solito mito, che non propone nulla di costruttivo. È un’opposizione ideologica, abbiamo sempre mantenuto la più ampia disponibilità al dialogo con tutti, però per dialogare bisogna essere in due.» Una sfilza di falsità: a parte che non si capisce di quale “mito” si stia parlando (forse intende che lo sia il cambiamento climatico?), è falso che non si proponga nulla di costruttivo, visto che solo pochi giorni fa il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” ha presentato pubblicamente un lungo elenco di proposte assolutamente costruttive per lo sviluppo sostenibile della zona, che peraltro ne compendia molte altre più volte suggerite nei mesi scorsi. È falso che sia un’opposizione ideologica, visto che il Coordinamento riunisce decine di associazioni della più varia natura senza avere alcuna connotazione ideologico-politica, e poi il sindaco dovrebbe spiegare come possa essere “ideologico” opporsi a delle infrastrutture sciistiche a 1100 metri di quota: semmai “ideologico” è proprio il pretendere di imporle senza accettare alcun confronto con la società civile. È oltre modo falso, appunto, che il sindaco, il suo Comune e gli altri enti locali che sostengono il progetto siano rimasti sempre aperti e disponibili al dialogo: l’hanno sempre rifiutato, è attestato dalle numerose richieste d’ogni tipo – verbali, cartacee, email, PEC – inviate a quegli enti alle quali mai è stato risposto. Mai.

Ecco qui palesemente manifestato, grazie a quelle poche parole che rivelano moltissimo, il reale atteggiamento dei politici coinvolti nel progetto: verso il Monte San Primo, il suo ambiente e il suo paesaggio, verso la comunità che lo abita, verso chi lo frequenta, verso il più ordinario buon senso, verso l’onestà intellettuale e morale, verso il valore civico e culturale della pratica amministrativa di un territorio prezioso come il Monte San Primo. Non c’è da aggiungere altro.

Lo sci è un’attività “esclusiva”? Sì, nel senso che esclude tutti gli altri frequentatori delle montagne. Una chiacchierata con Michele Castelnovo, Guida Ambientale Escursionistica

(Articolo pubblicato su “L’AltraMontagna” il 16 marzo 2024.)

Michele Castelnovo (Lecco, 1992), laureato in filosofia, è giornalista e comunicatore per lavoro nonché Guida Ambientale Escursionistica professionista. Con il suo progetto “Trekking Lecco” accompagna spesso gruppi numerosi alla scoperta «della bellezza più autentica delle montagne lecchesi», come scrive nel proprio sito: un’attività che sulla base di una grande passione per la montagna lo rende un profondo conoscitore dei territori montani lecchesi – in effetti per molti versi tra i più emblematici delle Prealpi lombarde posta la loro prossimità alla iper antropizzata area dell’hinterland di Milano – e non solo di quelli.
Qualche giorno fa sulla stampa locale Castelnovo ha espresso alcune considerazioni alquanto significative, in forza della loro peculiarità, sull’impatto culturale della presenza dei comprensori sciistici sulle montagne che li ospitano e vengono attrezzate di conseguenza (ne scrissi anche qui). È da queste importanti riflessioni che si sviluppa una chiacchierata con Castelnovo sugli aspetti culturali della frequentazione turistica delle montagne, còlti e analizzati attraverso la sua esperienza professionale sul campo oltre che, come detto, dalla personale appassionata conoscenza delle terre alte.

Recentemente, scrivendo dei Piani di Artavaggio, in provincia di Lecco, ex stazione sciistica a 1600 metri di quota oggi rinomata meta ecoturistica ma nella quale si vorrebbe ripristinare lo sci su pista con la realizzazione di nuovi impianti, ha espresso una considerazione parecchio significativa: «Dove ci sono le piste la montagna diventa appannaggio degli sciatori. Tutti gli altri frequentatori ne sono esclusi.» Cosa intendeva dire?

