Che gli alberi abbiano escogitato tante maniere, simili ma diverse, di far crescere centinaia di rami per riempire uno spazio con efficienza, senza scivolare nell’anarchia, ha del miracoloso. […] Come la gemma apicale, anche le estremità dei rami reagiscono alle variazioni di luce: è così che si inseriscono negli spazi, fermandosi prima di accalcarsi nella chioma. Se alzate lo sguardo in un bosco maturo noterete una linea sottilissima di cielo che separa le chiome, effetto detto «timidezza della corona» (se i rami crescono troppo cominciano a urtare l’uno contro l’altro e la crescita s’interrompe).
[Tristan Gooley, Leggere gli alberi, Altrecose 2025, pagg.73-86. Trovate la mia “recensione” al libro qui.]
Quello delle linee di cielo disegnate dalle cime degli alberi è un fenomeno che sicuramente tutti abbiamo constatato qualche volta, nelle nostre passeggiate nei boschi e in innumerevoli fotografie circolanti sul web. Ma quanti direbbero che una cosa così apparentemente casuale e banale rappresenta invece una delle manifestazioni più evidenti dell’intelligenza degli alberi e della loro capacità di “vedere” il mondo che hanno intorno?
Ciò dimostra quanto sia stupefacente e complessa la Natura in cui viviamo, ben più di quanto si possa immaginare e anche nelle circostanze più ordinarie; al contempo rimarca le responsabilità che noi abbiamo nei suoi confronti: di comprenderne il più possibile la realtà, di armonizzarci ad essa e di salvaguardarla come merita. Cioè come noi meriteremmo, se volessimo continuare a vivere al meglio su questo nostro pianeta, mentre troppo spesso meritiamo solo di subire tutte le conseguenze della nostra relazione disarmonica con l’ambiente naturale.
A tal riguardo anche il più ordinario albero ci sa insegnare molto. Sta a noi “ascoltarlo” e imparare.
Secondo alcune ricerche scientifiche, ci sarebbero più di 3.000 miliardi di alberi sul pianeta Terra. Inevitabilmente si tratta di una stima, anche se esistono in rete alcuni siti di mappatura arborea globale molto ben fatti e scientificamente attendibili, come questo. In ogni caso credo che, ad eccezione delle specie di insetti, gli alberi siano gli organismi viventi più numerosi sul nostro pianeta, oltre a essere fondamentali per la vita di qualsiasi altra specie – si pensi solo alla fotosintesi clorofilliana. Nonostante ciò, noi Sapiens fatichiamo a pensarli “vivi” e dotati di funzioni biologiche peculiari: li vediamo più come oggetti naturali inerti e pressoché immobili, al netto della loro crescita che peraltro spesso si allunga per decenni e dunque ci risulta “impercettibile” e irrilevante, per tutto ciò formalmente non degni di poter venir considerati “esseri”.
Be’, è un altro (cioè l’ennesimo) clamoroso errore che l’uomo (Sapiens?) manifesta nei confronti del mondo in cui vive e in particolar modo dell’ambiente naturale. Riduciamo ogni cosa presente sul pianeta a una visione strettamente (e stoltamente) antropocentrica per la quale ha qualche valore solo ciò che può essere ricondotto, in forme e in sostanze, al modus vivendi umano mentre tutto il resto non ha alcun valore oppure è qualcosa di secondario e inferiore.
Tristan Gooley, scrittore ed esploratore britannico noto per i suoi metodi di orientamento naturale che ha testato in innumerevoli viaggi d’avventura in giro per il mondo, definito dalla Bbc lo «Sherlock Holmes del mondo naturale», nel suo libro Leggere gli alberi (Altrecose, 2025, traduzione di Stefania De Franco e prefazione di Isaia Invernizzi) ci dimostra quanto sia realmente clamoroso quell’errore e quanto poco approfondita sia la conoscenza diffusa, da parte umana, di chi siano veramente gli alberi […]
(Potete leggere la recensione completa di Leggere gli albericliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
«Questa mattina andando verso il Cimone di Margno insieme a mio figlio siamo stati raggiunti e passati da due moto da trial puzzolenti e rumorose. In queste situazioni chi e come si può allertare? Mi sono sentito totalmente impotente. Un cordiale saluto.»
