Minneapolis, America

[Immagine tratta da Agi.it, cliccateci sopra per leggere l’articolo da cui è tratta.]
Riguardo i fatti di Minneapolis, leggo molti che da posizioni più o meno autorevoli, prevedibilmente, mettono in capo all’attuale Presidente degli USA la maggior colpa dell’accaduto. Se ciò è comprensibile e per certi aspetti sostenibile, non si può non denotare che Donald Trump, a ben vedere, è a sua volta un effetto e un prodotto di quella società americana talmente degradata da aver reso cronicamente irrisolto un problema terribile come quello dell’odio razziale intersociale. Di sicuro un personaggio del genere con tutto il suo corollario di idee, parole, atteggiamenti e azioni, divenuto massima istituzione e simbolo degli Stati Uniti, è inesorabilmente un elemento divisivo e disgregante per una società fortemente polarizzata, per sua buona parte, su simbolismi artificiosamente forti e fortemente imposti (molto poco culturali, peraltro) ma che, in realtà, è posta fin dalle sue origini in eterno equilibrio su un filo sospeso sopra il caos. Un caos che, come per tentare una sorta di esorcismo sperabilmente salvifico al suo interno, l’America prova a togliersi dai piedi e esporta da sempre all’esterno dei propri confini, ad esempio con le continue guerre combattute un po’ ovunque sul pianeta. Almeno, un tempo, controbilanciava tale sua aggressività politico-bellica costruendo pure quel notevole “gadget di marketing immateriale” conosciuto come The American Dream, il “sogno americano”, il quale è ormai svanito da tempo ovvero imploso su se stesso crollando sulla propria effettiva vuotezza interna, al punto che oggi l’America non si affanna nemmeno più tanto a nascondere in qualche modo i suoi lati peggiori. Perché un paese che ha saputo portare l’uomo sulla Luna ma di contro non sa difendere i propri cittadini solo perché “diversi” dall’immaginario etnico del suo establishment, anzi, li mantiene in costante pericolo di vita e sovente gliela toglie pure in modi barbari, è un paese con grossi problemi non solo sociali e culturali ma pure – forse soprattutto – psicologici.

In ogni caso, per tornare ai fatti di Minneapolis, tali episodi non sono mancati nemmeno durante le amministrazioni Obama – ennesimo prodotto sociale americano per i motivi che si possono “trovare” sull’altra faccia della stessa medaglia, contrapposta a dove sta la faccia di Trump (vedi sopra), e che a sua volta non ha saputo granché risolvere la questione razziale latente nel paese. Ma, forse, perché in fondo è una questione non risolvibile in quanto congenita, almeno in una parte della società americana, costruita anche su quelle tensioni etniche continuamente coltivate dacché funzionali alla salvaguardia di una certa dimensione socioculturale tanto degradata quanto affine al modus vivendi del paese.

Per estirpare le motivazioni profonde alla base di questa situazione sociale ci sarebbe bisogno di un lavoro culturale plurigenerazionale che, temo, nessuno ha le reali possibilità e i sufficienti interessi di portare avanti se non accettando la possibilità di subire la stessa sorte dei vari Martin Luther King, Malcolm X e di altri personaggi dalle simili vicende umane – un’accettazione impossibile, per chi sia parte delle istituzioni, nemmeno in un paese apparentemente più avanzato come gli USA e pur con le migliori intenzioni per il cambiamento dello status quo. Anzi, è un lavoro culturale, quello appena citato, che semmai qualcuno nelle stesse istituzioni (e non pochi) ha solo l’interesse di ostacolare, impedire, evitare il più possibile. D’altro canto certi poteri – in primis quelli basati su atteggiamenti populisti – abbisognano del degrado e del caos sociale per proliferare al meglio, è la condizione ideale ai fini del loro sempre maggiore consolidamento e della salvaguardia delle posizioni acquisite. Sono esattamente come virus, che risultano assai più letali negli organismi già malati o debilitati che contribuiscono a far deperire sempre di più fino ad una pressoché certa morte, mentre in organismi sani o dotati di adeguate difese immunitarie avrebbero vita ben più dura o ne verrebbero debellati.

Il problema, insomma, non è che una figura come Trump in una società degradata come quella americana “provoca” fatti di questa gravità, semmai che una società come quella americana così degradata da implicare fatti di tale gravità non possa che agevolare una figura come Trump al suo comando. Ecco.

E, sia chiaro, non è affatto solo un problema dell’America.

 

L’unico “razzismo” necessario

Le idee, le parole, le azioni dei razzisti rappresentano sempre di più la migliore giustificazione per l’unico “razzismo” veramente necessario e inderogabile: quello contro loro stessi.
Inderogabile tanto quanto intransigente: una delle azioni più autenticamente democratiche che si possano mettere in pratica, almeno finché la giustizia faccia – dacché deve fare – il suo corso a sua volta nel modo più intransigente e duro, per non rischiare di poter essere considerata complice di quel male.

Io sono George Floyd

[Immagine tratta dal web.]
Il mondo nel quale dei “tutori” dell’ordine, della vita delle persone e della pubblica incolumità possono uccidere una persona in un modo tanto brutale e senza alcuna reale motivazione – ovunque ciò accada e a danno di chiunque – è un mondo destinato a rovina certa.
A meno che non si elimini rapidamente ciò che cagiona tale rovina.

