Gli intellettuali esplosivi

[Foto di Andreas Praefcke, immagine autoprodotta, CC BY 3.0; fonte originaria qui.]

È stata creata una fortezza, piena di esplosivi intellettuali. Da essa volavano i proiettili contro il nemico.

Così disse Oskar Wälterlin, allora direttore della Schauspielhaus di Zurigo, del suo teatro, uno dei più importanti della Svizzera, quando dal 1938 in poi accolse molti attori e artisti scacciati dalla Germania nazista perché ebrei o oppositori del regime hitleriano, diventando «il più importante palcoscenico libero di lingua tedesca» e un «centro europeo della resistenza intellettuale» alle dittature che in quegli anni si erano imposte in molte parti d’Europa. La storia della Schauspielhaus, molto bella e assai emblematica (che peraltro continua tutt’oggi, essendo il teatro pienamente attivo), viene raccontata in questo dettagliato articolo di “SwissInfo”.

A me tuttavia qui preme mettere in evidenza la forza e il senso fondamentali di quell’affermazione di Oskar Wälterlin: la cultura come arma, esplosiva e letale, contro il “nemico” ovvero contro chiunque alla cultura e a ogni ambito ad essa affine – in primis la libertà, condizione essenziale perché la produzione e la conoscenza culturale si diffonda – voglia opporsi. Ed è inutile affermare quanti ancora oggi agiscano in tal modo, senza che si stiano vivendo tempi dittatoriali e liberticidi, almeno formalmente. D’altro canto la cultura è sempre considerata una nemica del potere, proprio perché “sorella di sangue” della libertà, dell’affrancamento sociale e intellettuale, dell’evoluzione umanistica che inevitabilmente è anche evoluzione politica, dunque elemento di evanescenza delle strutture del potere vigente, per loro natura conservatrici (anche, quasi sempre, quand’esse si considerino “progressiste”).

È essenziale che la cultura, e chi la produca e se ne faccia strumento, mantenga costantemente la propria esplosività, la carica “virtuosamente bellicosa” contro i suoi nemici. Ed è fondamentale che gli intellettuali (termine che a me non piace, qui lo uso come mera definizione di facile comprensibilità) siano coscienti di questa loro energia potenziale, di questo poter essere armi di difesa della libertà ovvero di attacco contro chi la osteggi, forse le più efficaci che vi siano al riguardo. Non esiste e non esisterà mai una “cultura di potere” o “di regime”, conformata e adeguata a qualsiasi autorità che governi attraverso strumenti coercitivi e illiberali, anche solo nella forma: ove si manifesti in questo modo, semplicemente non è cultura, è una sua deprecabile pantomima. Invece, in una società realmente evoluta e avanzata accadrebbe il contrario, sarebbe il “potere” ad appoggiarsi alla cultura – seppur la relazione tra i due elementi sarà sempre difficile: trattasi comunque di una possibile e non spontanea attrazione di opposti dalla conciliazione fin troppo delicata, almeno finché non esisterà un potere che promuova in modo crescente la libertà (spoiler: è pura utopia, visto che, al termine di un tale processo, dovrebbe autosopprimersi!)

Dunque, mi chiedo: lo sanno ancora, quelli della cultura, sono ancora consci della missione che devono portare avanti? Ce l’hanno ancora la carica esplosiva e l’innesco pronto? I “proiettili” – di cultura, arte, intelligenza, creatività, conoscenza, sapienza… l’arsenale è ben ampio al riguardo – sono ancora puntati contro i nemici? Oppure no?

Ecco. Il dubbio sovente ce l’ho, che in molti casi non sia più così, ma spero di sbagliarmi.

Banane e Mars

[La famosa banana di Andy Warhol sulla copertina di The Velvet Underground & Nico, il celeberrimo primo album dei Velvet Underground, 1967. Cliccateci sopra per saperne di più.]
(È un post un po’ strano, questo. Sappiatelo.)

