Trees washing

[Foto di Noah Buscher su Unsplash.]
Ho conosciuto solo di recente Luigi Torreggiani, giornalista e dottore forestale per “Sherwood” e Compagnia delle Foreste; prima lo conoscevo di nome ma molto poco di fatto (e devo ringraziare il comune amico Pietro Lacasella per tale conoscenza). Devo recuperare, perché Luigi dice e scrive cose – sui temi dei quali si occupa e dunque su alberi, boschi, foreste e ambiente – non solo interessanti e intriganti ma pure (fatemi usare un termine e una dote ormai sempre più desueti) sagge. Dunque ancora più importanti, visti i temi suddetti e il loro valore fondamentale per il mondo in cui viviamo, ben oltre la mera accezione estetico-romantica che sovente utilizziamo per disquisirne e con la quale, abbastanza inevitabilmente, finiamo per semplificare fin troppo quel valore. E ciò non solo per quanto riguarda i territori montani e rurali in genere ma anche per le nostre città e le zone più antropizzate.

A queste ultime mi viene da riferire il seguente articolo di Luigi, pubblicato sulla sua pagina Facebook e ripreso anche da “Alto-Rilievo / Voci di montagna”, il blog di Pietro Lacasella: una riflessione assolutamente interessante anche per come riguardi una pratica tanto diffusa e reclamizzata come “virtuosa”, da molte amministrazioni pubbliche, quanto spesso che si rivela di facciata e ipocrita, ovvero un esercizio di green washing di livello notevole, cioè notevolmente bieco. Basti pensare ai tot-mila alberi che pianta di continuo Milano tra mirabolanti titoloni mediatici e poi, spenti i riflettori delle TV e i tablet della stampa, lascia spesso morire nel disinteresse più assoluto, come ho scritto qui qualche tempo fa, e nel mentre che il consumo di suolo in città aumenta anno dopo anno, senza tregua.

Insomma: questo mio è un convinto invito a leggere – se già non lo fate – gli scritti di Luigi Torreggiani, su “Sherwood” e ovunque siano pubblicati, perché meritano assolutamente di essere letti e meditati. A partire da questo, ribadisco:

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative di piantagione di alberi (bene!!!).
Molte di queste iniziative hanno come slogan quello di mettere a dimora “un albero per ogni cittadino”: un albero per ogni italiano, per ogni abitante della tal regione, della tal città, del tal quartiere, un albero per ogni cliente, per ogni associato ecc. ecc.
Non c’è niente di male in questo, ci mancherebbe. C’è però un piccolo-grande rischio comunicativo che andrebbe tenuto in considerazione: quello della deresponsabilizzazione rispetto a problemi ambientali enormi, che riguardano gli stili di vita di tutti noi.
Sapere che il tal politico, la tal azienda o la tal associazione pianterà un albero a mio nome, infatti, non significa affatto: “bene, quindi adesso posso tornare a vivere e inquinare come prima”.
Non sarà certo il nostro albero in più a cambiare le sorti di problemi enormi e globali come la crisi climatica o la perdita di biodiversità. È un’azione lodevole e importante, nessun lo nega, ma non basta. Siamo sicuri che questo sia chiaro proprio a tutti?
Sarebbe interessante e credo utile leggere questa banale considerazione a margine delle campagne di piantagione di alberi che scelgono di usare (legittimamente) lo slogan “un albero per ogni cittadino”: ad esempio spiegare quanto davvero, un singolo albero, può compensare le emissioni medie di un essere umano che vive nella parte ricca del Pianeta.
Sarebbe una mossa controproducente dal punto di vista del marketing? Probabilmente sì.
Ma rappresenterebbe un passettino in avanti verso l’educazione alla sostenibilità. Penso che la nostra società, malata di slogan, ne abbia parecchio bisogno.

“Ombre sulla neve” e “Inverno liquido”, domani sera in (Libreria) Alaska

Domani, martedì 28 novembre, dalle ore 19 presso la Libreria Alaska di Milano, avrò l’onore e il piacere di moderare – insieme all’Associazione APE Milano – l’incontro tra Maurizio Dematteis, direttore dell’Associazione Dislivelli, e Luigi Casanova, presidente onorario di Mountain Wilderness Italia, che presenteranno i rispettivi libri Inverno liquido: la crisi climatica, le terre alte e la fine della stagione dello sci di massa (DeriveApprodi) e Ombre sulla neve. Il “libro bianco” delle olimpiadi invernali (Altreconomia).