Ciò è quanto mi ha scritto, con un messaggio privato, un conoscente che si è recato sulla montagna citata, una delle più frequentate della Valsassina in provincia di Lecco.
Questo messaggio, e le risposte alla domanda posta, mi danno l’occasione di rimarcare alcuni aspetti importanti del tema spinoso dei transiti motoristici impropri e/o non autorizzati lungo le vie rurali, verso i quali ci si sente pressoché impotenti, appunto. Me ne sono occupato di frequente in passato ma repetita iuvant, assolutamente.
Dunque, come è ormai evidente e risaputo, i motociclisti (salvo rari casi) sui sentieri fanno quello che vogliono perché sanno benissimo di essere difficilmente perseguibili. Purtroppo in questi casi ciò che in buona sostanza vale è la flagranza di reato: ma quando mai si vedono sulle nostre montagne pattuglie di Carabinieri Forestali o di altre Forze dell’Ordine a fare i controlli che dovrebbero fare? D’altro canto sono troppo pochi, privi di risorse e, appunto, spesso depotenziati da assurde normative vigenti come quelle presenti in Lombardia, che a parole vietano il transito sulle vie rurali ma di fatto lasciano ai comuni la facoltà di regolamentare e autorizzare il passaggio attraverso i propri regolamenti locali. Così, nel caso di sindaci consenzienti, poco sensibili oppure distratti, la libertà di transito è (palesemente o tacitamente) garantita e parimenti lo è ancora di più la percezione da parte dei motociclisti di poter passare ovunque, a prescindere dall’esistenza o meno di regolamenti comunali e dai confini amministrativi.
D’altro canto sulla rete viabilistica rurale i divieti di transito spesso ci sono e ben validi, basta constatare la presenza dei relativi cartelli all’inizio dei percorsi di montagna: se ne vedono ovunque, magari vecchiotti e arrugginiti ma ci sono. Tuttavia, come detto, in presenza di normative ambigue come quelle lombarde (similmente presenti in altre regioni) e in assenza di chi è deputato a vigilare e formulare contravvenzioni al riguardo, i motociclisti si sentono intoccabili e liberi di fare ciò che vogliono praticamente su qualsiasi sentiero, anche in orari di ordinario transito pedestre.
[Immagine tratta da https://valdarno24.it.]Tuttavia, posta tale (deprecabile) situazione, almeno una cosa importante si può (e si deve) fare, che forse non ha effetti giuridici immediati ma nel tempo li può certamente far maturare anche per come rappresenti un’azione pienamente civica, di cittadinanza attiva e, dunque, detenga pure un valore politico: scattare una o più foto dei motociclisti che si trovano a scorrazzare sui sentieri a loro vietati e inviarla ai comandi locali dei Carabinieri Forestali (e, magari, anche ai comuni nei cui territori ci si trova) chiedendo espressamente di attivare specifici controlli nelle zone indicate e, in generale, sulla rete di percorsi rurali locale. Ciò perché se ci si lascia vincere dallo scoramento e nemmeno si segnalano le violazioni motoristiche a cui si assiste, la situazione resterà immutata e, anzi, peggiorerà inevitabilmente perché nulla potrà impedire una sua evoluzione ulteriore a favore dei motociclisti in assenza di testimonianze concerete delle loro violazioni. Se invece ai comandi locali delle Forze dell’Ordine preposte al controllo territoriale cominciano a pervenire le segnalazioni, e sperabilmente le più numerose possibili, si alimenta un obbligo sostanziale a loro carico di intervenire – e si alimenta pure la più consona sensibilità culturale diffusa al riguardo e in generale sulla salvaguardia dei territori naturali. In fondo per arginare fenomeni del genere la repressione non basta, serve anche e soprattutto la sensibilizzazione: se la prima ha qualche effetto immediato ma senza alcuna garanzia di efficacia concreta e duratura (altrimenti sulle strade non vi sarebbe più infrazioni al Codice della Strada!), è la sensibilizzazione delle persone che frequentano i sentieri di montagna ad alimentare la consapevolezza, il rispetto verso di essa e la cultura che serve per viverla nei modi più armonici possibile.