Il bello del diventare pienamente adulti – ovvero diversamente giovani, o altri modi similari per affermare con elegante nonchalance che si sta invecchiando (e io a breve ne faccio 49, di anni, anche se mi sento più giovane di un dodicenne) – è che ci si può credere assennati, accorti, giudiziosi, sagaci, saggi eccetera, cioè dotati del consono senno per far cose che in età giovanili si sarebbero dette avventate e in qualche modo rischiose.
Invece, adesso, be’, volete mettere? Cinquant’anni (per me quasi, appunto), mica son più un ragazzino, eh, ci mancherebbe, so cosa faccio!

Ecco.

Ho mangiato una banana.
Una sorta di frutto proibito, per me, che da ragazzino lo adoravo ma che una volta sullo stomaco mi diventava più arduo da digerire di un blocco di titanio.
Adesso invece chissà, forse non andrà più così, pure il mio apparato digerente sarà maturato, mi auguro, e comunque sono quasi maggiorenne alla tripla potenza e vaccinato che mi manca solo quello per il coronavirus, che diamine, dunque amen!

Tuttavia, ammetto di aver fatto anche di peggio, qualche tempo fa. Già.
Ho mangiato un Mars.
Sì, la nota barretta al cioccolato.
Pure quella la adoravo, da bambinetto (il che mi associa inopinatamente a Saddam Hussein, ma questo è un altro discorso), vuoi anche perché il suo consumo mi veniva (fortunatamente – per il mio fegato, in primis) centellinato dai miei genitori.
Be’, ne ho mangiato una dopo almeno 35 anni dall’ultima gustata, nel tentativo, in effetti piuttosto riuscito, di rivivere sensazioni preadolescenziali in lentissima, certamente inesorabile ma al momento non ancora definitiva evanescenza, nella mia memoria.

Poi, ovviamente, ci sono altre prerogative che si manifestano quali peculiarità positive ovvero proficue dell’avanzare dell’età e del conseguimento di quello stato di maturità anagrafica di cui ho detto all’inizio. Ma non c’entrano con le banane e il Mars, dunque, nel caso serva, ne parlerò un’altra volta.

(Ve l’avevo detto che era un post un po’ strano, eh!)

Che “ridere”, i razzisti!

[Foto di Clay Banks da Unsplash.]
A prescindere dai vari episodi registrati negli anni dalle cronache, inclusa l’ultima vicenda di George Floyd, fa sempre parecchio sorridere – in senso sarcastico, sia chiaro – l’atteggiamento dei razzisti e degli xenofobi nei confronti degli individui contro i quali si scagliano. È “divertente” e grottesco vedere come essi, con quei loro atteggiamenti e con le parole che li accompagnino, siano convinti di mettere in atto una prova di forza e di superiorità verso i loro “bersagli”, sui quali si vogliono mostrare e far credere vincenti, quando il loro modo di agire è la prova perfetta, ancorché non necessaria, della loro debolezza, dell’inferiorità e della sconfitta che stanno subendo, la quale ha origine proprio dalla fobìa incontrollata ovvero da una condizione psicologica di timore e di conseguente soggezione. Sarebbe logico, d’altro canto, avere paura di ciò verso cui ci si dice più forti e superiori? Ovviamente no: non c’è nessuna logica in tale comportamento, ovvero c’è ma nel senso opposto a quello che razzisti e xenofobi vorrebbero fra credere, ove essi si rendano conto di essere la parte perdente del confronto e reagiscano in modo così disperato, e disperatamente irrazionale, esattamente come chi sia costretti a impegnarsi in un confronto sapendo già di uscirne sconfitto.

