Dunque, leggete con attenzione le seguenti dichiarazioni:
«L’ultimo turista sugli sci? Arriverà nell’inverno 2040. La stagione degli sport invernali, così come la conosciamo e continuiamo a immaginarla, non ha futuro. Bisogna prenderne atto. E agire di conseguenza. E non inganni nemmeno il risveglio di interesse che pare esserci per il turismo invernale. È il colpo di coda di un animale ferito a morte. Qualcuno non sarà d’accordo, lo capisco, ma i numeri attuali non torneranno più. Serve una ritirata ordinata, senza farsi soverchie illusioni.»
La domanda è: chi le ha proferite?
La Ministra del Turismo in carica, comodamente stesa al Sole su un lettino del “Camineto” di Briatore a Cortina.
Un attivista radicale di “Ultima Generazione” dopo aver imbrattato un capolavoro pittorico in un museo.
Uno storico del turismo e docente del Master in International Tourism di una prestigiosa università svizzera.
Un utente leone-da-tastiera/sapientone/signor-so-tutto-io in un post sul proprio profilo Facebook.
(⇒ Articolo originale pubblicato su “L’AltraMontagna“: lo trovate cliccando sull’immagine qui sotto.)
Sono già numerosi i frequentatori delle montagne che conoscono e apprezzano la dimensione turistica della Valle Maira, un luogo che a differenza di altre regioni alpine ha scelto da tempo di puntare sul turismo sostenibile nelle sue varie forme contemporanee. Questo anche perché – come si legge nel sito del Consorzio Turistico locale, la Valle Maira «è riuscita a preservarsi dal cemento e da pratiche che feriscono la montagna, come gli impianti di risalita. Libera, verde e incontaminata, attira un turismo slow, a passo lento, e gli amanti dell’outdoor che desiderano scoprire paradisi nascosti. La maggior parte delle strutture ricettive sono antiche borgate o case, ristrutturate nel rispetto dell’architettura della Valle, in maniera sostenibile. Spesso chi sceglie la Valle Maira lo fa anche perché alla ricerca di una vacanza a basso impatto». Una gestione turistica ammirevole, inutile rimarcarlo.
[La Val d’Ala, nelle valli di Lanzo vista dai pressi del Rifugio Gastaldi. Foto di Toma15996, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Più a nord, anche le Valli di Lanzo hanno intrapreso un simile percorso di gestione turistica sostenibile. In particolare, il Consorzio Operatori Turistici raduna differenti tipologie di operatori (albergatori, ristoratori, agriturismi, aziende agricole, operatori dei servizi turistici e sportivi) con l’obiettivo di sviluppare l’offerta turistica delle Valli di Lanzo, Ceronda e Casternone, di migliorare la qualità dell’accoglienza ed incrementare la possibilità di fruizione del territorio, nel rispetto dell’identità culturale e delle risorse naturalistiche delle Valli, nella convinzione che le proprie iniziative possano portare una rinnovata attenzione verso le valli stesse ed una crescita dei flussi turistici a livello locale.
E sono proprio le due realtà sovracitate, nelle figure del Consorzio Operatori Turistici Valli di Lanzo e il Consorzio Operatori Turistici Val Maira che, al motto di «Territori diversi, obiettivi comuni» si sono unite nella Società Consortile a responsabilità limitata Valli Lanzo & Maira, la prima di questo genere in Piemonte – e, credo di poter dire, più unica che rara nell’intera cerchia delle Alpi italiane.
[L’altopiano della Gardetta in alta Valle Maira. Immagine tratta dalla pagina Facebook del Consorzio Valle Maira.][Veduta invernale del Pian della Mussa in Val d’Ala, Valli di Lanzo. Foto di Davide Tomatis, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Quella che la Valle Maira e le Valli di Lanzo hanno voluto e saputo costruire è un’importante ed esemplare sinergia: un modello di collaborazione e cooperazione significativo per diversi aspetti, primo tra tutti il cambio di paradigma nei riguardi della frequentazione turistica delle montagne nel presente e nei prossimi anni, sotteso dai suoi obiettivi. Si tratta di un’evoluzione che non solo commerciale ma anche politica, amministrativa, economica e, soprattutto, culturale. Inoltre, sottolineiamo che ad allearsi non sono due territori contigui ma, anzi, relativamente distanti e separati da un’ampia parte delle Alpi piemontesi, quella più sfruttata dall’industria turistica “pesante” (la Val Susa, per intenderci) che in questo modo si ritrova a confrontarsi con una alternativa turistica più consona alla realtà montana presente e futura. La società neo-costituita tra le due valli piemontesi e la sua missione rappresentano un modello pronto per essere imitato in numerosi altri contesti della montagna italiana, soprattutto in quelli ancora legati alla vecchia monocultura dello sci da discesa e della quale, forse, vorrebbero svincolarsi, puntando su un turismo diverso, senza sapere come farlo e con quale modus operandi. Un modello, questo, che per la sua novità e le caratteristiche che presenta si fa da subito esperienza da conoscere, studiare, analizzare e, appunto, per quanto possibile imitare.
