Fissare lo spazio per non far sfuggire il tempo

[Immagine tratta da https://www.tellerk.com/it/portfolio/drawings/%5D

Disegno essenzialmente tutto quello che vedo. Anzi, è più corretto dire che vedo disegnando, perché se guardo un luogo disegnandolo, quel luogo rimane tuo. Diventa un pezzo del tuo vocabolario, del tuo alfabeto, che puoi anche riutilizzare in seguito. In qualunque momento ci ripensi se lì in un attimo, è un’appropriazione della realtà ed è anche un modo per non far sfuggire il tempo.

(Daniele Tabellini/TellerK, da “Artribunenr.53, gennaio-febbraio 2020.)

Quello che scrive Daniele Tabellini, del duo artistico TellerK, è esattamente il principio in base al quale anch’io scrivo di luoghi – e territori, e paesaggi, e loro attraversamenti, eccetera. Quello per il quale il luogo, così rappresentato con le parole o i disegni o quant’altro – il media non conta, in fondo – entra a far parte del proprio alfabeto, diventa codice riconoscibile, riconosciuto e per questo “utilizzabile” come lingua geografico-culturale e come elemento di identificazione del mondo e nel mondo. Quando io dico che «i viaggiatori sono il viaggio» in fondo esprimo lo stesso concetto, cioè la stessa appropriazione del moto personale nello spazio e nel tempo, così che il viaggio non è qualcosa lungo la cui rotta ci si “addentra”, ci si muove e si percorre  ma, viceversa, è il viaggio che disegna la sua rotta dentro il viaggiatore, rispecchiando nel suo intimo i luoghi, le percezioni e i Genius Loci verso i quali all’esterno lo condurrà.

E a ben vedere, anche, Tabellini suggerisce un altro ottimo sistema di appropriazione del viaggio e dei luoghi, tramite il disegno: il quale, in modo più evidente rispetto alla scrittura, non conta sia bello o meno, ben fatto o dozzinale, artistico oppure no, non conta la forma ma la sostanza, l’alfabeto che rivela, il vocabolario di cui si compone e, dunque, il messaggio che alla fine conserva nei suoi tratti, esattamente come accade in maniera più definita e non meno rappresentativa con lo scrivere, fissando lo spazio e insieme il tempo per non farli sfuggire ma per portarceli sempre appresso.

INTERVALLO – Coeur d’Alene (Idaho, USA), “Little Tree Library”

Immagino conoscerete le Little Free Library, microbiblioteche pubbliche installate nei posti più vari e spesso ricavate dagli oggetti più disparati, nelle quali praticare il bookcrossing. Ecco, a Coeur d’Alene, cittadina nello stato dell’Idaho, USA, Sharalee Armitage Howard, bibliotecaria e artista, ha realizzato uno sviluppo assolutamente sublime del concetto: una Little TREE Library, una minibiblioteca ricavata nel tronco di un albero di cotone di 110 anni, con tanto di illuminazione esterna e interna e finiture di gran pregio.

Una biblioteca piccola nelle dimensioni ma assai grande nel fascino, non c’è che dire!

Cliccate sulle immagini per saperne di più, oppure qui per leggere un articolo dedicato alla Little Tree Library dal sito della sempre intrigante Barbara Picci.

Cento altri occhi

Il solo vero viaggio, il solo bagno di giovinezza, non sarebbe quello di andare verso nuovi paesaggi, ma di avere occhi diversi, di vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, di vedere i cento universi che ciascuno di essi vede, che ciascuno di essi è.

(Marcel ProustLa prigioniera, traduzione di Giovanna Parisse, in Alla ricerca del tempo perduto, edizione integrale a cura di Paolo Pinto e Giuseppe Grasso, Newton Compton, 1990, pag.1815.)

Bonatti 90

[Immagine tratta dalla pagina Facebook Walter Bonatti.]
Seppure ieri fastidiosi impedimenti me l’abbiano fatto sfuggire, non posso tralasciare di ricordare che il 22 giugno del 1930, novant’anni esatti fa, nasceva a Bergamo Walter Bonatti.  Uno dei più grandi – e lo dico “a prescindere” ovvero nel senso più ampio e assoluto possibile della definizione, non certo riferendomi soltanto all’ambito alpinistico e della montagna: d’una grandezza che non solo non diminuisce con il passare del tempo ma si accresce, diviene ancor più illuminante, preziosa, rara, forse unica.

Aveva (ed ha) ragione Steve House, il grande alpinista americano, che negli anni Novanta girava il mondo per scalare montagne con un camper sul cui copriruota posteriore aveva scritto «BONATTI IS GOD». Già.

Se io dunque traspongo questi princìpi nel mondo degli uomini, mi troverò immediatamente considerato un fesso e comunque verrò punito, perché non ho dato gomitate ma le ho soltanto ricevute. È davvero difficile conciliare queste diversità. Da qui l’importanza di fortificare l’animo, di scegliere che cosa si vuole essere. E, una volta scelta una direzione, di essere talmente forti da non soccombere alla tentazione di imboccare l’altra. Naturalmente il prezzo da pagare per rimanere fedele a questo «ordine» che ci si è dati è altissimo.

(Da Montagne di una vita, Baldini & Castoldi Dalai, 1995 / BUR Rizzoli 2016.)

Il volo del falco

(Vecchi scritti, mai pubblicati, saltano fuori ogni volta che “scartabello” tra cartelle e sottocartelle conservate in modi assolutamente entropici (ma un tempo una logica ce l’avevano, ne sono certo) sui miei pc. Questo, ad esempio, è di 22 anni fa -tenetelo presente, se lo leggete – ed è (era) parte di una raccolta di racconti dedicati alla Montagna, rimasta nel classico “cassetto” a beneficio di altri testi, già. Chissà se a ragione o meno, mah!)

[Foto di József Kincse da Pixabay]

Il volo del falco

Eccolo, eccolo ancora, il falco, spuntare dalle punte ghiacciate della Grande Montagna lentamente e solennemente, volando sopra i tetti, parendo in quella lentezza quasi sospeso, parte d’una dimensione presente e assente in quel momento temporale e in chissà quale altra temporale sfera!
Gli era sempre piaciuto il falco. Lo ammirava volteggiare maestoso nel cielo, le ali aperte quasi che le stesse potessero comprendere nella loro apertura il mondo intero, o almeno l’intero orizzonte, come un re al cospetto del suo regno simbolicamente racchiuso in un’unica sua apertura di braccia. Lo invidiava per il fatto che egli potesse spingersi ovunque volesse, su fin verso le apparentemente inviolabili vette della Grande Montagna, in un mondo senza alcuna limitazione fisica e, conseguentemente, spirituale: solo l’altezza come confine, l’elevazione massima verso l’infinito di un cielo senza termine immaginabile. Il suo volo era stupendo, unico, inimitabile: sprigionava una tale regalità che mai altra terrestre creatura, umana e non e pur di nobile rango, poteva anche solo avvicinare. Spesso la sua planata portava ad incrociare l’infuocato disco solare, e allora la sua parvenza di divinità aumentava ancora di più, la sua pennuta silhouette si ammantava d’un aureo alone sfolgorante che imprimeva nella pupilla impressionata la sagoma d’una visione quasi mistica, di un dio che volesse magicamente nobilitare la visione del mondo ad un qualche umano con la sua sublime presenza aerea […]

(Cliccate sull’immagine oppure qui per leggere tutto il racconto, su file pdf illustrato.)