«Credo che questo aspetto venga preso poco in considerazione quando si parla di impianti sciistici. Sui regolamenti dei comprensori leggiamo che è vietato percorrere le piste da sci con mezzi diversi da sci, motoslitte e tavole, e che parimenti è vietato percorrere a piedi le piste. Giustamente, certo, per ragioni di sicurezza. Ma così facendo si impone una limitazione alla frequentazione di uno spazio che per sua natura è libero: la montagna. In un certo senso è una privatizzazione di uno spazio pubblico, perché solo una precisa categoria ha accesso a quella porzione di territorio: gli sciatori paganti. Tutti gli altri? Esclusi. Parlo di ciaspolatori, scialpinisti, ma anche semplici escursionisti. Loro non hanno diritto di frequentare quella parte di montagna? Si potrebbe obiettare che potrebbero andare altrove. Ma ci sono territori interi (penso ad alcune zone dell’Alto Adige, ad esempio) dove è praticamente impossibile trovare versanti liberi da impianti.»

Spesso si sostiene che alla montagna contemporanea, anche più di una virtuosa gestione politico-amministrativa, occorra un cambio dei paradigmi e degli immaginari culturali – se non proprio monoculturali, vedi sopra – in base ai quali le persone la frequentano. Da professionista della montagna cosa ne pensa al riguardo, e a suo parere è in corso questo cambio oppure certi modelli elaborati nel passato resistono ancora?

«Come accade ogni volta che c’è un cambiamento significativo, c’è sempre una certa resistenza nell’accoglierlo. Eppure, credo che qualcosa si stia muovendo. La richiesta di attività outdoor sostenibili, dalla pandemia in poi, è in crescita costante e continua. Le persone oggi sono molto più attente alla sostenibilità, sia ambientale che sociale. Ci sono territori in cui anche le istituzioni si sono dimostrate virtuose e lungimiranti nel cogliere e accompagnare il cambiamento in corso. Mi spiace constatare invece che nella mia regione, in Lombardia, siamo ancora molto indietro: la quasi totalità degli investimenti pubblici per promuovere il turismo in montagna va a finanziare l’innevamento artificiale nei comprensori sciistici. Alle altre attività arrivano giusto le briciole.»

In qualità di Guida Ambientale e Escursionistica, con il progetto “Trekking Lecco” accompagna spesso gruppi numerosi alla scoperta di alcuni degli angoli più interessanti delle montagne lecchesi. A proposito di immaginari, cosa vede negli sguardi delle persone che accompagna, e quali emozioni e idee intuisce che elaborino, nel mentre che si trovano a stretto e non mediato contatto con l’ambiente naturale montano?

«Vedo innanzitutto felicità. Ed è la cosa più bella, come una luce speciale che si accende negli occhi delle persone quando sono in montagna. Anche nelle piccole cose. In una delle ultime escursioni abbiamo trovato una salamandra a bordo del sentiero. Le persone che erano con me sono rimaste entusiaste, perché non ne avevano mai viste prima e sono sicuro che rimarrà il ricordo per molto tempo. In un’altra occasione ho chiesto di scrivere su un foglietto, in forma anonima, cosa significasse per ciascuno l’andare in montagna. C’è chi ha scritto che è in montagna trova se stesso, chi ne apprezza il senso di libertà e chi il silenzio, chi ama la sensazione di sentirsi piccoli davanti a un paesaggio maestoso. È stato un momento di condivisione molto intenso. Le persone che partecipano alle mie uscite di solito arrivano dalla Brianza o da Milano e dopo una settimana di lavoro hanno bisogno di staccare dai ritmi forsennati del lavoro in città; oppure si tratta di persone che si sono trasferite qui da poco, che vogliono scoprire il territorio che li ha accolti e al tempo stesso vogliono incontrare persone nuove. Questa cosa mi piace particolarmente: la montagna crea relazioni, da sempre.»

(⇒ L’intervista continua su “L’AltraMontagna”: cliccate qui. Le immagini presenti nell’articolo sono tutte di Michele Castelnovo.)