[La chiesa di San Peyre di Stroppo e l’alta Valle Maira. Immagine tratta dalla pagina Facebook del Consorzio Valle Maira.]Per saperne di più, leggete l’articolo completo (con alcune immagini assai significative delle Valli Maira e di Lanzo) su “L’AltraMontagna“,qui.
N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna delle quali ho scritto qui sul blog:
L’Alta Via del Sale è una spettacolare strada bianca ex-militare, interamente sterrata, che collega le Alpi Piemontesi e Francesi al Mare Ligure; si snoda tra i 1800 e i 2100 metri di quota per circa 30 km lungo lo spartiacque alpino principale presso il confine italo-francese attraversando a mezzacosta valichi alpini, tornanti e passaggi arditi.
E’ probabilmente il tracciato più famoso dei 2000 km di strade militari realizzate tra il 1700 e gli anni Trenta del secolo scorso lungo le Alpi Occidentali, tra Liguria e Piemonte. Strade di alta quota che, assieme ad una serie imponente di opere difensive, costituiva il cosiddetto Vallo Alpino Occidentale, con percorsi che per lunghi tratti superano i 2000 metri di quota, praticabili quasi esclusivamente nel periodo estivo, attraverso altipiani selvaggi e praterie alpine, costeggiando montagne impervie e sovrastando imponenti balze rocciose.
Una volta venuta meno la funzione militare, questo patrimonio storico e culturale, è rimasto a lungo abbandonato e lasciato al degrado nonché ad una fruizione turistica del tutto priva di regole, diventando una sorta di far west motoristico privo di controlli per scorribande di fuoristrada, a due o quattro ruote, anche provenienti da paesi dove tali attività mai sarebbero state consentite. Negli ultimi anni, fortunatamente, questa rete stradale di alta quota è stata in parte recuperata e destinata ad una frequentazione più controllata. Uno dei tratti più famosi è appunto quello che prende il nome di Alta Via del Sale, il quale ovviamente ricorda il preponderante transito commerciale di sale marino dalla Liguria verso il Piemonte e le altre regione nordoccidentali italiane.
Come spiega quiFrancesco Pastorelli, direttore di CIPRA Italia, la delegazione italiana della Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi, «i primi tentativi di gestione controllata dell’Alta Via del Sale furono quelli attuati dal Parco del Marguareis per delimitare aree parcheggio da parte del nel tratto di sua competenza, accompagnati dalle difficoltà a far accettare ai comuni italiani e francesi la necessità di porre un freno alla frequentazione motorizzata di quel territorio, tanto affascinante quanto delicato. Col passare del tempo, tuttavia, il crescente sviluppo del cicloturismo ha fatto capire che non ci sono solo le moto da enduro ed i 4×4 e che quel percorso avrebbe potuto rivelarsi una carta vincente per il turismo della regione. Così da alcuni anni è in vigore una regolamentazione che prevede il pagamento di un pedaggio e soprattutto un numero chiuso (80 autoveicoli e 140 motoveicoli giornalieri) nonché due giornate alla settimana senza traffico motorizzato e con la strada lasciata a disposizione di escursionisti e ciclisti (questi secondi pagano un ticket di ingresso simbolico di 1 Euro, richiesto al fine di censire gli ingressi dei cicloturisti per meglio programmare la futura gestione del tracciato – n.d.L.) che hanno la possibilità di godere una straordinaria esperienza outdoor senza rumore, sollevamento di polvere e rischio di essere investiti.»
La via verso una riduzione dei rumori e dei gas di scarico lungo l’Alta Via del Sale è stata tracciata, ma senza dubbio va percorsa con sempre più decisione (da ciò viene il “quasi” del titolo di questo articolo). Non si può che concordare con Pastorelli quando afferma che «in futuro sarebbe auspicabile incrementare le giornate di chiusura ai mezzi motorizzati e far rispettare i limiti di velocità. Diminuendo le auto e le moto diminuirebbero gli incassi, indispensabili per la manutenzione della strada? Credo che le persone praticanti il cicloturismo, messe nelle condizioni di fruire luoghi di rara bellezza, sarebbero disposte a pagare un ticket di accesso, a patto di non dover condividere la strada con auto e moto ed essere costrette a mangiare la loro polvere. Anche i delicati ambienti naturali circostanti ne trarrebbero beneficio.»
Posto ciò, l’Alta Via del Sale può rappresentare un modello virtuoso di gestione di un’opera turistica in quota da meditare e imitare, vista la quantità lungo le Alpi di percorsi montani sovente fruiti dai mezzi motorizzati per mere ragioni ludico-ricreative pressoché senza controlli autentici, ma che di contro sono dotati di grandi potenzialità riguardo il turismo dolce e sostenibile: potenzialità poco o nulla sfruttate per colpa di quel traffico impattante e fastidioso oltre che decontestuale ai luoghi che ne sono soggetti. Ciò anche per incentivare i visitatori verso tali forme di turismo ben più sostenibili tanto quanto appaganti per chi ne gode, e molto più in grado di far conoscere e veicolare la bellezza dei territori e dei paesaggi frequentati nonché il loro valore culturale.
