Come si conosce la bellezza? Per qualcosa che sta di fronte a noi, è qualcosa che non produce la mente, ma la produce nel momento in cui ha dei criteri che esistono già. E quali sono, questi criteri? Io faccio riferimento a Tommaso d’Aquino: claritas, integritas, debita proportio-armonia. La bellezza ha a che fare con la chiarezza, non devi ragionare per capirla. Non a caso in greco il significato di estetica è qualcosa che prende i sensi, sei rapito dalla bellezza. Il senso di trascendenza che la bellezza comunica – quando sei di fronte a qualcosa di bello, un paesaggio, il mare, le montagne, le Dolomiti, un volto, una musica – è che ci si sente piccoli. La bellezza, quella vera, è grande e tu ti senti piccolo rispetto alla bellezza della montagna, del mare: sei al cospetto di qualcosa che trascende da te. La bellezza ti porta a fare un’esperienza spirituale, è un incanto; ti porta al di là di te. Le Dolomiti sono lì e se a qualcuno non piacciono è un problema del suo rapportarsi a un valore, ad una epifania dell’essere che esiste e che ci fa dire che le Dolomiti sono belle a prescindere dal riconoscimento Unesco. Tutte le persone formate riconoscono la bellezza nelle Dolomiti, nel mare della Sardegna, nei templi greci, nella musica dei grandi come Bach; questo vuol dire che contrariamente a quanto sostiene la cultura dominante, la bellezza è oggettiva e non soggettiva.
[Quando a fine Ottocento si pensava di poter arrivare in treno fino in vetta al Cervino… Immagine tratta dal sito web del Club Alpino Svizzero.]Si può identificare una sorta di particolare paradosso – se così lo si può definire – nella relazione tra l’uomo e l’ambiente naturale per come si è sviluppata in maniera crescente nell’era moderna, ovvero dall’industrializzazione in poi e fino ai giorni nostri.
Il paradosso è il seguente: fino a un certo punto l’uomo ha pensato che, con la tecnologia sviluppata grazie al galoppante progresso industriale, avrebbe potuto dominare in maniera concreta e (quasi) assoluta la Natura, soggiogandola ai propri bisogni come mai prima aveva potuto. Lo ha fatto, per certi versi, realizzando spesso opere notevoli e impressionanti ma, tutto sommato, in un modo francamente risibile rispetto alla presenza e alla potenza naturale con le quali si è rapportato. Anzi, a pensarci bene la sua sfida si è rivelata una bella illusione e un frequente sostanziale fallimento, con eccezioni assai rare che col senno di poi non possono certo giustificare qualsivoglia pretesa di “dominazione di successo” sulla Natura come l’uomo credeva e pretendeva in origine, quando pensava di poter giungere ovunque coi propri mezzi di trasporto (vedi l’immagine lì sopra), di colonizzare e costruire città in qualsiasi territorio, anche il più ostico, di controllare i fenomeni meteorologici e i cicli biologici adattandoli alle proprie esigenze, di poter sfruttare e industrializzare le risorse naturali a proprio piacimento e senza limite alcuno, né materiale e nemmeno morale… Be’, invece ecco che la Natura domina ancora e praticamente come secoli fa sulla civiltà umana e la sua tecnologia: basta un nubifragio in un territorio antropizzato/urbanizzato con modalità molto tecnologiche ma poco ecologiche, cioè tramite una forma mentis spadroneggiante e non conciliante, e la suddetta evidenza diventa palese, inutile rimarcarlo. Senza contare che se l’umanità s’è messa da sola nelle grane, climaticamente e non solo, in forza della propria impronta antropica sul pianeta e delle relative conseguenze, la Natura sa e saprà rinnovarsi sempre e come mai l’uomo riuscirà a fare, anche in condizioni che per il cosiddetto Sapiens risulterebbero consone a una potenziale estinzione del suo genere.