Due libri pubblicati ormai un anno fa ma il cui valore – narrativo, testimoniale, documentale, didattico – continua a rimanere costante nel tempo se non a crescere sempre più: martedì faranno da prezioso e efficace stimolo per discutere con i loro autori e con APE Milano di alcuni dei temi più emblematici che caratterizzano la realtà contemporanea delle montagne italiane, soprattutto di quelle sottoposte all’industria turistica, nonché della relazione tra città e montagna in ottica presente e ancor più futura nel contesto sociale, economico, culturale, climatico e ambientale che stiamo vivendo e per molti versi subendo, in maniera crescente col passare delle stagioni.

Lo faremo a Milano, città storicamente legata alle montagne che disegnano il suo orizzonte alpino, prossima sede olimpica invernale e proprio in questa veste un luogo urbano che compendia – nel bene e nel male – molti degli aspetti propri delle tematiche sulle quali discuteremo insieme. Aspetti sovente troppo sottovalutati eppure fondamentali per il futuro della parte di mondo nella quale viviamo, che lo si viva da montanari o da cittadini.

Sarà un incontro oltre modo interessante, affascinante, illuminante: da non perdere, senza alcun dubbio. Per saperne di più al riguardo, cliccate sull’immagine in testa al post.

Dunque ci vediamo “in” Alaska domani sera! Non mancate!

Milano, la città-centro commerciale che svende se stessa e la propria identità

Qualche giorno fa, sono in auto, ascolto la radio. In un notiziario si parla di Merlata Bloom, a Milano.

[Immagine tratta da https://www.merlatabloommilano.com/ ]
«210 negozi, 43 ristoranti tutto sparso su 70mila metri quadrati è il nuovo lifestyle center di Milano!» si dice nel servizio del notiziario.
Ah, dico io, un nuovo centro commerciale!
«Un progetto di pianificazione urbana dal cuore verde!» dice il servizio.
Comunque un ennesimo centro commerciale, dico io.
«Un grande intervento di rigenerazione urbana, un “winter garden” caratterizzato da aree verdi interne e ampie aree finestrate!» dice il servizio.
Mettetela come volete, è in ogni caso un altro megacentro commerciale, dico io.
«Un luogo di incontro e condivisione, che ripensa il tempo libero, le occasioni di socializzazione, il benessere e il rapporto con la natura.» dice il servizio.
Un. Nuovo. Maxi. Centro. Commerciale, dico e ribadisco io.
Ecco.
Risultato:

[Per leggere l’articolo cliccate sull’immagine.]
La pianificazione e la rigenerazione urbana, il benessere, la natura… sì sì, come no.

Nuovamente, incessantemente, pervicacemente, Milano svende la propria anima al consumismo più spinto e sfrenato, mettendo sul mercato la propria identità a favore delle brame degli immobiliaristi, dei signori della gentrificazione, del cemento, del panem et commercium «accaventiquattro», come si dice oggi.

Come scrive Lucia Tozzi nel suo illuminante libro L’invenzione di Milano, quella in atto è «la privatizzazione della città pubblica, dei suoi spazi e delle sue istituzioni sociali e culturali» a danno innanzi tutto dei suoi abitanti naturali, i milanesi, che infatti se ne stanno andando dalla città, allontanati e espulsi dal suo corpo urbano. Ovvero, come scritto altrove sempre a proposito del libro, «Milano propone una grande illusione collettiva, una grande allucinazione, dove ciò che rimane è la disneyficazione delle città e la foodification.»

A ben vedere, il vero maxi centro commerciale, a Milano, è la stessa città, sottratta ai milanesi e svenduta ai forestieri – bravissime persone e piene di belle idee e buona volontà, sicuramente, ma che non c’entrano nulla con l’anima cittadina, con il Genius Loci meneghino, con la sua dimensione storica urbana.

D’altro canto, è bene rimarcarlo come fa “Milano Today” nell’articolo dal quale ho ricavato buona parte delle citazioni lì sopra, il nuovo centro commerciale “Merlata Bloom” è stato edificato

su un’area che fino a qualche anno prima di Expo era completamente agricola

nella città che è già la più cementificata d’Italia. Un primato del quale evidentemente va molto fiera e che vuole consolidare il più possibile. E intanto incombono le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, altra ottima occasione per ulteriori perversioni urbanistiche di vari ordini e gradi.

Be’, addio, meravigliosa Milano. Città tanto sublime nella forma architettonica, così degradata nella sostanza urbana e civica. Chissà, magari tornerai in te prima o poi. Magari invece no, e forse è giusto così.

