Dare i numeri, sul clima

Sì, nel senso di fornire dati numerici chiari, semplici e incontrovertibili sui cambiamenti climatici in corso. Lo fa con ottime capacità di sintesi l’infografica qui sopra, elaborata dall’UFAM – Ufficio federale dell’Ambiente della Confederazione Elvetica (che ho ricavato da qui), le cui pagine istituzionali offrono numerosi altri dati e documenti, estremamente interessanti, sul tema.

Sono numeri ovviamente riferiti alla realtà svizzera ma non meno indicativi della situazione in corso nell’intera regione alpina; anzi, tali dati non possono che risultare inesorabilmente peggiori sul versante sudalpino, quello in territorio italiano.

Numeri che è sempre bene tener presenti e meditare, per non dare i numeri riguardo i cambiamenti climatici e il futuro conseguente che ci aspetta, ovvero per fare il possibile al fine di evitare il disastro. Occorrono consapevolezza, sensibilità, un minimo di impegno condiviso, e in casi come questo “dare i numeri” è un’indubbia dimostrazione di sensatezza!

La “Montagna Sacra”

Nella realtà climatica e ambientale che l’intero pianeta sta affrontando e per molti versi subendo, nella quale le Alpi rappresentano una regione assolutamente emblematica (e lo sarà sempre di più in futuro, sia in bene che in male), risulta evidente ogni giorno di più che per evitare un collasso del clima il quale avrebbe conseguenze devastanti per chiunque è certamente necessario l’impegno e le azioni concrete di qualsiasi entità governativa, tanto a livello locale quanto a livello globale, e lo sforzo costante verso un profondo cambiamento paradigmatico in tema di sfruttamento delle risorse ambientali e impronta ecologica della nostra civiltà. Tuttavia, altrettanto necessaria è la formazione di una consapevolezza culturale condivisa in ciascun individuo sul tema, fondamentale affinché ognuno di noi possa fare la sua parte: senza di questa, il rischio che le problematiche inerenti i cambiamenti climatici diventino non soltanto croniche ma del tutto irrisolvibili è forte, e parimenti che ciò avvenga senza un’adeguata presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica, la quale di contro ancora oggi appare per molti versi fin troppo svagata, disattenta, distratta quando non indifferente a quanto sta accadendo, apparentemente protetta in una propria (e condivisa) comfort zone che però diventa ogni giorno più precaria e insostenibile. Servono dunque iniziative forti, al fine di rompere il torpore sul tema e generare la suddetta consapevolezza: iniziative dal valore simbolico emblematico, magari “fastidiose” a loro modo oppure all’apparenza sterili nella loro concretezza effettiva ma che possano scuotere l’opinione pubblica più di tante parole belle tanto quanto fin troppo idealiste e, dunque, sostanzialmente inutili.

Ecco: a tal proposito, probabilmente avrete letto o sentito dire del progetto “La Montagna Sacra: è un’idea scaturita da un gruppo di prestigiose figure del mondo della montagna come proposta culturale forte, messaggio di responsabilità, nuovo e dirompente, per la tutela della Natura, di valore soprattutto simbolico. Una montagna dotata di una sacralità della natura intesa in senso ampio, non necessariamente religioso.

Il progetto invita a riflettere sulla necessità di una “transizione culturale” per far fronte alle grandi sfide globali che l’umanità è oggi chiamata a risolvere e sul ruolo che in ciò possono avere le aree protette. Due concetti sono ritenuti centrali. Il primo è quello dell’invasività umana che pervade ogni angolo del Pianeta e della necessità di lasciare spazio alla “alterità” (gli altri esseri viventi). Il secondo è quello di “limite di conquista”, in una società segnata da velocità, competizione e scellerata crescita di consumo di risorse naturali, accumulo di rifiuti e degrado degli ecosistemi.

Il comitato promotore ha proposto di individuare la vetta del Monveso di Forzo, cima piramidale alta 3322 m di grande bellezza e già di rado frequentata (sul confine tra i versanti piemontese e valdostano del Parco), come “Montagna Sacra” da cui escludere ogni presenza e frequentazione umana. La “Montagna Sacra” non è pensata come luogo di divieti, perché un progetto culturale non può basarsi sull’imposizione. Il progetto non prevede infatti alcuna interdizione formale, nessun divieto d’accesso, nessuna sanzione pecuniaria per chi non vorrà “astenersi”. Molto più semplicemente, l’impegno a non salire sulla cima sarà una scelta suggerita e argomentata, al fine che venga rispettata da tutti. Per questo motivo il valore simbolico originale del progetto appare a suo modo dirompente: l’impegno suddetto deve basarsi unicamente sulla consapevolezza dell’individuo sulla questione di fondo e sulla capacità concreta di metterla in pratica senza che, appunto, vi sia a monte una forma di interdizione stabilita a priori, che nel caso renderebbe quell’impegno un mero moto d’ubbidienza a un comando. Questa peculiarità può rendere “La Montagna Sacra” soltanto un esercizio bello e vano, appunto, o magari per motivazioni uguali e opposte, lo può far diventare una piccola/grande rivoluzione nell’approccio, nel pensiero e nella percezione del tema, generando un nuovo paradigma che potrebbe sicuramente aprire una nuova “era” al riguardo. Che avvenga l’una o l’altra cosa, ribadisco, sta nell’impegno consapevole di chi vorrà condividere e aderire al progetto.

