“Orobie” e panchine giganti

A titolo personale, ma credo condiviso da tanti, ringrazio molto la redazione della rivista “Orobie” per la sua chiara presa di posizione riguardo il fenomeno delle “panchine giganti”, espressa nella rubrica delle “Lettere” del numero di maggio, ora in edicola – qui sopra ne vedete la pagina, mentre lì sotto la copertina del numero in questione.

In tantissimi, lo ripeto, hanno capito da tempo, se non da subito, che le panchinone non promuovono affatto i territori nei quali vengono forzatamente installate ma lo banalizzano e abbruttiscono. L’augurio espresso dalla redazione, che sia una moda passeggera destinata a finire presto, è dal mio punto di vista una certezza: sorte inevitabile, d’altronde, per un fenomeno vuoto di senso e di sostanza che finisce per alterare la percezione estetica e culturale dei luoghi, dunque – ribadisco – per degradarne la bellezza autentica. Sono oggetti fuori luogo e fuori contesto che a breve appariranno volgari anche a chi per ora li apprezza – inevitabilmente, ripeto.

Piuttosto, c’è da porsi il problema della loro disinstallazione: il rischio è che, una volta passata la moda, nessuno se ne curi più e così le panchinone diventino rottami deteriorati e arrugginiti, ancor più orribili da vedere, nel bel mezzo di paesaggi pregevoli. Rappresenterebbe un doppio sfregio per quei paesaggi, assolutamente non accettabile.

[Cliccate sull’immagine per scoprire gli articoli contenuti in questo numero.]

Il Monte San Primo e la paranoia (dello sci)

In psicologia si parla di paranoia quando un soggetto elabora in modo lucido un sistema di credenze e convinzioni, principalmente a tema persecutorio, non corrispondenti alla realtà: ad esempio la convinzione di essere perseguitati o di sentirsi concretamente minacciati da qualcosa.

Anche da una montagna, a quanto pare.

Già, perché a leggere sui media che il progetto di nuovi impianti e piste da sci sul Monte San Primo, appena sopra i 1000 metri di quota dove ormai non nevica più e fa troppo caldo per produrre neve artificiale, va avanti nonostante l’opposizione di tutti, e ripeto tutti – ambientalisti, alpinisti, residenti, turisti, tecnici, scienziati ed esperti di vari settori, appassionati di montagna, cittadini comuni… t-u-t-t-i, ribadisco di nuovo, in Italia e all’estero – vista la totale insensatezza del progetto, fa pensare inevitabilmente a una sorta di disturbo psicotico, una paranoia appunto. Non c’è altra spiegazione, ormai.

Non a caso il termine «paranoia» deriva dal greco antico παράνοια che significa follia, insensatezza.

Evidentemente gli amministratori locali che stanno portando avanti a qualunque costo il progetto, innanzi tutto a danno del Monte San Primo, si sentono minacciati o perseguitati dalla montagna. In altre parole, ovvero altrettanto evidentemente, non la amano affatto nonostante siano i suoi amministratori, se ne sentono alienati al punto da volerle infliggere una rivalsa, uno sfregio attraverso il quale manifestare il loro disprezzo verso il San Primo, il suo ambiente naturale, il suo paesaggio peculiare. Costruendoci a spese dei contribuenti delle infrastrutture sciistiche che mai si potranno compiutamente utilizzare, che nascono già fallite, pronte da subito per essere rottamate.

Ed è evidente che disprezzano pure chi paga le tasse, visto come intendono sprecare in tal modo i soldi pubblici che ne derivano.

A fronte di tale psicosi paranoica, del tutto irrazionale, c’è innanzi tutto un rimedio da mettere in campo: la razionalità, variamente manifestata dal buon senso, dalla sensibilità verso la montagna e il paesaggio, dalla coscienza civica, dalla consapevolezza risoluta che non si può commettere un atto tanto distruttivo e folle su una montagna così bella, così amata da tanti, così speciale e referenziale per tutta la circostante regione prealpina lombarda.

Non si può e non si deve.

Perché a tutto c’è un limite e ogni cosa deve avere un senso, ancor più quando realizzata nell’ambiente naturale. Costruire impianti e piste da sci sul Monte San Primo, con tutti gli annessi e connessi previsti dal progetto – cannoni sparaneve, bacini artificiali, nuove strade, nuovi parcheggi… – non ha alcun senso e va oltre ogni limite di decenza. Punto.

N.B.: per essere costantemente informati su quanto accade sul Monte San Primo, sulla sua salvaguardia e sulle iniziative attuate al riguardo, potete visitare il sito del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, qui.