Il nuovo presidente di Arpa Lombardia e la vergogna inesorabile

Ciò che personalmente trovo più sconcertante, inquietante e francamente innervosente della nomina di Lucia Lo Palo alla carica di presidente dell’ARPA – l’Agenzia Regionale per la protezione ambientale – della Lombardia, una delle regioni più inquinate, cementificate e ambientalmente degradate d’Europa, non è tanto che sia una “negazionista climatica” dichiarata, il che – al netto della strumentalizzazione ideologica dei temi ambientali – la correla a un evidente problema di analfabetismo funzionale il quale, ovviamente, è ampiamente deprecabile ma non perseguibile. Ma che la nomina di Lo Palo, candidata con il suo partito alle ultime elezioni e non eletta dunque formalmente rifiutata dall’elettorato nonché, a quanto pare, carente di competenze atte a ricoprire l’incarico in maniera efficace e proficua, non sia che l’ennesima manifestazione del solito poltronificio politico all’italiana e della strumentalizzazione politica di soggetti istituzionali che, proprio per poter lavorare al meglio a favore di tutta la società civile, non dovrebbero avere nulla a che fare con quell’ambito e con i suoi meccanismi. Dunque, di rimando, è anche la dimostrazione del menefreghismo che certa politica ripone verso soggetti della pubblica amministrazione dai compiti fondamentali per il benessere dei cittadini, ancor più – ribadisco – in una regione come la Lombardia così ambientalmente messa male (quando non malissimo: basta considerare i dati dell’inquinamento dell’aria lombarda e la pressoché totale inazione decennale della politica al riguardo).

Una vergogna assoluta e inaccettabile. Non c’è da aggiungere altro.

Peraltro sarebbe finalmente ora di smetterla una volta per tutte con questa indegna pratica politico-partitica dell’assegnazione di poltrone d’ogni sorta ad mentula canis, veramente intollerabile in un paese che si voglia considerare civile e avanzato. Basta!

Ora i casi sono due: o la signora Lo Palo viene al più presto rimossa da quel suo incarico, per il bene di tutta la Lombardia e dei suoi cittadini (come d’altronde imporrebbe il voto di sfiducia – a scrutinio segreto – della giunta regionale di qualche giorno fa: ma si sa che in Italia le cose logiche non sono quasi mai normali), oppure dimostra entro brevissimo tempo di avere ampie e articolate competenze riguardo temi ambientali, adeguate a sostenere l’incarico che le è stato assegnato, al contempo rimediando all’analfabetismo funzionale scientifico palesato sulla questione del cambiamento climatico.

Quale avverrà delle due, secondo voi?

[Immagine tratta da questo articolo de “L’Eco di Bergamo”.]
Al netto di quanto sopra e di come si risolverà (se si risolverà in qualche modo), purtroppo bisogna nuovamente rimarcare la pessima gestione politico-amministrativa della Lombardia, ormai da lungo tempo, del proprio territorio, dell’ambiente e del paesaggio: una gestione pressoché priva di cura, di sensibilità, di competenze, di progettazione e di visione strategica. Una gestione priva di futuro, insomma: peccato che poi questa privazione di un buon futuro la subiscano tutti i lombardi indistintamente. Ma evidentemente ai politici regionali questa prospettiva concreta non interessa per nulla.

P.S.: ovviamente, per leggere l’articolo al quale si riferisce l’immagine in alto cliccateci sopra.

Politica e montagne, due ambiti lontani quando non antitetici


Quando si studia e si analizza la realtà dei territori montani italiani, sia attraverso la lente politica (non della politica, ma “politica” nel senso della gestione dei territori) che da quella sociale, economica, ecologica, ambientale, culturale, una delle cose macroscopiche che saltano all’occhio è il disinteresse pressoché totale del quale per lungo tempo – in pratica dal boom economico in poi – la politica, in tal caso intendendo quella istituzionale, ha fatto oggetto quei territori montani e le loro comunità. D’un tratto non ci si è più curati della quotidianità, delle istanze, dei bisogni, delle necessità e dei sogni degli abitanti delle montagne, evidentemente considerati nell’insieme un bacino di voti poco interessante e proficuo per le carriere dei politici suddetti, e di contro si è preso a considerare i territori in quota come spazi di colonizzazione e predazione secondo schemi i quali, se pur mediati in vari ambiti a partire da quello turistico, rimandano sostanzialmente al consumismo più esasperato, anche in forza della debolezza politica e culturale di quelle comunità che dal dopoguerra in poi hanno subito i peggiori fenomeni di deperimento socioeconomico: spopolamento, fine della dimensione rurale tradizionale e dell’economia ad essa legata, conquista dei territori da parte del turismo di massa, perdita di identità culturale, con conseguenze infine di natura anche psicosociale, come raccontò bene Annibale Salsa nel suo fondamentale libro Il tramonto delle identità tradizionali.