A riot is the language of the unheard.
(La rivolta è il linguaggio degli inascoltati.)

(Martin Luther King, discorso alla Michigan’s Grose Point North High School, 14 marzo 1968.)

Lucerna ancestrale

[…] Sbucando sulla affollatissima Falkenplatz, arrivo pure a pensare come potrebbe presentarsi Lucerna se, per assurdo ovvero per una tutta personale dissipatio humani generis, mi ritrovassi solo a vagare in una città senza più vita umana… Più nessun individuo in circolazione, nessun residente, nessun turista o viaggiatore, le strade senza auto, il lago senza battelli che ne solcano le acque, nessun rumore se non quelli della Natura – lo scrosciare impetuoso della Reuss, il vento fresco che cala dalle Alpi, il fruscio delle chiome arboree sul lungolago… tutto perfetto eppure tutto fermo, silente, immobile. Che impressione ne avrei? Di un luogo inopinatamente ma finalmente assiso ad una condizione ideale, ad una sorta di sospensione ultradimensionale estetica-estatica indisturbata e indisturbabile nella quale nulla più possa ostacolare in qualche modo la sua bellezza assoluta? O forse di una specie di meraviglioso giocattolo urbano abbandonato, lasciato a far bella e inutile mostra di sé in uno stato di desolata e inquietante magnificenza? Oppure ancora sentirei fin da subito la spaventosa mancanza della sua vitalità umana, rendendomi conto di quanto una città non possa non vivere, nel bene e nel male, della vita dei suoi abitanti e di coloro che decidono di visitarla – o forse, in forza di un’antropologica, urbana Sindrome di Stoccolma, come il rapito che non può più fare a meno del suo rapitore, quand’anche questo non si faccia scrupoli a maltrattarlo e disprezzarlo?
Fantasie, lo so. Non accadrà mai nulla del genere, certamente. Di donne e uomini che ovunque manifesteranno la voglia di visitarla, Lucerna, io credo che ve ne saranno sempre. Città come Lucerna, in fondo, sono “divinità” fatte a immagine e somiglianza degli uomini – che le abitano e non solo – emblema di un’antropoteologia pagana che si fonda su principi ancestrali propri dell’intera civiltà umana per tutto il pianeta, i quali richiamano direttamente istinti, percezioni e sentori altrettanto antichi, almeno quanto il nostro stesso patrimonio genetico – il codice umano di cui dice Davide Sapienza, prima citato. Città come Lucerna, una volta conosciutane l’esistenza, sollecitano quegli istinti e sentori, quelle percezioni ancestrali – le stesse, in fondo, grazie alle quali da sempre generiamo il concetto profondo e il più ampio senso del termine “bellezza”. In fondo è questa evidenza che mi ripone il cuore in pace, quando il sentire qualcuno che mi dice “mi hai proprio fatto venir voglia di visitarla, Lucerna!” mi istiga le riflessioni di cui vi ho detto. Vi saranno innumerevoli visioni, esperienze, impressioni, sensazioni, considerazioni, fantasie, farneticazioni – una per ciascun individuo che sarà in città – e innumerevoli lessici per altrettanti dialoghi e conversazioni… ma alla fine di tutto, credo che il messaggio che ne scaturirà sarà articolabile da una sola voce.

Sì, certo: di questi tempi il “mio libro” per antonomasia è Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmime urbano, da poco pubblicato nella collana dei Cahier di Viaggio di Historica. Invece il brano che – mi auguro – avete appena letto è tratto dal precedente libro, la cui copertina vedete qui sopra, a sua volta edito nella stessa collana da Historica (cliccateci sopra per saperne di più), e mi serve per denotarvi che sono molto legato a questo libro, tanto quanto alla città che racconto tra le sue pagine. Dunque, se non l’avete e volete “visitare” in maniera alquanto originale un’altra meta certamente non ordinaria, be’, insieme a Tallinn potreste anche leggervi Lucerna, ecco.

Luca Rota
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni, 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

«Un idiota alla Casa Bianca»

La graficamente notevolissima e notevolmente emblematica prima pagina del “New York Times” del 24 maggio scorso, che presenta una lista di circa 1.000 persone morte per Covid-19 con relativi brevi necrologi, a rimarcare concretamente la spaventosa gravità della pandemia negli USA – che hanno ormai superato i 100.000 morti – come in nessun altro paese del mondo, mi ha fatto tornare alla mente, chissà come mai, un breve tanto quanto (divenuto) celeberrimo passaggio d’un libro dello scrittore e produttore televisivo (ma pure tra i massimi esperti americani di Shakespeare) Steve Sohmer:

L’America può mandare un uomo sulla Luna, figuriamoci se non possono mettere un idiota alla Casa Bianca.

(da Favorite Son, 1987, ed.it. Gli ultimi nove giorni, traduzione di Vincenzo Mantovani, Rizzoli, Milano, 1988; il passaggio è a pagina 263.)

Sohmer lo scrisse quando alla presidenza degli USA c’era ancora Ronald Reagan ma – ribadisco, chissà come mai – tale affermazione non solo non ha tempo ma risulta quanto mai perfetta proprio in questo periodo.

Chissà perché, già!