Ad esempio, per la zona citata nel messaggio dell’amico, indico di seguito i recapiti dei Carabinieri Forestali che hanno giurisdizione sulla Valsassina e sulle montagne lecchesi – che sono anche quelle a me più vicine, per giunta:
Alle caselle mail indicate, che sono delle Pec e dunque le cui comunicazioni hanno valore legale, vanno inviate le segnalazioni scritte e le immagini raccolte delle violazioni constatate. Meglio inviare le segnalazioni a tutte le Pec indicate, così da dare loro maggior forza e mettendo in conoscenza anche il comune locale, come detto, in quanto primo ente amministrativo di riferimento che per tale motivo non può ritenersi disinteressato o mostrarsi inerte a tali segnalazioni.
[Immagine tratta da www.voceapuana.com.]Riguardo qualsiasi altro territorio italiano, per trovare i comandi locali dei Carabinieri Forestali ai quali inviare le segnalazioni e le denunce basta una semplice ricerca sul web e si può anche consultare il sito web dell’Arma; oppure ci si può rivolgere ai comandi delle Polizie Locali nonché ai comuni competenti – insistendo nel caso si mostrino poco sensibili o sfuggenti, cosa che a volte accade.
Ecco, questo è quanto si può fare, in attesa che la crescita dell’attenzione e della sensibilità diffuse su questo tema, effettivamente tra i più inquietanti e irritanti che concernono le nostre montagne, convinca i legislatori locali e nazionali a diventare a loro volta più attenti e attivi alla tutela dei territori montani e naturali. «La speranza è l’ultima a morire» si dice, no?
Ancora una volta, durante un’escursione sulle montagne di casa, ho assistito al girovagare di numerosi motociclisti lungo tracciati rurali e agro-silvo-pastorali sui quali il transito di mezzi motorizzati non autorizzati è interdetto, come segnalato dai cartelli ben evidenti all’inizio di questi tracciati. Ovviamente i motociclisti (i quali come al solito girano ben bardati e con la targa rivolta verso l’alto per non essere identificati) si fanno beffe delle interdizioni: sanno benissimo di restare impuniti visto che quasi mai vi sarà qualche membro delle forze dell’ordine a vigilare, che questi senza la flagranza di reato possono fare ben poco e che certa politica sta dalla loro parte, depotenziando con decisioni ad hoc le leggi vigenti: la Lombardia è da anni un pessimo esempio al riguardo, ma pure altre regioni italiane ormai non sono da meno.
Nel mentre che “ringrazio” i suddetti motociclisti per avermi concesso il privilegio di respirare i loro gas di scarico e di odorarne la puzza nonché di aver allietato la mia camminata con il sottofondo sonoro dei loro mezzi, mi rivolgo direttamente alle istituzioni competenti e alle forze dell’ordine e chiedo: visto la situazione in essere e posta la costante impunità dei soggetti motorizzati rispetto alle leggi vigenti, che facciamo? Passiamo direttamente alla giustizia privata?
Ovviamente no, ci mancherebbe, sarebbe qualcosa degno solo di un paese incivile e barbaro (ed è inutile osservare che certi atti di cui a volte si legge sulla stampa quali il piazzare chiodi i tirare fili d’acciaio lungo i sentieri sono inequivocabilmente ignobili). Ma altrettanto incivile e barbaro è il non agire per far che certe leggi di elementare buon senso vengano rispettate e che i trasgressori siano adeguatamente puniti. Perché un paese è civile quando poggia la convivenza collettiva su un diritto, detto appunto civile, che richiede di essere rispettato affinché non perda valore, tanto il diritto con le sue norme quanto il paese. Il quale altrimenti finirà sempre più in mano agli incivili, sui sentieri di montagna e nei consessi amministrativi della politica.
