Clima, cibo e natura del futuro, in Valtellina

Si sente dire e si legge spesso di enogastronomia come valore culturale e identitario per i nostri territori, in particolar modo per quelli dotato di una secolare e peculiare tradizione di pietanze storicamente e antropologicamente referenziali: ottima cosa, salvo che non di rado il tutto si risolve in una banalizzazione commerciale – pur a volte in buona fede, certamente – legata al mangiare e bere certe cose perché turisticamente attraenti, che dimentica completamente o quasi l’aspetto culturale dietro il cibo e la relazione che lo lega al territorio nel quale viene prodotto e mangiato. Sia chiaro: sempre meglio gustarsi una polenta (a patto che sia autentica) in una confusa e ordinaria sagra paesana che del cibo industriale in un fast food, ma certamente un maggior approfondimento riguardo la cultura enogastronomica locale, sia dal punto di vista storico che da quello contemporaneo, non farebbe male alla salvaguardia di quei cibi così peculiari – tanto più se sono pure gustosi, ovviamente!

Insomma, è questa una piccola riflessione personale per presentarvi l’evento valtellinese di domani a Montagna in Valtellina, la cui locandina vedete lì sopra, che sicuramente va nel senso da me accennato e nel quale si disquisirà di cultura gastronomica in modi affatto superficiali e finalmente approfonditi. Perché è assolutamente vero che per certi territori peculiari, quelli montani ad esempio, mangiare i cibi locali significa per molti versi nutrirsi di quelle montagne, il che è un modo ulteriore per alimentarsi – materialmente e immaterialmente – della loro cultura e della bellezza del loro paesaggio. Qualcosa che non può che farci del gran bene, dunque.

Se siete in zona e potete, partecipate. Sono certo che si rivelerà una serata estremamente interessante.

La necessità di una responsabilità politica, nei progetti in montagna

Premessa (una tra le tante possibili): nell’immagine qui sopra (di Andrea Cunico Jegary) vedete la nuova seggiovia del Monte Kaberlaba, sull’Altopiano dei Sette Comuni, costata al Comune di Asiago 2 milioni e 800 Euro (soldi pubblici, certamente) e al momento, mi riferiscono, raramente utilizzata per ovvie ragioni climatiche. Si notino le quote altimetriche alle quali la seggiovia è stata installata.

Ora: quando mi ritrovo a leggere di progetti di “sviluppo” e infrastrutturazione turistica nei territori montani che fin da subito appaiono palesemente ad alto rischio – in molti sensi: economico, ecologico, ambientale, eccetera – torno a pensare che in tali situazioni c’è una mancanza grave, tra le tante, che invece dovrebbe rappresentare un elemento imprescindibile, anche a livello giuridico, di queste iniziative: la responsabilità. Responsabilità di chi le sostiene e a volte le impone, di chi le avvalla amministrativamente, di chi pone le firme sui documenti che le approvano, di chi per realizzarle spende soldi pubblici i quali, essendo tali cioè di tutti noi, devono imporre una chiara e piena giustificazione pre e ancor più post spesa.

Mettiamo un altro caso concreto, ovvero un progetto che sto seguendo con particolare attenzione: quello per il quale si vorrebbero realizzare nuove infrastrutture sciistiche sul Monte San Primo, con relativo impianti di innevamento artificiale a 1100 m di quota, nonostante le caratteristiche del luogo, la realtà climatica attuale e le potenziali alternative per la frequentazione turistica del territorio in questione, spendendo per tutto ciò buona parte dei 5 milioni di Euro (soldi pubblici, ribadisco) previsti dal progetto di sviluppo turistico proposto dalle amministrazioni locali. Poniamo che infrastrutture varie e innevamento artificiale vengano realizzati, e poniamo di contro che le condizioni climatiche che da anni stiamo constatando e che col tempo diventano sempre meno consone allo sci al di sotto dei 2000 m, proprio come in questi giorni ne stiamo avendo prove concretissime (e non è che al di sopra di questa quota le cose vadano tanto meglio, peraltro), confermino l’insensatezza e l’inadeguatezza delle infrastrutture realizzate spendendo tutti quei soldi pubblici, che resterebbero inutilizzate e rapidamente diverrebbero dei rottami – come peraltro già successo per precedenti simili interventi, sul Monte San Primo… ecco: se ciò dovesse accadere, chi ne pagherà le conseguenze? A chi dovrà necessariamente imputata la responsabilità degli errori commessi e dei soldi pubblici sperperati? A nessuno di quelli che questi errori li hanno pensati, avallati, imposti, commessi?