P.S.: i collage di immagini fotografiche sono tratte dalla pagina Facebook del Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”.

Montagne di plastica, sempre di più

Così, i maestri di sci (nordico, per il momento) d’ora in poi potranno sciare anche sulle piste di plastica.

Inevitabile, visto che la neve naturale è sempre più rara, fino a certe quote montane, e quella artificiale abbisogna di basse temperature a loro volta sempre meno frequenti.

Ma ciò che è inevitabile non per questo può essere anche ineccepibile.

La realtà di fatto, nel bene e nel male, è che la montagna sciistica si sta sempre di più artificializzando. È una montagna tale nella forma ma finta nella sostanza, che il turismo sciistico si ritrova “costretto” (per così dire) a rendere artificiale nel tentativo estremo di sopravvivere – a sé stesso, più che alla realtà in divenire.

D’altro canto sono gli stessi produttori di queste piste di plastica a sostenerlo apertamente: «Pronti a vivere il futuro dello sci? Vieni a scoprire come stiamo rivoluzionando il mondo degli sport invernali con le nostre piste da sci artificiali innovative e sostenibili che portano l’emozione dello sci tutto l’anno.»

Già. Un futuro di pendii montani ricoperti di plastica così da “fregare” la crisi climatica e sciare anche in piena estate.

La domanda che (mi) pongo è sempre la stessa, in questi casi: è ancora montagna, questa? Si può ancora considerare così, in fondo come ancora la si insegna a scuola, oppure la stiamo trasformando in un simulacro, in una sostanziale finzione sempre più avulsa dalla realtà originaria e antitetica alla sua cultura, pur di perseverare con certi modelli di frequentazione?

Ribadisco: ciò che apparentemente sembra inevitabile – al netto della questione qui dissertata – lo è solo per chi in fin dei conti vuole evitare di prendere atto della realtà delle cose. Comprensibile, dal loro punto di vista, ma non inconfutabile. Anzi: deve essere confutato, per il loro stesso bene (non se ne rendono conto, è bene farli riflettere al riguardo) e, soprattutto, per il futuro delle nostre montagne e di ciò che vogliamo siano ancora.

N.B.: il video e la fotografia si riferiscono al corso di aggiornamento svolto di recente a Livigno dal Collegio Regionale dei Maestri di sci della Lombardia.

La “libertà” di alcuni, in montagna

Molti dei frequentatori delle montagne sostengono che una delle cose che più li rende appassionati è la sensazione di libertà che essere donano, ed è un elemento assolutamente comprensibile e condivisibile.

Ma il sentirsi “liberi” in montagna non significa che ci si possa comportare liberamente, facendo ciò che si vuole in base ai propri desideri o sfizi. Eppure sembra che tanti frequentatori delle terre alte interpretino la “libertà” in altura proprio in questo modo, come se ci si potesse sentire liberi anche da qualsiasi freno inibitorio, responsabilità, dovere, senso del limite. Il liberarsi dall’intelligenza comporta in automatico l’assoggettamento all’idiozia, probabilmente quelli non lo capiscono – guarda caso.

So perfettamente che sto affermando delle banalità, delle cose apparentemente scontate, ma le cronache leggibili sulla stampa (quello lì sopra, tratto da “Il Dolomiti”, è un caso recente tra i tantissimi citabili) dimostrano che purtroppo non lo sono affatto. D’altro canto parrebbe una cosa scontata pure ciò che rimarcano i cartelli di divieto di scarico immondizie lungo le strade o in angoli naturali: basta abbassare lo sguardo, proprio alla base di quei cartelli, e quello che appare scontato non lo è più. Anzi.

È invece scontato, dal mio punto di vista, che non sia solo una questione di mera idiozia, come verrebbe da pensare al leggere ad esempio la notizia sopra riprodotta. No, c’è molto di più: un cortocircuito culturale, sovente indotto da un immaginario imposto terribilmente insensato, che toglie a tanti la capacità di capire e contestualizzare certe verità nonché il loro (buon) senso. Un cortocircuito che al punto in cui siamo è senza dubbio difficile da raddrizzare, vista la quantità di cretinate che lo alimentano, ma per niente impossibile: basta un minimo sforzo individuale, anche solo nell’esercizio del buon senso, appunto, oltre che nel comprendere cosa significhi realmente “libertà” in un luogo speciale come la montagna. Chi non lo comprenda, per proprie limitatezze o per mancanza di volontà, è bene che dai monti se ne stia lontano, che tanto il mondo è pieno di posti dove si possono liberamente dimostrare le personali doti di [CENSURA]. Ecco.