Ma, credo, c’è un’altra evidenza piuttosto palese dalla quale si genera la fobìa e l’odio verso l’altro ritenuto “nemico”, sia esso l’immigrato, lo straniero, la persona LGBT, la donna, eccetera. C’è l’evidenza che quegli individui fobici e violenti capiscono perfettamente – e non riescono a negarselo: anche da questo nasce la loro aggressività, che è pura, irresolvibile frustrazione – che i “loro” nemici sono, o possono essere, migliori di loro. Ad esempio, nel caso italiano, razzisti e xenofobi che si scagliano contro gli immigrati sanno bene che, salvo le ovvie eccezioni, tali immigrati se ben eruditi ai valori e alla cultura del paese ove sono giunti, e se inclusi in modo virtuoso nella sua società civile, sarebbero, sono e saranno cittadini migliori di quei razzisti (e non ci vuole molto per esserlo, d’altro canto). Ciò fin dalle basi, ovvero dal saper evitare di assumere quegli atteggiamenti tanto incivili e barbari, propri di persone indegne di essere considerate “contemporanee” e prive di valore umano. Atteggiamenti che sono qualcosa di antitetico al senso stesso di “società nazionale”, ancor più se interpretata nei modi che quelle stesse persone portano a loro pregio ma che nel concreto invece la società la indeboliscono fino a farla implodere su se stessa ben più di qualsiasi “invasione” (o di altre simili invenzioni), altra prova in forma di schizofrenica ossessione della loro estrema debolezza.

Un anno

Ormai è già un anno – trascorso da qualche giorno – che Loki sta collaborando con me in veste (dopo l’adeguato tirocinio) di segretario personale a forma di cane oltre che, certamente, di miglior amico. E non posso che confermare ciò che tanti amici e conoscenti mi dicevano, al riguardo: non esiste nessuno come un “animale” in grado di insegnare l’umanità a noi che “umani” ci definiamo su basi a volte ingiustificate. Come ad esempio quando ci permettiamo di chiamare gli animali bestie, con accezione inesorabilmente dispregiativa, ma principalmente per tentare (e credere) di autogiustificarci una bestialità talmente crudele che invece nessun animale, anche il più “feroce”, ha mai – e sarebbe mai – in grado di manifestare.

Ecco, be’, forse solo calzini e magliette e altre cose affini non la pensano così (se di pensare fossero in grado); d’altro canto devo riconoscere a Loki che, dopo averle masticate e mangiucchiate, le ripone con un certo ordine nella sua cuccia senza lasciarle in giro per casa, dunque dimostrando maggior virtù anche a tal riguardo rispetto a molti umani.

Il principio iconoclasta

[Rimozione della grande croce di Stadelhofer, Zurigo, nel periodo dell’iconoclastia calvinista. Da Illustrierte Reformations-Chronik di H. Bullingers, 1605. Immagine di Roland Fischer, Zürich; Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0; fonte qui.]
E se invece lo stesso principio iconoclasta che oggi abbatte i monumenti di personaggi dalla storia più o meno opinabile fosse applicato agli stati, oppure alle religioni?

Proprio gli Usa, ad esempio: nella loro forma istituzionale contemporanea ci hanno portato sulla Luna e hanno “inventato” internet, ma quante guerre sporche e quante azioni politiche deprecabili hanno messo in atto nel frattempo?

Oppure le religioni monoteiste, appunto, cattolicesimo in primis, la cui storia, a fronte di innegabili opere di bene, presenta una lista di misfatti che all’inferno così lunga e articolata se la sognano!

Se dovessimo utilizzare il classico metodo della bilancia, ponendo su un piatto le cose buone e sull’altro quelle cattive, temo che buona parte delle istituzioni umane avrebbe la sorte segnata, e sarebbe giustissimo che ciò avvenisse. Di contro, io credo, più ancora che l’iconoclastia fanno sempre molto bene alla causa della giustizia la conoscenza e la consapevolezza, gli strumenti che l’intelligenza, la memoria e la coscienza umane hanno a disposizione per giudicare, capire, reagire, accettare o rifiutare e adeguare la relazione di ciascuno con quelle istituzioni.

Non sono gli eroismi, le santità, le venerabilità e i prestigi di sorta che racchiudono la realtà dei fatti, rappresentandone quasi sempre un’iperbole distorsiva creata ad arte, ma l’equilibrio della verità oggettiva e obiettiva che non può ammettere estremismi celebrativi oppure denigratori, a loro volta iperboli irrazionali e devianti. Un equilibro che è pure la condizione migliore grazie alla quale praticare la libertà di pensiero e d’azione, quella che ogni individuo dovrebbe saper esercitare e che spesso proprio certe simbologie iconiche, ovvero il modo con il quale sono state narrate e imposte, hanno contribuito – a volte pur indirettamente – a impedire.