Nebbia

Sono giornate dalle condizioni meteorologiche variabili queste, qui dalle mie parti, e sovente i monti sui quali vivo sono avvolti dalla nebbia: a volte poco più che una foschia, altre volte tanto fitta da poterla quasi abbrancare – o, come si dice in tali casi, “da poter essere tagliata con un coltello”.

Fa paura a tanti, la nebbia, mette inquietudine, disorienta e confonde. È senza dubbio pericolosa in certi casi, inutile rimarcarlo; eppure, quando avvolge il paesaggio naturale e ne rende evanescenti i contorni, gli alberi, i profili delle case, le luci artificiali, ovattando pure (almeno così pare) suoni e rumori, a me dona una sensazione di cordiale intimità. Non mi ci sento disperso e privo di coordinate spaziali, oppure confuso dall’impossibilità di vedere cosa ho intorno, anzi, al contrario è come se la nebbia mi acuisse la sensibilità sensoriale, mi obbligasse a percepire ancora meglio la mia presenza e il moto nello spazio dando maggior importanza ai dettagli minimi, quelli che ogni tanti emergono più o meno indistinti dal velo brumoso e che da soli devono e possono disegnare nella mia mente il paesaggio nelle vicinanze. Un paesaggio totalmente avvolto in questa coperta nebbiosa, forse disorientato ma, in fondo, per certi versi anche protetto da essa.

Poi, certo, ammetto che forse tutto ciò deriva dalla mia personale, e probabilmente inopinata, passione per i climi “difficili” – pioggia, gelo, nebbia, eccetera – ma ciò non per un personale eventuale ombrosità d’animo, semmai perché grazie ad essi posso ancor meglio apprezzare e godere i climi più luminosi, confortevoli, accoglienti, sapendo che gli uni e gli altri sono comunque due aspetti dello stesso paesaggio che vivo e con il quale in ogni caso mi relaziono, ogni volta che lascio le mura domestiche. Indispensabilmente, che piova, nevichi, vi sia nebbia o che splenda il più abbacinante Sole.

Essere Montagna

Dal fondo valle o dagli spazi in quota, osservando le imponenti terre alte dove verticale e orizzontale diventano profondità, spesso mi chiedo qual è la presenza, l’idea, la forza del dna della Montagna nell’immaginario umano. Non esiste mai una risposta diretta. Ma pormi la questione mi ha sospinto a salire e discendere i luoghi, i paesi arroccati, i sentieri, le strade, dove ho però capito di avere un’opportunità unica: osservare la società moderna, fortemente industrializzata, che convive tra mille contraddizioni con la società rurale, radicata in un modo di vivere che resiste; un mondo che per chi lo pratica, per amore o per forza, ha voluto caratterizzare per contrasto al modo di vivere del fondovalle. In questi paesi, in Italia ma non solo, ho conosciuto giovani ricchi di idee e capaci di una forza interiore fuori dal comune, gente creativa e ricca di visioni che il solo fatto di Essere Montagna reca in dotazione dalla nascita. Perché in questo contrasto, continuano a esserci donne e uomini capaci di vedere in un’opportunità e una giovane generazione che sta prendendo coscienza di Essere Montagna come vantaggio e non qualcosa che ne segna una “inferiorità” imposta dai modelli culturali che hanno dominato fino a pochi anni fa.

(Davide Sapienza, brano tratto da Essere Montagna (2021 Reprise); potete leggere e scaricare in pdf l’intero testo cliccando sull’immagine qui sopra.)

Strade di ieri, di oggi, di sempre

[La mulattiera di origine medievale che sale al borgo di Savogno, nella Val Bregaglia italiana (Sondrio). Immagine tratta da qui.]

Questa bella Provincia[1] seminata da paesaggi in apriche giacenze, non vantava migliori comunicazioni delle nostre[2]. A volo d’uccello sorridenti e pittoreschi, questi paesaggi calcati col piede offrivano le medesime mostruosità. Viuzze serpeggianti, anguste, informi, che dall’imo dell’abitato ascendevano al sommo per intrecciarsi in un labirinto di andirivieni, senza uno sfogo riconoscibile. E come all’interno, così le comunicazioni dall’uno all’altro paese erano parimenti viziate. All’insù ed all’ingiù, ora a destra, ora a manca fin a che con fatica, strapazzi a perditempo vi si perveniva.

