La morte imminente e omessa del Po

Sono stato in Po. Mai come in questo caso la frase vale alla lettera nel senso che il 28 marzo 2022 ero nel mezzo dell’alveo del grande fiume. Non in barca, a piedi. Con i miei passi ho camminato sulle acque che non ci sono più. Siccità e cambiamento climatico ci hanno consegnato un fiume sparito. Un disastro ecologico, umano, alimentare, culturale. Ma che non spaventa quanto dovrebbe.
Quei rigagnoli d’acqua che ho visto sono lacrime che scorrono su un viso martoriato da un uso del suolo insensato e irresponsabile che continuiamo a infliggere al nostro Paese. Assieme a dei colleghi del Politecnico abbiamo fatto delle riprese con un drone perché dobbiamo documentare l’impronta umana su quell’ambiente morente. Una documentazione che in pochi stanno raccogliendo, soprattutto le nostre istituzioni pubbliche alle quali mi sono rivolto nei giorni scorsi ricevendo risposte negative.
Il Po sta morendo: ci riempiamo la bocca di transizione ecologica, ma non andiamo a vedere. I nostri politici non vanno a vedere. Non si fanno accompagnare da ecologi che spiegano loro la gravità. I nostri presidenti (dalla Repubblica in giù) i nostri governatori, i nostri sindaci, soprattutto quelli che si credono importanti anche se non hanno i loro Comuni sulle sponde del fiume, non vanno a vedere. Non vanno neppure i nostri alti dirigenti pubblici. Solo l’emergenza li muove. Solo le catastrofi che conoscono li impietosiscono. […]

Questo è l’inizio di un articolo pubblicato il 29 marzo scorso su “altraeconomia.it” e intitolato Il fiume Po sta morendo ma nessuno lo osserva veramente il cui autore è Paolo Pileri, professore ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano (il suo ultimo libro, L’intelligenza del suolo, è a sua volta pubblicato da Altraeconomia); potete leggere l’articolo nella sua interezza cliccando sull’immagine in testa al post, tratta dall’articolo stesso.

L’atto di denuncia di Pileri è tanto drammatico quanto inequivocabile, e nella parte “dedicata” alla politica mi trova purtroppo totalmente concorde per personale esperienza diretta. Nella stragrande maggioranza dei politici nostrani – non in tutti ma in troppi certamente -, nelle alte come nelle basse sfere dell’amministrazione pubblica, c’è un tale menefreghismo e una così sconcertante ignoranza riguardo le tematiche paesaggistiche e ambientali da restarne terrorizzati. Sembra che persone altrimenti brillanti, una volta che scendono in politica e entrano nei palazzi del potere, subiscano qualche sorta di aleggiante e inesorabile maleficio che genera loro la più profonda inettitudine verso certe questioni – magari subìto in buona fede, sia chiaro, ma tant’è: che sia essa ingenua o conscia, quell’inettitudine, nulla cambia nei danni che provoca. La situazione del Po rilevata da Pileri è un caso eclatante ma, inutile dirlo, di altri esempi se ne potrebbero fare a iosa. E, appunto, nessuno o quasi fa nulla, tutti troppo impegnati a spolverare e lucidare il proprio scranno politico-amministrativo, a difendere i privilegi conquistati e, se proprio tocca, a proclamare “emergenze” che in molti caso null’altro sono se non la conseguenza della suddetta inettitudine menefreghista, che è la vera, costante, spaventosa emergenza. Ma va tutto bene così, evidentemente.

La neve, finalmente! Ma…

Finalmente è arrivata la neve!
Dove? – vi chiederete. Forse in Valle d’Aosta oppure Valtellina o magari sulle Dolomiti?
No. Sull’Etna. Che in queste ore offre visuali paesaggistiche compiutamente invernali se non “scandinave” nel mentre che le Alpi italiane appaiono un po’ ovunque snevate come a maggio inoltrato e aride quasi come montagne mediorientali.