Io temo che la proliferazione di così tanti progetti turistici (e affini a ciò) illogici, insensati, fuori contesto e impattanti in territori di pregio tanto quanto delicati come quelli montani, che avrebbero invece bisogno di ben altre progettualità di sviluppo, turistico e non, sia generata anche da questa mancanza di riconoscimento normato delle necessarie, doverose responsabilità amministrative, politiche e istituzionali ad essi relative, ancor più indispensabile – rimarco di nuovo – perché di mezzo ci sono molti soldi pubblici spesi ovvero sperperati. Da questo punto di vista il pubblico – cioè noi tutti – ne paga subitamente e ineluttabilmente le conseguenze, visto che i nostri soldi vengono buttati alle ortiche in progetti palesemente sbagliati: e perché chi il pubblico rappresenta istituzionalmente e per esso decide, quasi sempre in assenza di un confronto pubblico sulle idee proposte, non può e non deve pagare altrettante conseguenze? Non ci può essere nessuna responsabilità per chi impone iniziative così chiaramente insensate, così avulse dalla realtà dei fatti e dalle caratteristiche dei territori che le subiscono? Si devono salvare sempre, costoro, anche se è loro la responsabilità fondamentale di quanto perpetrato e, come frequentemente accade, dei danni materiali e immateriali e del conseguente degrado cagionati al territorio?

Mi sembra una cosa che non sta né in cielo né in terra, questa. Eppure sovente finisce proprio così, tutt’al più il politico/amministratore dissennato non viene più eletto, fa ciao-ciao e “sparisce”  lasciando la gestione dei guai compiuti ai suoi successori – sperando che questi abbiano la capacità e le competenze per risolverli e non ne peggiorino ulteriormente gli effetti.

Chiedo di nuovo: vi sembra giusto?

Io credo che in queste circostanze la garanzia dell’assunzione di responsabilità, preventiva e susseguente agli interventi decisi e realizzati, debba essere un elemento da rendere presente e giuridicamente assicurato ben più di quanto oggi le leggi in vigore prevedevano e, soprattutto, molto più di come queste vengano attualmente osservate. Non è più possibile permettere che chiunque acconsenta di sperperare soldi pubblici, di realizzare infrastrutture degradanti che arrecano danni a volte permanenti al territorio e all’ambiente, di depauperare le risorse naturali – altri elementi che sono di tutti –, di imporre scelte che fin da subito risultano prive di qualsiasi buon senso e lo faccia per arroganza, incompetenza, inadeguatezza amministrativa, mania di protagonismo, strumentalizzazione ideologica, possa passarla liscia. Non ce lo possiamo più permettere, punto.

Epilogo: posto l’impianto sciistico mostrato nell’immagine in testa al post e qui preso a esempio emblematico (tra i tanti, troppi possibili, ripeto), le sue caratteristiche, i soldi pubblici che sono stati spesi per installarlo, l’alta possibilità che, in forza della climatica che già stiamo affrontando e che i report scientifici all’unisono indicano in ulteriore aggravamento negli anni futuri, non sarà utilizzato come il suo investimento imporrebbe e dunque posta l’evidente insensatezza di un’opera del genere e la conseguente distrazione di fondi pubblici che, forse, si potevano impiegare in modi ben più virtuosi e utili per le comunità locali, si chiede: veramente nessuno ne può e deve rispondere di un tale investimento a perdere destinato a una pressoché inevitabile malasorte?

Bergamo e Brescia capitali 2023 del più necessario buon futuro

Da bergamasco DOC quale sono (cognomen omen!), non posso che essere oltre modo felice di avere le città di Bergamo e Brescia capitali della cultura 2023 e augurarmi che – al netto di quel logo veramente sgraziato, ma è la mia mera opinione e vale quel che vale – i tanti eventi che nel corso dell’anno si succederanno, nel contesto delle due città e nell’accoglienza dei rispettivi Genii Loci, possano veramente spargere una quantità incommensurabile (d’altronde mai sufficiente) di cultura. Che resta una delle cose delle quali il paese più ha bisogno in assoluto, ad ogni suo livello (e spesso proprio a quei livelli nei quali la cultura dovrebbe rappresentare una dote immancabile e invece manca, eccome!), ovvero la base fondamentale per costruire il suo futuro e per esso una società realmente libera, progredita, avanzata, consapevole che vi possa tracciare la migliore e più fruttuosa strada, a vantaggio di tutti – anche di chi si mostra indifferente se non menefreghista verso la cultura, già. Ma chissà che non possa rinsavire, grazie a tutto ciò!

Cliccando sull’immagine in testa al post, potrete visitare il sito web ufficiale di Bergamo Brescia 2023, che diventeranno ufficialmente “capitali della cultura” dal prossimo venerdì 20 gennaio con la doppia inaugurazione. Dunque, che sia un grande, fortunato e proficuo anno culturale per Bergamo, Brescia e per tutta l’Italia!

