Messo alle strette dalla pessima realtà di fatto delle opere olimpiche in Valtellina e non solo, l’Assessore alla Montagna di Regione Lombardia, uno dei referenti politici principali delle opere in questione, accusa con le solite frasi fatte quelli che, manifestando critiche ai progetti presentati, a suo dire avrebbero fatto «perdere tempo a tutti».
Peccato che se invece quelle opere fossero state progettate con adeguato buon senso e non calandole dall’alto per mere convenienze politiche, con competenza e con attenzione ai territori e alle loro peculiarità, con l’ascolto delle comunità locali e l’interlocuzione con gli abitanti dei luoghi coinvolti, molte di quelle critiche – inevitabili vista la situazione – non avrebbero avuto senso né forza e il tempo l’avremmo tutti risparmiato, non perso. Col rischio conseguente di perdere pure la faccia, di questo passo.
D’altro canto le prossime Olimpiadi milano-cortinesi la realtà delle cose l’hanno certificata da tempo: in Lombardia non «c’è chi fa» ma “chi fa su”, (cito di nuovo Giuseppe “Popi” Miotti, decano delle guide alpine valtellinesi, uno che la zona la conosce come pochi altri) come si dice qui per riferire di lavori pensati e fatti male, c’è un fare tanto per fare e per spendere soldi pubblici così da potersene poi vantare propagandisticamente, alle/sulle spalle dei territori e delle comunità, senza alcuna vera progettualità e visione del futuro.
[Un rendering del nuovo svincolo della Sassella, nei pressi di Sondrio, “opera olimpica” mai iniziata e per giunta bocciata dalla Soprintendenza del Ministero della Cultura per il suo impatto paesaggistico, come ho raccontato qui.]Come ha certificato solo qualche giorno fa “MilanoFinanza”, quotidiano notoriamente ambientalista e antisistema (!), per le Olimpiadi di Milano-Cortina ad oggi sono pronte solo 8 opere sulle 98 previste e più di due terzi di esse verrà completato dopo il 2026, cioè quando delle gare olimpiche già in tanti se ne saranno dimenticati. E considerando quanto male siano state concepite e progettate, come proprio i “critici” messi alla gogna dall’Assessore lombardo hanno ben denunciato, viene quasi da desiderare che pure della realizzazione di queste opere olimpiche ci si possa dimenticare presto, già. Così da poterne pensare altre più sensate e consone ai bisogni dei territori e delle comunità locali, ecco.
È parecchio desolanteleggere le parole del Sindaco di Sondrio, riferite dalla stampa, circa il “no” della Soprintendenza del Ministero della Cultura alla realizzazione dello svincolo in località Sassella, alle porte della città – un grande viadotto stradale di cemento armato a pochi metri da un bene storico-architettonico medievale identitario per i sondriesi, peraltro opera olimpica per Milano-Cortina 2026 ma ennesima in grandissimo ritardo – perché, scrive la Soprintendenza,
L’intervento è tale da incidere negativamente, in misura che rimane molto sensibile, sui valori paesaggistici espressi dalle presenze antropiche e naturali.
«La rotonda della Sassella si farà e sarà costruita secondo il progetto che ha concluso il lunghissimo iter procedurale» dice il Sindaco di Sondrio: lo chiedono i cittadini e il parere della Soprintendenza non è vincolante, sostiene. Una giustificazione, la prima, spesso addotta dalla politica che appare a vario titolo dissociata dal territorio che amministra: ce lo chiede la gente! Ma ciò può giustificare anche il voler realizzare a tutti i costi dei progetti palesemente sbagliati, pur di poter dire di averli fatti?
Non conta più, evidentemente, il fare le cose per bene, che dovrebbe essere uno degli obiettivi fondamentali e indiscutibili di chi amministra i territori: conta il «far su» (cito Giuseppe “Popi” Miotti, decano delle guide alpine valtellinesi, uno che la zona la conosce come pochi altri), tanto per fare qualcosa di spendibile elettoralmente senza curarsi di ciò che possa comportare. Non è certo questa la politica attenta ai bisogni e alle istanze dei territori, semmai è quella disattenta al buon senso e alla visione del futuro, ecco.
Il nodo stradale della Sassella, tra i più trafficati della Valtellina, va sistemato, nessuno lo nega: tuttavia, ripeto, questo non può giustificare che lo si faccia così malamente per di più degradando un luogo certamente già antropizzato ma non nei modi insostenibili che il progetto imporrebbe.
D’altro canto – l’altra giustificazione addotta dal Sindaco sondriese per andare avanti con il progetto – il parere della Soprintendenza non è vincolante. Cosa tanto vera quanto assurda e, ahinoi, molto italiana: si dà incarico a un organo tecnico pubblico di sovraintendere (appunto) alla salvaguardia del paesaggio e alle opere in esso previste – un soggetto quanto mai fondamentale, in un paese come l’Italia così ricco di beni culturali e paesaggistici – ma si stabilisce che i pareri emessi non sono vincolanti.