(Daniele Marchioli, Storia della Valle di Poschiavo, 1886, pag.201.)

Aaah, come cambiano i tempi, le visioni del mondo, la relazione coi luoghi che abitiamo, la percezione dei paesaggi! Nell’Ottocento si spregiavano le antiche vie rurali che percorrevano i monti – in tal caso della Valtellina o dei Grigioni, ma il discorso vale per ogni regione montana – desiderando nuove e più moderne vie di comunicazione; oggi, che abbiamo nastri d’asfalto tanto ampi e rapidi quanto perennemente intasati di traffico e di smog e così caotici da svilire l’esperienza più autentica del “viaggio”, torniamo a considerare e ad amare le “mostruose” viuzze serpeggianti, anguste, informi sui monti lungo le quali non vediamo l’ora di provare fatica e strapazzi a perditempo ovvero il piacere della lentezza, della quiete, dell’avere il tempo di guardarsi intorno, di cogliere le tante bellezze che ogni luogo offre, di sentirci accolti nel loro paesaggio. Ma non è una mera e banale questione del tipo “si stava meglio quando si stava peggio”, no: è un generare in sé l’adeguata consapevolezza della relazione che dobbiamo intessere con il mondo che abbiamo intorno e, soprattutto, con la nostra presenza ed essenza in esso. Certamente serve la strada veloce che ci permetta di svolgere proficuamente gli impegni quotidiani (quando non sia ingolfata dai troppi automezzi in circolazione, appunto) ma in senso assoluto – e assolutamente umano – non serve più di quanto ci è utile la tortuosa mulattiera che lentamente, e richiedendo fatica a volte intensa, sale il fianco della montagna portandoci in alto, sopra quel mondo sempre troppo inquinato da fumi e da insensatezze assortite, lassù dove abbiamo più tempo non solo per guardarci intorno ma pure per guardarci dentro. E magari scoprire che più il “dentro” e il “fuori” si assomigliano e risultano armonici, più ci sentiamo bene.

In fondo lo sosteneva Walter Bonatti, uno che in tema di “salite verso l’alto” nonché di “viaggi” nel senso più pieno del termine è stato tra i più grandi di sempre, che «Chi più alto sale, più lontano vede; chi più lontano vede, più a lungo sogna». Ecco, è ancora così e lo sarà sempre, già.

[1] Il riferimento è alla provincia di Sondrio, dunque alla Valtellina.

[2] Ovvero del Cantone svizzero dei Grigioni.

Il luogo “supremo”

[Nikolaj Konstantinovič Rerich, Kanchenjunga, 1938.]

Tutti i maestri soggiornarono nelle montagne. La conoscenza più alta, le canzoni più ispirate, i suoni e colori maggiormente superbi vengono creati sulle montagne. Sulle montagne più elevate risiede il Supremo. Le alte montagne si ergono a testimonianza della grandiosa realtà.

(Nikolaj Rerich, Himalayas. Abode of Light, Nicholas Roerich Museum Ed., New York, 2017.)

Non poteva che essere uno dei migliori pittori di montagne in assoluto (cliccate qui per conoscerlo meglio, grazie al sito dell’omonimo museo sito a New York) a condensare, in poche sentite parole, il simbolismo dal valore eterno che possiede la montagna, archetipo assoluto che fin dalla notte dei tempi rappresenta un luogo fondamentale per la cultura umana. Ed è così anche oggi come millenni fa, quando i primi umani presero a salire verso l’alto lungo i fianchi dei monti per sentirsi più vicino al cielo, sede del “divino”, dunque per sentire in sé un po’ di quella sacralità celeste. Anche oggi, nonostante le banalizzazioni materiali e immateriali – a volte comprensibili, altre volte inaccettabili – alle quali vengono sottoposte le montagne, che abbiano la forma di infrastrutture invadenti o di immaginari devianti ovvero, d’altro canto, di interventi minimi ma comunque marcanti, la montagna è il luogo terreno (del) supremo per antonomasia. E lo sarà sempre, anche nel caso in cui l’uomo dimenticherà definitivamente questa ancestrale verità.