Oggi l’uomo contemporaneo, dotato d’una tecnologia ovviamente ben più avanzata che nel passato che parimenti lo potrebbe rendere più dominante d’un tempo, ha piuttosto l’opportunità di rimettersi in equilibrio con la comunque insuperabile dominanza dell’ambiente naturale, di (ri)armonizzarsi meglio che una volta con le sue potenti manifestazioni fenomeniche. Il vero successo odierno del progresso umano sarebbe proprio quello di adattarsi alla Natura senza più pensare di poterla soggiogare, tanto più che l’ambiente naturale di oggi presenta varie criticità ecologiche e climatiche che un tempo non c’erano, o non erano così evidenti, e verso le quali è evidente l’impreparazione umana sia tecnologica che culturale, almeno al momento. Invece, paradossalmente (appunto), l’uomo contemporaneo crede ancora di poter dominare la Natura, di poter vincere sui suoi fenomeni climatici, di poterne ignorare le manifestazioni e gli effetti come se nulla potessero, essi, contro la tecnologia umana, quando invece è del tutto palese che accade il contrario – e sarà ancor più palese, tale realtà, nei prossimi anni.
Se è progredito tecnologicamente, l’uomo, non altrettanto ha saputo fare culturalmente e intellettualmente, almeno in questo ambito. O forse sì, lo avrebbe saputo fare, lo ha fatto, ma non se ne rende conto e, nonostante il suddetto progresso, nei confronti del mondo naturale continua sostanzialmente a ragionare come faceva due o più secoli fa – paradossalmente, ribadisco – convinto di saper sfidare e poter vincere sulla Natura piuttosto di trovare con essa il più proficuo (per l’umanità in primis) e vitale equilibrio. E le conseguenze di questo regresso che l’uomo riesce assurdamente a coltivare nel suo “progresso” le stiamo già vedendo e le vedremo sempre più, nel futuro.
L’avvento del turismo alpino ha gradualmente modificato la relazione diretta delle comunità con i propri territori. L’immaginario urbano ha colonizzato progressivamente la mentalità degli abitanti, introducendo forme del costruire ispirate a modelli di «tipicità», pensati secondo rappresentazioni della montagna del tutto idealizzate. Tali espressioni «ideal-tipiche» di costruzioni montane, etichettate come «alpine», sono diventate sempre più disfunzionali nei confronti del vivere, dell’abitare e del lavorare in montagna. Esse hanno contribuito ad alimentare lo stereotipo dell’architettura alpina generando tipologie cristallizzate che fanno spesso riferimento al mimetismo, al finto tirolese degli erker (bovindi) o al finto vallesano degli chalet svizzeri.
Be’, quest’estate, se siete andati in vacanza sulle Alpi o sulle montagne un po’ ovunque nel mondo e ciò che avete visto vi è stato presentato come “tipico”, oppure già lo credete tale per nozione convenzionale ormai assodata, sappiate che non sempre, anzi, che raramente è così. Già.
I ghiacciai, lo sanno anche i sassi ormai, sono tra i migliori indicatori naturali in assoluto dei cambiamenti climatici sia negli aspetti scientifici sia in quelli paesaggistici, per come la loro grande mole renda evidenti e inoppugnabili a tutti le variazioni che subiscono, anche nel breve periodo, in forza di quei cambiamenti. Per tale motivo vengono così spesso fotografati e mostrati al pubblico: basta affiancare due immagini dello stesso ghiacciaio (di qualsiasi angolo del pianeta, ormai) riprese oggi e solo qualche anno fa, se non decenni fa, per rilevare le sconcertanti perdite di estensione e di massa subite anche da parte di chi non sappia nemmeno cosa sia la glaciologia.