Che senso ha?
[La zona che sarebbe interessata dal nuovo viadotto per come la si vede in Google Maps. Il santuario della Sassella chiaramente è quello che si vede appena sopra la strada.]D’altro canto l’Italia è questo: il paese dei pareri tecnici non vincolanti, delle deroghe ai regolamenti, delle tutele che non tutelano (ricordate il Lago Bianco al Gavia?), dei condoni e delle scappatoie, del fare le leggi per trovare gli inganni, delle eccezioni e delle emergenze eccetera. Poi ci sorprendiamo ancora se un po’ ovunque ci troviamo davanti agli occhi innumerevoli scempi e disastri ambientali e paesaggistici per giunta senza che a nessuno si possano imputare colpe e responsabilità?
Una situazione veramente desolante, lo ribadisco.
N.B.#1: ribadisco di nuovo che le mie considerazioni non hanno nulla di riferibile a qualsivoglia parte politica – ambito dal quale sono lontanissimo come Plutone dal Sole – ma nascono da riflessioni puramente culturali legate al mio studio del paesaggio alpino. Purtroppo tanto il buon senso quanto il far su non sono esclusiva di questa o quella parte politica, in Italia.
N.B.#2: sarebbe una gran bella cosa se gli amministratori pubblici, quelli della Valtellina e con loro tutti gli altri, rileggessero e studiassero a fondo ciò che sul paesaggio e la sua salvaguardia scrisse decenni fa un grandissimo valtellinese, Antonio Cederna:
Si, ci credo. Nella ragione, nella libertà e nella giustizia. Credo si possa realizzare, anche se non perfettamente, un mondo di libertà e di giustizia. Ma la storia italiana è tutta una storia di sconfitte: sconfitte della ragione, sconfitte degli uomini ragionevoli. Da ciò lo scetticismo, che è salutare. E’ il miglior antidoto contro il fanatismo. Impedisce cioè di assumere credenze e idee con quella certezza che finisce con l’uccidere l’altrui libertà e la nostra.
Quando scrivo (parlo in prima persona, ma credo di poter interpretare la posizione di altri come me) di cose, opere, iniziative, eventi, progetti che riguardano i territori di montagna, dei quali mi occupo per passione e per lavoro, e che mi sembrano qualcosa di variamente e francamente sbagliato, a volte vengo accusato (ovviamente da chi non la pensa come me) di disquisire di cose che non so, in maniera preventiva se non prevenuta, per illazioni infondate, di parlare a vanvera quando dovrei starmene zitto. In tal caso ripasso tutta la documentazione “storica” riguardante le cronache al riguardo e poi ripenso a questa intensa citazione di Sciascia (del quale ieri si è ricordato il 102° anniversario della nascita) e a quel passaggio dove si parla di «scetticismo salutare». Le montagne sono la mia metafora della realtà e del mondo (almeno di quella parte dove vivo) così come lo era la Sicilia per Sciascia e so bene quante sconfitte abbiano subito, continuino a subire e con esse gli uomini ragionevoli che stavano e stanno dalla loro parte in forza di certo “fanatismo” politico, commerciale, imprenditoriale, turistico: per questi motivi trovo fondamentale il pensiero di Sciascia e la necessità inderogabile dello scetticismo, del dubbio da manifestare, del problema da denunciare prima che diventi danno materiale e magari irreparabile evitando che il diritto preteso e imposto da alcuni cagioni svantaggi a tutti gli altri.
A tal proposito, e in tema di montagne come metafora, mi viene in mente un’altra grandissima figura di intellettuale, Antonio Cederna: lo scetticismo che già negli anni Sessanta del secolo scorso manifestava nel denunciare «l’aggressione alla montagna con il cemento e la ferraglia di impianti di risalita costruiti rovinando paesaggi di millenario splendore. Pochi capivano e ascoltavano allora, ma oggi che sensibilità e conoscenza sono assai più diffuse, l’assalto continua. Per arricchire pochi, stiamo perdendo un patrimonio naturale, quello delle Alpi, unico al mondo» era forse esagerato, prevenuto, infondato?
Purtroppo no, come la storia insegna ampiamente.
[Immagine tratta da https://altrispazi.sherpa-gate.com.]Ecco, in questo nostro paese per troppi versi sbandato la cui storia «è tutta di sconfitte: sconfitte della ragione, sconfitte degli uomini ragionevoli», sconfitte che ancora oggi purtroppo le cronache registrano in gran numero nei più diversi ambiti, incluso quello della gestione dei territori di pregio e dei loro paesaggi culturali, lo scetticismo e il dubbio diventano non solo salutari ma vitali. Per tutti.