Colere, un altro ostaggio dello sci?

Lo stop agli impianti di Colere penalizza tutta la Val di Scalve, dove gli operatori confermano un netto calo delle presenze, legato anche ad altri fattori (clima e calendario poco favorevole ai «ponti»). Il turismo stagionale, quest’anno, legato alla fruizione degli impianti di risalita, è completamente scomparso.

Qual è la vera notizia che si ricava da questo articolo de “L’Eco di Bergamo”? Non quella che si potrebbe superficialmente leggere e ricavare dalla mera cronaca riferita, ovvero non che la Val di Scalve è in crisi per la chiusura degli impianti di Colere, principale località sciistica della valle, ma perché negli anni non si è stati in grado di pensare, progettare e sviluppare un’adeguata alternativa turistica, di frequentazione e di fidelizzazione al territorio, così come accaduto in numerose altre zone montane che sono state forzatamente soggiogate alla monocultura sciistica – anche grazie all’iniziale consenso altrettanto forzato dei locali, certamente – e ora, nella realtà economica e climatica che stiamo vivendo, si trovano nella stessa condizione di crisi e di abbandono.

Dunque, che si fa? Andiamo avanti con quella monocultura sciistica ormai sempre più insensata e rovinosa, oppure proviamo a pensare a un futuro finalmente consono, benefico e vantaggioso per le nostre realtà montane?

Per la cronaca, pare che gli impianti di Colere, in ammodernamento, verranno riaperti per l’inverno 2023/2024. Bene, buon per loro, ma ciò non risolve di certo la questione da me posta, anzi, in qualche modo ne perpetra gli effetti potenzialmente nefasti per l’intero territorio. Dunque, la Val di Scalve resterà “ostaggio” dello sci, e nulla contano né conteranno la bellezza e il valore del suo territorio al di fuori degli impianti e delle piste per chi lo gestisce e per chi lo frequenta? Anche a quest’altra domanda una valida risposta è quanto mai necessaria.

[Panorama dell’abitato di Colere, ai piedi del versante nord della Presolana. Immagine tratta da valdiscalve.it.]

La storia di Neguccio, inscritta nel suo paesaggio

In un post di qualche settimana fa vi ho raccontato Neguccio (o Neguggio), uno dei posti più affascinanti sulle montagne di Lecco, un’isola sorprendente di quiete, silenzio e bellezza naturale a pochi passi – letteralmente – dal caos, dal rumore e dal traffico incessante della città che, nella magnifica conca prativa ove è posto il piccolo nucleo rurale, sembra lontana anni luce. Un luogo rigenerante, assolutamente.

Una delle tante cose interessanti che si possono notare, a Neguccio, sono i terrazzamenti di buona parte dei rilievi del fianco settentrionale della conca, generati da una fitta trama di muri a secco ancora ben visibili, almeno dove non stiano per essere avvolti e inglobati dal terreno erboso. Sono una manifestazione concreta o, preferirei dire, una narrazione inscritta sul terreno che, leggendola, racconta la relazione storica di chi ha abitato e lavorato a Neguccio nel passato, trasformando ovvero umanizzando il paesaggio locale al fine di ricavarne il sostentamento sussistenziale attraverso coltivazioni o creando spazi atti all’allevamento degli animali.

Come la montagna sia stata modificata, per certi versi anche in modi che potrebbero essere caricati d’una loro particolare valenza estetica (e d’altro canto il paesaggio è un elemento culturale che da sempre genera canoni estetici), lo si evince bene dall’immagine aerea seguente:

La collina subito a ridosso del nucleo principale di Neguccio dall’alto sembra quasi una ziqqurat, con tutti quei gradoni terrazzati così ben definiti e dall’andamento regolare, ora totalmente erbati ma un tempo, come detto, quasi certamente adibiti alla coltivazioni di ortaggi o di cereali. Probabilmente poco considerati se non ignorati da molti escursionisti che transitano dalla conca, quei segni umani impressi sul terreno rappresentano realmente un racconto culturale identitario del luogo e della sua storia, che in uno spazio così armoniosamente antropizzato è la storia stessa dei suoi abitanti. Ma può ben essere anche la “storia” dei viandanti che da Neguccio passano e vanno oltre, perché la relazione con il paesaggio viene intessuta e assume un senso culturale anche per qui pochi momenti nei quali si passa da lì, si osserva il luogo e se ne percepisce le peculiarità, anche fugacemente e superficialmente. Tanto può bastare per far intuire se non capire il valore sostanziale del luogo, e senza dubbio Neguccio di particolare valore e relativa bellezza ne ha in abbondanza.