Per saperne di più sul progetto, leggerne la documentazione completa e aderirvi, cliccate qui.

Domenica 19 giugno, alla borgata Molino di Forzo nel comune di Ronco Canavese, si terrà In cammino verso la Montagna Sacra, un’escursione sulla mulattiera che collega la Val Soana alla Valle di Cogne, con meta le borgate Boschietto e Boschettiera, pensata per divulgare le finalità del progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra per la Natura”, in occasione del centenario del Parco Nazionale Gran Paradiso. Trovate il programma dettagliato qui oppure cliccando sull’immagine qui sotto.

(Le immagini sono tratte dal sito web e dalla pagina Facebook dedicata al progetto.)

Che siano maledetti

[Immagine tratta da pixabay.com.]

Questo libro è dedicato
a coloro che hanno venduto le nostre valli
e a coloro che oggi le vendono.
Che siano maledetti.

[Leo Tuor, dedica di fine testo a Giacumbert Nau. Libro e appunti della sua vita vissuta, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2008, traduzione di Riccarda Caflisch e Francesco Maiello. L’immagine mostra un panorama del Surselva, la regione alpina dove Leo Tuor vive e della quale scrive nei suoi libri.]

Una cartolina dalle Pale di San Martino

«Tanto tempo fa una fanciulla, seguendo delle strane impronte sul terreno nel bosco che non sembravano né sembrano quelle di una volpe né tantomeno quelle di un camoscio ma di piedi, piccoli piccoli, man mano perse la memoria, dimenticando chi fosse. Finì così nella grotta del Mazaròl, un omino piccolo con un una lunga barba, un cappuccio rosso come le fragole, un mantello nero e strane scarpe a punta che lavora instancabilmente da mattino a sera, conosce tutti i segreti della lavorazione del latte e del formaggio ed è sempre in cerca di qualcuno che possa aiutarlo nei suoi lavori. Il Mazaròl la tenne con sé come serva e le insegnò a fare il burro, il formaggio e la tosèla, un gustoso formaggio fresco tipico del Primiero; promise anche che le avrebbe insegnato a ricavare la cera dal siero di latte. Un giorno però un cacciatore che si trovava a passare di lì riconobbe la ragazza scomparsa e riuscì a riportarla in paese. Tuttavia la poverina non ricordava nulla, così i paesani si rivolsero ad una saggia vecchina che fece bere alla ragazza il latte di una capretta bianca. D’improvviso la fanciulla recuperò la memoria e, colma di gioia, insegnò ai suoi compaesani i segreti che il Mazaròl le aveva svelato. Per questo nella zona si producono formaggi così celebrati per la loro bontà (ma ancora non si sa ricavare la cera dal siero di latte).»

Questa è una tipica leggenda del Primiero e dell’Agordino, i territori posti attorno al gruppo delle Pale di San Martino, uno dei più celebri delle Dolomiti, tra Trentino e Veneto. Significativamente, il “segreto” mai svelato di come ricavare la cera dal siero di latte lo si ritrova in molte altre narrazioni in giro per l’intera catena alpina – vedi in Val Poschiavo, ne ho scritto qui – il che dimostra la sostanziale unitarietà culturale che accomuna le genti alpine, anche tra zone ben distanti e apparentemente differenti.

(La foto della cartolina è di Marco Zaffignani, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.)

La memoria dei ghiacciai

A proposito di ghiacciai (clic), loro storia e loro futuro – un tema oltre modo emblematico e fondamentale riguardo a ciò che ci aspetta nei prossimi anni – c’è una bella (e breve) mostra in corso a Locarno: ne vedete qui sopra la locandina (e cliccate sull’immagine per scaricarla in pdf); per saperne di più, date un occhio qui e qui.

In seguito la mostra sarà presentata in diverse altre località ticinesi – dunque facilmente raggiungibili anche dal Nord Italia – sino a metà 2023: per sapere dove e quando, controllate il sito ti.ch/clima.