Certe realtà “deviate” che oggi dobbiamo constatare sulle montagne, a partire dai numerosi opinabili interventi di matrice turistico-commerciale fino agli altrettanti progetti di “sviluppo del territorio” palesemente fuori contesto e alle visioni che vi stanno alla base, sono anche (e ancora) il frutto di quel menefreghismo politico, dell’incapacità, o della mancanza di volontà, di relazionarsi con i territori e con le comunità residenti per sostenerne la quotidianità in equilibrio e armonia con qualsiasi altra pratica, a partire da quella a favore del turismo, quando non del fastidio con il quale spesso sembra venissero guardate quelle comunità, un ostacolo agli interventi che la politica promuoveva o viceversa all’atteggiamento di disinteresse istituzionale che ha riservato alle montagne.

È ugualmente (anche) frutto di tale realtà l’attivismo della politica contemporanea quasi totalmente rivolto agli interventi turistici e a quanto ad essi correlato, come se la montagna non servisse che a quello, come se i montanari non potessero fare altro – e così sperare di salvare i loro paesi – vivendo al servizio del turismo e delle sue pratiche sempre più massificate e meno attente alla reale valenza dei luoghi. La politica, fregandosene per così lungo tempo delle montagne, ha inesorabilmente perso la capacità, le visioni, le competenze, la cultura di sapersene occupare in modo proficuo e a favore della migliore e più funzionale quotidianità a supporto delle comunità di montagna; ora non sa far altro che unire dozzinalmente i propri “utile e dilettevole”, proponendo e finanziando innumerevoli interventi privi di alcun pensiero razionale rispetto ai luoghi ai quali vengono imposti – dalle giostre da luna park alpestre fino alla monocultura sciistica perpetrata nonostante la situazione climatica in divenire – con il solo scopo di spendere i soldi, alimentare il sistema clientelare che ne sorregge il potere a livello locale, pensare di guadagnare consensi facendo credere di “fare” a favore delle montagne e, dunque, continuando a fregarsene delle reali e fondamentali necessità delle comunità residenti, non avendo più le competenze per occuparsene, appunto, nonché, nell’ottica della politica contemporanea, non trovando in questo compito il modo di far consensi come per il primo.

A me pare che ancora oggi si stia continuando su questa strada, anche nel momento in cui vengano presentati progetti e interventi istituzionali che, al netto delle meravigliose parole che le presentano, lasciano ben poco di concreto e fruttuoso sul terreno: perché nuovamente si tratta di iniziative che quasi mai sono state strutturate attraverso un dialogo autentico e prolungato con i territori, che rappresentano dei meri copia/incolla di altri interventi come se i luoghi fossero bene o male tutti uguali ovvero privi di proprie peculiarità, che ragionano sempre (quando lo sanno fare, e non è affatto detto) sul breve termine e su risultati da spendere subito per ottenere tornaconti politici, quasi mai su lungo termine, quando invece territori complessi per molteplici aspetti come quelli montani hanno bisogno di progetti complessi, articolati, dotati di visione lunga, capaci di tenere sempre al centro le comunità residenti e il loro benessere – che è il benessere delle montagne, ben più di quello che oggi può scaturire dal turismo o da ogni altra cosa esterna alla realtà locale, comunque importanti, da sviluppare, da integrare con le realtà locali ma che mai possono e devono essere preponderanti rispetto a quelle realtà e alle loro evidenze.

So benissimo che elaborare progetti del genere non sia semplice, che abbisogni di figure competenti, preparate, alle quali sia concesso il giusto tempo per lavorare al meglio; ma una tale ipotetica difficoltà di fondo non potrà mai giustificare, nei territori montani, le azioni di una politica supponente e incompetente, totalmente rivolta nel suo operare al breve termine, al risultato facile, al tornaconto immediato e dunque mai far legittimare “progetti di sviluppo territoriale” i quali non sono altro che un far cose a caso tanto per poter dire di averle fatte e così far girare i relativi soldi pubblici, spesso tanti, nelle tasche “giuste”, senza alcuna visione strategica verso il futuro e senza alcuna autentica relazione culturale con i territori e gli abitanti, tutt’al più mirando solo alla prossima tornata elettorale.

Da un meccanismo così distorto e perverso la montagna ne deve necessariamente uscire, se vuole pensare di costruirsi un buon futuro. Altrimenti non farà che continuare a scavarsi la fossa sotto i piedi: solo che lo farà con una pala d’oro, luccicante abbastanza da abbagliarla e così non farle vedere ciò che sta realmente accadendo.