Città e (certe) montagne: che differenza c’è?

Francamente: tra quanto si vede nell’immagine sopra e in quella sotto, al netto di ciò che vi sta intorno – ben intuibile e assolutamente fondamentale per il valore dei luoghi, sia chiaro, ma che purtroppo molti non sanno (e a volte non vogliono) realmente osservare, apprezzare e comprendere se non in modi così superficiali, nel bene e/o nel male, da vanificarne la sostanza – che differenza c’è?

In verità di differenza ce n’è moltissima, ovvio che c’è nonostante tutto: ma, appunto, quanti sanno ancora coglierla in tutta la sua portata cioè quella che genera il senso e il valore differenti e peculiari dei due luoghi?

In altri termini: come può essere vera montagna quella che per molti versi viene costretta a imitare la città nei suoi aspetti più degradanti? E d’altro canto come può essere «green» – vocabolo come altri del tutto abusato e stravolto – la città che si professa tale in forza di qualche albero piazzato o ancora sopravvissuto tra ettari di cemento e asfalto?

Non è forse anche da questa confusione di ruoli, di paesaggi, di visioni, di elaborazioni e di conseguenti relazioni culturali con i luoghi, che nascono molti degli aspetti più negativi del turismo di massa, dalle cui manifestazioni fenomenologiche a subire le conseguenze è inesorabilmente il luogo più delicato e fragile, cioè la montagna?

P.S.: le immagini che vi propongo sono due tra le innumerevoli possibili e correlabili; tuttavia, la prima l’ho scelta in quanto nel luogo raffigurato, il Passo Sella, lo scorso 3 agosto si è tenuta una significativa manifestazione contro l’eccesivo sfruttamento turistico delle montagne sulla quale potete saperne di più qui.

A Madesimo c’è una buona notizia, e una forse meno buona

Ho scritto tante volte qui e altrove del Lago di Motta, meglio conosciuto come Lago Azzurro, uno degli specchi d’acqua naturali più belli delle Alpi lombarde, da qualche stagione “scomparso” – cioè svuotato delle sue acque – in forza dei periodi di scarse precipitazioni nevose e piovose. Be’, c‘è una buona notizia per i suoi tanti estimatori: è ricomparso, bello pieno, presumibilmente grazie alle recenti e intense piogge. Speriamo che resti così a lungo, al netto delle sue variazioni stagionali ordinarie: l’evidenza che il lago sia così dipendente dalle precipitazioni, che i cambiamenti climatici in corso rendono sempre più irregolari sia in quantità che in periodicità, non risolve la preoccupazione per la sua sussistenza ma, appunto, c’è da augurarsi che le cose per il Lago Azzurro si rimettano al meglio.

Di contro, c’è un’altra notizia che concerne la zona, forse meno buona: è ormai quasi pronto il nuovo grande bacino di raccolta delle acque per l’alimentazione dell’impianto di innevamento programmato delle piste da sci di Madesimo. Ecco, in tal caso – al netto dell’assenso o del dissenso verso un’opera del genere – bisogna vivamente sperare che tale bacino non vada a drenare eccessivamente le risorse idriche del territorio (in un articolo del 2021 si legge che «L’acqua sarà prelevata dal torrente Groppera senza modifiche rispetto al prelievo attuale. Andrà ad alimentare un bacino da 45 mila metri cubi»), compromettendo la salute dei corsi d’acqua e magari quella dei bacini lacustri naturali della zona, proprio in considerazione delle mutate condizioni climatiche, dunque inesorabilmente pregiudicando pure la bellezza e il valore ambientale del paesaggio locale.

Purtroppo, il futuro delle nostre montagne è spesso troppo legato a mere speranze più che a solide certezze, visioni programmatiche, idee virtuose, resilienze necessarie. È un altro macro-tema sul quale ci sarebbe moltissimo da lavorare, e con urgenza.

Finalmente c’è qualcuno che non aggiunge ma elimina cemento, sulle montagne!

Sulle pagine social del comune di Recoaro Terme dallo scorso 28 settembre si legge che

Come annunciato nei giorni scorsi sono iniziate questa mattina le operazioni di abbattimento del cubo di proprietà della società San Pellegrino. Il cantiere avrà una durata di circa due mesi, durante i quali verranno dapprima rimossi i pannelli in calcestruzzo che ricoprono la struttura per poi passare allo scheletro interno. Sul posto i materiali vengono separati per avviarli anche a percorsi di possibile recupero. Per Recoaro Terme è un vero e proprio evento che permetterà di restituire una nuova vista sulla corona delle Piccole Dolomiti fin dall’ingresso al paese.

Trovo che sia una notizia assolutamente significativa: finalmente in un territorio di montagna si toglie piuttosto di mettere, si elimina cemento invece di aggiungerne, si recupera la veduta e la percezione del paesaggio e delle sue montagne invece di alterarla e ostacolarla. Una bellissima notizia, insomma, anche perché non così frequente.