D’altro canto, nella situazione di riscaldamento globale in corso e di conseguente “tropicalizzazione” del clima (definizione invero non del tutto corretta, scientificamente, ma che rende bene l’idea), può essere che nei prossimi anni si assista a maggiori precipitazioni nevose sulle montagne mediterranee piuttosto che su quelle alpine, in forza dell’estremizzazione generale dei fenomeni – peraltro già constatabile da qualche tempo – legata proprio alle differenti condizioni climatiche e ambientali sviluppatesi nell’atmosfera e nei mari rispetto al passato.

Dunque, prepariamoci ad andare a sciare e ciaspolare sull’Etna, sulla Sila e sulle altre montagne del Mediterraneo! Certo, luoghi non proprio dietro casa per noi abitanti delle Alpi, ergo possiamo solo sperare in due cose: che il cambiamento climatico non stravolga ancor più l’ambiente alpino, oppure che venga sviluppato presto il teletrasporto. E pare che sia questa seconda la più probabile, eh!

N.B.: le immagini, datate 21 marzo, sono tratte dalla pagina Facebook Etna e dintorni in foto, di Giò Giusa, e le ho “scoperte” grazie a questo articolo di “Montagna.tv”.

Umanimalismo

La storia di Alisa, la giovane donna ucraina che porta in spalla per diversi chilometri il proprio anziano cane Pulya il quale altrimenti non poteva reggere il passo nella fuga verso la Polonia per sopravvivere ai bombardamenti russi (una storia, che forse avrete intravisto in giro per il web, simile a molte altre simili riportate dai media in questi giorni di guerra), è l’ennesima dimostrazione che l’empatia verso gli animali è una delle poche cose che rende noi umani veramente umani. Perché altrimenti, quando restiamo “tra di noi” – noi “Sapiens”, quelli che chiamano “animali” le altre creature – non facciamo che combinare terribili disastri, inesorabilmente.

Su tale questione ci scrivevo giusto poco più di un anno fa questo post (uno dei diversi che ho vi dedicato nel tempo, peraltro); purtroppo l’uomo, riguardo a chi sia più umano tra se stesso e gli animali, non perde mai occasione per fornire cronache atte a formulare la risposta più giusta, ecco.

N.B.: l’immagine è tratta da questo articolo de “La Stampa“.

Un viaggio artistico nel paesaggio della Valtellina

A Sondrio, presso Palazzo Sassi de’ Lavizzari, sede del MVSA – Museo Valtellinese di Storia e Arte, è in corso una bella mostra che indaga il tema della raffigurazione del paesaggio (della Valtellina, peraltro territorio emblematico un po’ per tutta la regione alpina) che vi consiglio caldamente. Accordi di paesaggio. Un viaggio in Valtellina attraverso le opere della Sezione Novecento del MVSA, che resterà aperta fino al 20 marzo, è una mostra che, come si può leggere nella presentazione, rappresenta «un viaggio attraverso una selezione di circa quaranta dipinti dal dopoguerra agli anni sessanta, caratterizzati da uno stile figurativo aderente alla realtà, memore altresì delle sperimentazioni astratte e informali di quegli anni, includendo inoltre quattro tavole degli anni Venti a mo’ di premessa tardo-impressionista e divisionista e due lavori degli anni ottanta quali incipit al figurativo sensibile alla cultura post moderna. Le opere rappresentano e interpretano il paesaggio attraverso una scansione tematica del territorio, dal fondo valle con le sue ampie vedute e i suoi corsi d’acqua alle cime maestose, meta di ascensioni alpinistiche, attraversando i versanti verdeggianti e il paesaggio costruito, esso stesso puntellato da architetture religiose, civili e rurali, memoria della presenza e del lavoro dell’uomo. Paesaggio è relazione (visiva) tra noi e il mondo, è raffigurazione e svelamento di luoghi che descriviamo, documentiamo, indaghiamo, trasformiamo, ammiriamo, contempliamo, imprescindibile dal nostro abitare e attraversare la terra. Le opere sono documenti e tracce identitarie del territorio, ma anche testimonianze del desiderio dell’uomo vivere in luoghi belli, caratterizzati dalla coesistenza armonica di elementi naturali e manufatti architettonici e infrastrutturali.»