Tuttavia, un’evidenza forse ancora più sconcertante, riguardo il ritiro dei ghiacciai, è constatare non tanto ciò che ne resta ma ciò che già non c’è più: il vuoto lasciato dalla scomparsa della massa glaciale, l’alveo ricolmo di aria e niente altro, la mancanza percepibile e drammatica nel paesaggio ove il ghiacciaio si trova(va). L’immagine che vedete lì sopra, scattata da Alberto Prina (lo scorso maggio, anche se le condizioni erano già quelle di fine estate) e che io traggo dalla pagina Facebook di Jacopo Merizzi– guida alpina, scalatore leggendario, uno dei celeberrimi numi tutelari di quel sublime territorio alpino che è la Val Masino e il suo gioiello-nel-gioiello, la Val di Mello – rende perfettamente l’idea della quale vi sto scrivendo. Mostra il vuoto lasciato dalla scomparsa della lingua valliva del Ghiacciaio della (o del) Ventina, in alta Valmalenco nel gruppo del Disgrazia, con i due enormi cordoni morenici laterali che contenevano una conseguente, gigantesca massa di ghiaccio la cui fronte un tempo lambiva i rifugi sul fondovalle, visibili nell’immagine (se la ingrandite cliccandoci sopra li noterete meglio), e che in un secolo è totalmente sparita, lasciando solamente il nulla. Oggi il ghiacciaio si sta sempre più ritirando nel circo sommitale della valle e ne fuoriesce una lingua stretta e magra, in parte ricoperta da detrito, che non riesce più nemmeno a ricordare o rimarcare a chi non l’avesse mai vista ciò che era un tempo.
Il nulla, già. Una volta quel nulla era ghiaccio, dunque acqua (potabile), era un paesaggio differente, ambientalmente più ricco, era una montagna apparentemente più vitale, era la dimostrazione di un clima ben diverso. Oggi è la prova inequivocabile di un dramma climatico in corso del quale ancora troppo poco siamo capaci di concepire la portata e le conseguenze, dunque di formulare la necessaria resilienza – che, per certi versi e in circostanze estreme, sta già diventando pratica di sopravvivenza.
Le immagini del ritiro e dello sfacelo dei ghiacciai sono fondamentali e indispensabili dacché inequivocabili in ciò che mostrano e raccontano, senza lasciare posto ad alcun dubbio. Tuttavia, ribadisco, lo sono pure le immagini che non li mostrano più, i ghiacciai, proprio perché non ci sono più. Il vuoto che si coglie tanto chiaramente da esse, se posso così dire, è un po’ il vuoto che c’è nella nostra anima di fronte ai cambiamenti climatici e del mondo nel quale viviamo, che probabilmente col passare del tempo diventerà sempre più un altro mondo, un altro paesaggio. Simile per certi aspetti, diverso per molti altri. C’è solo da augurarci che quel vuoto glaciale non rappresenti a suo modo anche il vuoto delle coscienze e delle volontà umane nel cogliere, comprendere e, per quanto possibile, agire. Affinché resti solo parziale, il vuoto, magari ancora colmabile, in qualche modo, e non diventi invece totale, definitivamente.
Da tutte le parti rocce brulle e grigie, le cui cime erano coperte di neve, una valle dove per la neve non si vedeva uno stelo, per non parlare di arbusti o di alberi: in breve, un deserto pauroso, desolato, al di sopra del quale folate di venti italiani e tedeschi si scontrano e accumulano di continuo nuvole grigie, un deserto più orribile del Sahara e più prosaico della brughiera di Lünenburg.
Proprio no. A Friedrich Engels, il celebre filosofo tedesco sodale di Karl Marx, non piacque affatto la conca ove è situato Montespluga, poco sotto il passo omonimo tra Lombardia e Grigioni sul versante italiano (in comune di Madesimo, per la precisione), e in quel modo lo descrisse nel suo racconto Escursioni in Lombardia, pubblicato nel 1841 con lo pseudonimo di “Friedrich Oswald”. Probabilmente per un giudizio così inquietante giocò il fatto che Engels transitò da quelle parti in primavera, che lassù significa ancora inverno pieno (anche oggi, nonostante il cambiamento climatico), e probabilmente in una giornata dalla meteo non tanto favorevole.
Di contro è vero che la piana di Montespluga, a quel tempo occupata per buona parte da magri pascoli e torbiere (come si può vedere nel dipinto del 1823 sopra pubblicato) e oggi dal bacino artificiale dell’omonimo lago, così circondata da monti non elevatissimi ma assai aspri, ricchi di gande, totalmente priva di alberi e costantemente spazzata dai venti che dalla valle elvetica del Reno si incanalano e penetrano – non di rado con veemenza – in quella che sul versante italiano scende verso la Valchiavenna e il Lago di Como, conserva un aspetto rude, ostico, quasi nordeuropeo, apparentemente poco ospitale.