Il sempre ottimo Giuseppe Mendicino, il 4 giugno scorso su “Doppiozero”, dedica un bellissimo testo a Antonio Cederna, «per anni il migliore, il più preparato e combattivo difensore del paesaggio nel nostro Paese», autore di libri memorabili dalla cui lettura tutt’oggi «si resta impressionati dalla sua lucidità e preveggenza». Venne poco ascoltato ai suoi tempi, viene poco ricordato oggi: i risultati di tali trascuratezze si vedono tutti, ferite inferte e spesso infette al territorio italiano che spesso provocano dolorosi effetti ambientali, idrogeologici, ecologici.
Tra le altre cose, Mendicino ricorda come Cederna sin dagli anni Sessanta denunciasse «l’aggressione alla montagna con il cemento e la ferraglia di impianti di risalita costruiti rovinando paesaggi di millenario splendore. Pochi capivano e ascoltavano allora, ma oggi che sensibilità e conoscenza sono assai più diffuse, l’assalto continua. Per arricchire pochi, stiamo perdendo un patrimonio naturale, quello delle Alpi, unico al mondo.» È passato più di mezzo secolo ma l’aggressione continua, raramente giustificabile, sovente deprecabile, comunque in modi vieppiù crescenti ove sia palese la presenza «dell’avidità e il cinismo di speculatori e costruttori, l’ignoranza e la mancanza di sensibilità di tanti cittadini comuni, l’assenza di cultura e di senso di responsabilità di molti politici».
Antonio Cederna è una figura imprescindibile, insomma: nel bene e nel male, ovvero per meriti suoi e per demeriti di noi uomini con i nostri comportamenti in Natura. Da rileggere assolutamente e conoscere al meglio, a partire dall’articolo di Mendicino che trovate qui e che cita i libri fondamentali di Cederna, alcuni ristampati di recente. Motivo in più per approfondirne la conoscenza e meditarci sopra con ancora maggiore consapevolezza.
(Le immagini del post sono tratte dall’articolo di “Doppiozero”.)
Michele Comi, qualche giorno fa sulla sua pagina Facebook, ha dedicato un prezioso e necessario ricordo a Antonio Cederna – personaggio tanto grande quanto poco rimembrato dai più – riproducendo un suo articolo del 1975 che fin dal titolo pare scritto oggi in riferimento all’attualità. Già, «le strade inutili del turismo selvaggio»: siamo ancora fermi lì, a quei modelli di presunto “sviluppo” dei territori montani che, nel mezzo secolo passato da allora, si sono rivelati totalmente fallimentari (lo erano già al tempo, ma l’esperienza storica al riguardo rendeva meno visibile tale verità) e oltre modo rovinosi per quelle comunità alpine a cui sono stati imposti, ma che una politica altrettanto fallimentare sia nel pensiero e sia nell’azione ma non nella spregiudicata volontà di accaparrarsi interessi particolari continua a perseguire e imporre, costruendosi intorno le circostanze ideali – un tempo la “valorizzazione agricola” citata da Cederna, oggi le Olimpiadi invernali del 2026, ad esempio – per continuare il proprio assalto alla montagna – e di nuovo la Valtellina è un territorio del tutto emblematico al riguardo.
Dopo mezzo secolo, insomma, e nonostante nel frattempo il mondo sia radicalmente cambiato – a volte in peggio, come dal punto di vista climatico – regna ancora la «speculazione di pochi privati perpetrata con soldi pubblici» ovvero dominano e si impongono paradigmi politici la cui tragica obsolescenza non solo non sviluppa le montagne, come i loro promotori sostengono, ma ne deprime le reali potenzialità socioeconomiche e ne affossa il futuro, oltre a degradare inesorabilmente l’ambiente naturale. Non si è ascoltato nessuno di chi già decenni fa aveva capito come sarebbero andate le cose, non si è imparato nulla dai tanti, troppi errori commessi, non si vogliono aprire gli occhi, guardarsi intorno, comprendere la realtà dei fatti, vedere e pensare al futuro. Niente di tutto ciò.
[50 anni trascorsi e nulla è cambiato, appunto. Immagine tratta da qui.]Ripeto la solita domanda: è questa la montagna che vogliamo? È giusto lasciare il suo destino nelle mani di certi amministratori pubblici, dei loro sodali, e in balìa dei loro progetti speculativi? Così facendo siamo proprio sicuri che il futuro dei territori di montagna e delle comunità che li abitano sarà il migliore più proficuo possibile?
Rispondiamoci, e senza perdere troppo tempo. Non ce ne resta tanto, ormai.
P.S.: uno dei pochi a essersi ricordato di Antonio Cederna, lo scorso anno in particolare, nei 25 anni dalla scomparsa, è stato Gian Antonio Stella con questo articolo sul “Corriere della Sera”. Ringrazio Giuseppe Mendicino che lo ha recuperato e pubblicato sui social.