Una mostra assolutamente interessante (qui sopra vedete una minima anteprima delle opere esposte), come lo è sempre l’arte quando sa fissare con le sue modalità espressive e con inimitabile forza la raffigurazione della realtà, andando oltre il visibile materiale per far viaggiare la mente verso ogni altro contesto immateriale – e il paesaggio è un ambito perfetto, per consentire un tale prezioso e illuminante viaggio. Da vedere, ribadisco; io conto di farlo presto.

Per saperne di più sulla mostra e su come visitarla, cliccate sull’immagine della locandina in testa al post.

Un mestiere “mitologico”

[La diga e il lago di Morasco, in Val Formazza (Val d’Ossola, VB). Foto di Coss5361, opera propria, CC-BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Martin Vairoli ha 28 anni e da un anno fa il guardiano di dighe. Lo abbiamo incontrato alla diga di Morasco in val d’Ossola, nel nord del Piemonte, non lontano da quella di Vannino dove svolge la sua attività professionale. […]
Probabilmente ci sono lavori che hanno a che fare con qualcosa di ancestrale. Cento anni fa il nonno di Vairoli faceva lo stesso mestiere, e forse non è un caso che oggi lui trascorra due settimane al mese a oltre duemila metri di altitudine, con un collega con cui divide il lavoro e l’obbligo di solitudine. «Per me lavorare in una diga ha a che fare con la mitologia. È una condizione estrema, certo. Stare quassù potrebbe anche causare dei problemi legati al carattere delle persone: essere soli per 24 ore al giorno per 7 giorni consecutivi, in mezzo alla natura, senza nessun altro essere umano se non il tuo collega, è fantastico se si è in pace con sé stessi, ma se uno ha dei problemi la situazione può solo peggiorarli».

Il Post” dedica un bell’articolo pubblicato lunedì 13/12 e firmato da Claudio Caprara al mestiere del guardiano di dighe e alla sua “mitologia”: termine niente affatto esagerato se si contestualizza tale particolare professione, dal sapore apparentemente “vetusto”, alla nostra contemporaneità e alle sue caratteristiche techno/smart/social/eccetera.

I “guardiani di dighe” (definizione la quale ha già in sé un che di “romanzesco”, quasi) stanno isolati sui monti per settimane, a volte anche per periodi maggiori e pure nella stagione invernale, in territori sovente aspri e climaticamente estremi, in relazione con – ma potrei pure dire in ascolto di – un manufatto gigantesco formalmente alieno al territorio in cui si trova eppure a sua volta in relazione con il paesaggio. Un intreccio di “sfide” che tuttavia di pugnace non hanno nulla, anzi, il cui senso primario è la ricerca di “armonie ambientali”: tra i due guardiani isolati sui monti accanto alla diga, tra di essi e la diga stessa, tra la diga e la montagna che la ospita, tra la presenza forzata del grande e rude muro di calcestruzzo con l’acqua che trattiene e con tutti gli altri elementi dell’ambiente naturale in loco quindi, di conseguenza, tra la visione del manufatto antropico e quella del paesaggio naturale nonché, non ultima, tra lo sfruttamento industriale delle risorse della montagna e la loro salvaguardia ecologica. Una presenza apparentemente banale e ovvia, quella delle dighe sui monti, invece decisamente complessa e ricca di temi, sfaccettature, implicazioni, effetti, sensi, valori. Personalmente l’ho conosciuta bene e parecchio approfondita, questa presenza, per un testo sul tema che ho scritto di recente sul quale mi auguro di potervi dare liete notizie editoriali tra non molto.

Potete leggere l’articolo de “Il Post” cliccando qui; ringrazio molto Claudio Caprara per avermi concesso l’assenso alla citazione dal suo articolo sopra pubblicata.

P.S.: in tema “guardiani di dighe”, c’è un bel libro di qualche tempo fa che raccoglie l’esperienza al riguardo di Oreste Forno, alpinista di notevole fama che in età meno giovane si è convertito a tale professione. Si intitola significativamente Guardiano di dighe. Il lavoro più bello del mondo e ne trovate la mia personale “recensione” qui.