Ma al di là delle arcigne condizioni ambientali che caratterizzano la zona, o forse anche in forza di quelle e dell’innegabile fascino che donano al luogo e allo spirito dei viaggiatori più sensibili (checché ne dicesse Engels), Montespluga rappresenta un piccolo ma sublime gioiello, tra i villaggi montani di questa porzione delle Alpi. Per il paesaggio potentemente alpestre, appunto, per il suo ambiente naturale “primordiale”, per le montagne d’intorno le quali, a fronte della non esagerata altezza, possiedono peculiarità interessanti – ad esempio alcuni ghiacciai sui versanti meridionali, quasi una rarità ormai – per la storia millenaria dei transiti lungo questo corridoio alpino (qui fin dal I secolo a.C. passava la romana Via Speluca, che univa Milano con Lindau) nonché per l’altrettanto notevole fascino della strada che valica lo Spluga, uno dei capolavori ingegneristici di Carlo Donegani (del quale vi ho già detto qui). Per tutto questo, senza dubbio, ma forse anche più perché il suo aspetto da autentico “villaggio di frontiera” – in senso geografico, ambientale, antropologico oltre che amministrativo, visto che sullo Spluga la frontiera in effetti c’è – è rimasto sostanzialmente immutato da più di un secolo a questa parte, come si può ben vedere dalle immagini “comparative” che vi propongo qui sotto.
Ovviamente molti degli edifici sono stati ristrutturati, alcuni nuovi se ne sono aggiunti ma pressoché nulla, miracolosamente (visti altri “casi” alpini sul tema), ha turbato l’armonia antica del luogo così come di conseguenza, la relazione con esso di chiunque lo viva, residente o viandante, preservandone il profondo ed emozionante fascino. Si può anche pensare di intravedere, in uno degli alberghi più antichi di Montespluga, le fattezze della Cà de la Montagna, edificio nel quale almeno dal Seicento, se non prima, trovavano riparo viandanti e animali da soma che affrontavano la traversata dello Spluga, e che ha fornito il toponimo locale del luogo dove è situato il villaggio, Pian della Casa.
Montespluga è bello da visitare in ogni momento dell’anno – salvo quando sia sepolto da metri di neve ma in tal caso il problema è semmai raggiungerlo, posta la chiusura della strada dello Spluga – tuttavia, tra l’avvolgente e silente quiete invernale e la vivacità a volte esagerata dell’estate, quando da e per lo Spluga transita un traffico turistico notevole, vi consiglio di visitarlo nelle “mezze stagioni” (contando che ci siano ancora!): magari a giugno, quando i prati della conca brillano già di un verde intenso che s’intona magnificamente al blu scintillante delle acque del lago mentre i monti sono ancora ammantati di neve, oppure a settembre, quando diventa visibilissima e sorprendente la trasformazione del paesaggio il quale dopo i fulgori estivi si prepara all’inverno prossimo mentre il traffico veicolare ormai diminuito di molto sulla strada del passo agevola la quiete e una condizione di piacevole e intensa meditazione spiritual-paesaggistica.
Insomma: proprio no, io con le impressioni di Friedrich Engels su Montespluga non mi trovo affatto d’accordo. Sarà che ho passato molte estati della mia infanzia e fanciullezza lì vicino, a Madesimo, e dunque la zona la conosco e l’apprezzo da sempre, relativamente alla mia esistenza, oppure sarà che effettivamente l’alta Valle Spluga possiede caratteristiche peculiari sotto molti punti di vista e un paesaggio che facilmente emoziona chiunque vi transiti. Tuttavia, sia quel che sia, Montespluga è veramente un piccolo gioiello antropico-alpino da godere, dal quale farsi affascinare e per il quale augurarsi che possa salvaguardarsi nella sua così particolare essenza ancora a lungo, sempre vivo, giammai museificato ma quale manifestazione assai virtuosa e potentemente emblematica della presenza umana nei più elevati e “difficili” territori delle Alpi.