Per saperne di più sull’Alta Via del Sale, potete visitare il relativo sito web https://www.altaviadelsale.com/ita, dal quale ho tratto tutte le immagini che vedete in questo post.
N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna delle quali ho scritto qui sul blog:
Ringrazio di cuore il portale web “Sherpa” per l’attenzione riservata alle mie considerazioni intorno alle battaglie per la salvaguardia della Val di Mello. È un onore essere ospitati in un così prestigioso spazio di divulgazione culturale sui temi di montagna e da una figura tanto importante al riguardo come Alessandro Gogna che ne è l’ideatore e principale curatore.
Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo, mentre quello originario sul blog lo trovate qui.
Quella relativa alla Val di Mello e all’abbattimento dell’orrido muro costruito nel 2021 all’interno della Riserva Naturale che “tutela” la zona è una notizia che allieta la mente, scalda il cuore e rinvigorisce l’animo. Era un’opera che, fin da quanto venne presentata, a chiunque l’abbia potuta analizzare è sembrata impattante sotto ogni punto di vista, anche solo per una questione di ordinarissimo buon senso, posto il luogo nel quale è stata realizzata. A chiunque eccetto che ai suoi promotori, il Comune di Masino e Ersaf, i quali invece hanno deciso di spendere – cioè di buttare via – 48.000 Euro di soldi pubblici (miei, vostri, di tutti), oltre a quelli spesi ora per l’abbattimento, per un manufatto non solo orribile ma pure illecito. Una cosa ignominiosa, senza alcun dubbio.
È una bellissima vittoria per tutti quelli che a vario titolo si sono spesi per questa battaglia a difesa della meravigliosa Val di Mello, a partire da ciascuno dei 63mila firmatari della petizione contro l’opera (una cifra enorme, obiettivamente) fino a chi l’ha guidata con impegno e coerenza: in primis l’amico Jacopo Merizzi, figura fondamentale della storia alpinistica delle montagne del Masino e da sempre impegnato nella difesa della valle, al quale va ascritto molto del merito di questa vittoria. Sono molto contento per lui.
Due considerazioni, ora. La prima: questa vicenda dimostra pienamente che contrastare certe brutture che politici, amministratori e soggetti locali, enti e impresari cinici impongono alle nostre montagne si può e dunque si deve, perché alla fine l’impegno, l’onestà d’intenti, la coerenza, il senso civico e l’unione delle forze rende innegabile la verità delle cose e fa ottenere i risultati dovuti. Teniamocela ben presente, questa bella lezione di civismo ambientale che viene dalla Val di Mello, per qualsiasi istanza di tutela dei territori di montagna e naturali sottoposti alle più bieche pratiche di turistificazione – e lo tengano ancor più presente i promotori di queste pratiche!
La seconda: il Comune di Masino e Ersaf hanno buttato via 48.000 Euro (più annessi e connessi) di soldi pubblici, lo ripeto. Ne risponderanno quelli che hanno firmato le concessioni per la realizzazione del muro ora abbattuto? Probabilmente no – in Italia quasi mai accade qualcosa del genere – e questo non è per nulla giusto. Per tale motivo continuo a sostenere che, in queste circostanze, sia necessario che ai decisori i quali abbiano approvato e firmato opere del genere, palesemente sbagliate fin da prima della loro realizzazione, debba essere giuridicamente imputata la responsabilità politica di quanto hanno approvato in barba a qualsiasi considerazione contraria. Non è accettabile che si agisca e intervenga a danno palese di un bene comune, per giunta tutelato ambientalmente, con tanta leggerezza e menefreghismo per poi non aver da sostenere alcuna responsabilità al riguardo. Trovo che sia una cosa indegna per un paese che si voglia considerare civile, e sono certo che se si attuasse giuridicamente una forma di riconoscimento di tale responsabilità politica molte opere che oggi vediamo imbruttire territori naturali di pregio non sarebbero realizzate ovvero ci si penserebbe sopra ben più di due volte prima di farle.
In ogni caso, lo ribadisco di nuovo, le notizie che arrivano dalla Val di Mello sono belle e rinfrancanti. Mi auguro che siano parte di una lunga serie simile e vieppiù abbondante di pari vittorie, in futuro, nonché la manifestazione di una presa di coscienza sempre crescente riguardo la tutela del mondo in cui viviamo e la necessità di abitarlo nel modo più virtuoso e equilibrato possibile. Per il bene del mondo stesso e, ancor più, di noi tutti.
P.S.: delle brutture realizzate in Val di Mello me n’ero occupato qui.