[Il “cubo” come si vedeva entrando in Recoaro, da Google Maps.]
Poi, certamente, bisogna considerare tutto ciò che gira intorno ad essa e le domande inevitabili che abbisognano di buone risposte (come si è potuto costruire un obbrobrio simile? Chi lo autorizzò e cosa si farà perché non accada più in futuro? Come verrà riutilizzata l’area liberata dal cemento? Rappresenta un intervento una tantum oppure il primo di una strategia di rinnovata sensibilità verso il luogo e il suo paesaggio? – eccetera…) ma, tra innumerevoli scempi cementizi e infrastrutturali con relativi consumi di suolo – il preziosissimo e delicato suolo di montagna ma non solo quello, e il Veneto è risaputamente tra le regioni italiane peggio messe al riguardo – che si vedono progettati e purtroppo spesso realizzati, la demolizione del “cubo” di Recoaro è realmente un «evento» importante il quale può e deve rappresentare un esempio, un modello virtuoso, un ottimo consiglio da seguire nonché, ovviamente, un elemento di speranza affinché si possa togliere dalle mani e dalle menti di amministratori pubblici scriteriati e irresponsabili – e dei loro sodali – il destino delle nostre montagne, patrimonio comune di natura e di bellezza che ognuno di noi ha il diritto e il dovere di salvaguardare al meglio.

D’altro canto, così di Recoaro scrisse Friedrich Nietzsche nella lettera all’amico Peter Gast del 17 giugno 1881:

Recoaro, come paesaggio, è una delle più belle esperienze; e questa sua bellezza io l’ho inseguita prodigandovi con zelo e fatica. La bellezza della natura, come ogni altra bellezza, è gelosa, e vuole che si serva lei sola.

Dunque, gratitudini e complimenti a Recoaro Terme per aver (mi auguro) ricompreso la fondamentale importanza della percezione condivisa del proprio paesaggio e avanti così, per il bene delle montagne e di tutti noi.

Il barbiere dell’Alta Engadina

[Foto di Uwe Conrad su Unsplash.]

Il ricordo è come un tessuto in continua lavorazione. Ricordo queste montagne coperte di neve, di un bianco immoto, avvolte nel silenzio, come se i rumori fossero ghiacciati, costretti a rimanere al caldo nelle bocche delle persone, nel muso degli animali, nel profondo delle cose, quasi non volessero uscire per non prendere freddo. Ricordo di aver aspettato che la strada fosse sgombra dalla neve caduta dal versante nord, con i lampeggianti arancioni degli spazzaneve ad illuminare ritmicamente quel pomeriggio che diventava notte, con la gente fuori dalle macchine a battere i piedi, a soffiare nelle mani avvolte nei guardi, a fumare per non sapere cosa fare, per non essere capaci di comunicare. Ora le rivedo che è estate: le stesse montagne, le stesse vette pulite, le stesse rocce, le stesse cicatrici sul versante al sole che si possono leggere come profondi segni di un passato doloroso. Guardo la montagna di cui ignoro il nome dall’altro versante, in ombra, nascosto tra larici e abeti che si muovono leggeri per la brezza. Costruisco un altro ricordo di questo luogo, di questa alta Engadina sempre così perfetta – estate, inverno, autunno – che vorrei qualcosa intervenisse per alterare la scena []

Da Il barbiere dell’Alta Engadina dell’amico e raffinato scrittore – di viaggio ma non solo – Tino Mantarro, tratto da “Kaiserpanorama“. Cliccate qui per continuare la lettura nel sito della rivista. Poi, leggete i suoi libri e esplorate l’Engadina, una delle terre alpine più belle e emblematiche del mondo, ma fatelo soprattutto a piedi e solamente con il cuore, l’animo e lo spirito, più di ogni altra cosa. Altrimenti rischiate di percepirla solo come “un gran bel posto di montagna”: cosa che è, senza dubbio, ma dopo mille altre cose ben più affascinanti, significative, profonde. Ecco.

Di là il Parco Nazionale Svizzero, di qua il Parco Nazionale dello Stelvio. E si vede.

[Ciò che succede nel Parco Nazionale Svizzero. Cliccateci sopra per saperne di più.]
Mentre il Parco Nazionale Svizzero – la più grande riserva naturale del paese, istituita ufficialmente nel 1914 con i più alti standard di protezione e di ricerca sugli habitat naturali montani – attira delegazioni dall’estero che vengono a raccogliere informazioni e esperienze su come si possono promuovere ed eventualmente combinare il turismo sostenibile e la tutela della biodiversità nelle riserve naturali dei propri paesi, al di qua del confine, nel contiguo settore lombardo del Parco Nazionale dello Stelvio, si può constatare concretamente e “imparare” non solo come non si tutela un’area naturale montana ma pure come la si può distruggere con l’autorizzazione e il bene placito delle istituzioni politiche nonché, soprattutto, con la consensuale indifferenza dello stesso Parco Nazionale.

[Ciò che succede nel Parco Nazionale dello Stelvio. Cliccateci sopra per saperne di più.]
Si rimarca spesso che le montagne da sempre non dividono ma uniscono: territori, paesaggi, genti, culture, tradizioni, saperi… ma in certi disgraziati casi invece è vero che dividono: tra Grigioni e Lombardia, nelle rispettive e, ripeto, contigue aree naturali protette, da una parte si trova competenza, cura, capacità di gestione, visione, idoneo supporto politico, dall’altra si constata incompetenza, menefreghismo, incapacità gestionale, assenza di visione e progettualità ambientale, azione politica deleteria. E riguardo questa seconda parte, quella lombarda del Parco Nazionale dello Stelvio, ciò che sta accadendo al Lago Bianco del Passo di Gavia è tra le prove più emblematiche e inquietanti.

Una divisione netta, una differenza di relazione con il territorio e di gestione delle proprie montagne radicale e sconcertante. Di là, nei Grigioni, ammirazione; di qua, in Lombardia, vergogna.