[Questa “locandina” la elaborai ormai parecchi anni fa; purtroppo è ancora del tutto valida.]Nel frattempo sarebbe bene continuare a impegnarsi contro questa cronica abitudine motoristica, a denunciare ogni episodio riscontrato alle forze dell’ordine (nonostante la loro sostanziale impotenza), a sensibilizzare tramite la stampa, il web e i social, a fare pressione sulla politica. A fare massa critica, insomma. Che d’altro canto, in questa e in ogni altra circostanza similare, è una delle più potenti manifestazioni di democrazia che un paese realmente civile può contemplare.
Da oggi e sempre di domenica (salvo impedimenti o dimenticanze) troverete un articolo che offre una selezione di notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete che trovo interessanti e utili da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così che ognuno possa approfondirle a piacimento. Di notizie del genere sulle montagne ne escono a bizzeffe: questo è un tentativo di non perdere alcune delle più significative. Durante la settimana precedente le più recenti di tali notizie le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.
UNA BUONA NOTIZIA PER I BOSCHI DELLE NOSTRE MONTAGNE
Già, perché a quanto sembra – come riferisce questo articolo de “Il Post” – l’epidemia dovuta al bostrico che ha devastato i boschi del Nord Italia fa meno paura; dopo aver fatto morire milioni di alberi, ora il bostrico tipografo si riproduce molto più lentamente. La rimozione degli alberi morti, la pioggia e l’azione degli antagonisti ne ha rallentato molto la fase epidemica.» Be’, speriamo in bene. La visione dei boschi attaccati dal bostrico è tra le più tristi che la montagna abbia offerto negli ultimi tempi.
QUANDO LA MONTAGNA SI SPOPOLA, NONOSTANTE IL TURISMO
Fabio Guanella, storico prestinaio di Campodolcino, in Valle Spluga, intervistato qui da “La Provincia-UnicaTV” tratteggia la desolante realtà della propria zona: spopolamento irrefrenabile, negozi chiusi, servizi di base eliminati, costo della vita sempre più alto. Tuttavia da Campodolcino parte uno degli impianti di arroccamento del comprensorio sciistico di Madesimo, tra i più frequentati della Lombardia, posto a pochi km di distanza. E dunque la domanda sorge spontanea: ma il turismo, quello sciistico in particolare così sostenuto e finanziato dalla politica, non dovrebbe contrastare lo spopolamento delle montagne? O forse questa è solo una pia illusione e in realtà serve ben altro per mantenere vivi i territori montani?
CENTO GIORNI A MILANO-CORTINA 2026, E IL DISASTRO OLIMPICO SI FA SEMPRE PIÙ PALESE
Lo evidenzia con la solita illuminate chiarezza Luigi Casanova, presidente di Mountain Wilderness Italia, che in un’editoriale sul sito dell’associazione denuncia il volto nascosto delle prossime Olimpiadi invernali: ritardi, costi fuori controllo, opacità, infiltrazioni malavitose e territori feriti da opere che tradiscono lo spirito olimpico: potete leggere l’editoriale qui. Meno male che ci saranno le gare, perché per tutto il resto il disastro olimpico appare pressoché irrimediabile.
LA DURA REALTÀ DIETRO L’IDILLIO ALPESTRE
Non è il mondo di Heidi né quello idealizzato dalle serie TV. Sull’alpe la vita è dura, fatta di levatacce, giornate infinite, ma arricchita da momenti indimenticabili. Anche nella ricca e efficiente Svizzera, insomma, l’obiettivo è ancora quello: «Kill Heidi!» Su “Swissinfo.ch” un bel reportage sulla transumanza da Hinterfeld, alpeggio nel Canton Uri, utile per fare qualche raffronto con la realtà italiana: leggetelo qui.
MA ALLA FINE DELLA FIERA COM’È ANDATA L’ESTATE 2025?
È finita da poco, l’estate, e qualcuno si sarà chiesto, o starà chiedendo, com’è andata dal punto di vista del clima. Be’, lo spiega con il consueto rigore analitico la Fondazione Cima, prestigioso ente scientifico con sede a Savona; cliccate sull’immagine qui sopra per saperne di più (spoiler: è stata un’estate bella incasinata!)