“Nei Sentieri Selvatici” e più spettacolari dell’Adamello, prossimamente

[La sommità dell’Adamello, 3539 m. Foto ©Mauro Speziari.]
Il Parco dell’Adamello è senza dubbio tra le aree protette più belle e importanti delle Alpi italiane, comprendendo nel proprio territorio la raggiera di vallate che hanno origine dal versante lombardo della calotta del Ghiacciaio dell’Adamello, il più grande d’Italia.

È un territorio ricco di meravigliose peculiarità, a volte poco conosciute, attraverso le quali la natura alpina si manifesta all’ennesima potenza, così come nel tempo si è manifestata una relazione umana altrettanto peculiare (nel bene e nel male) con queste montagne dalla quale scaturiscono innumerevoli narrazioni di grande fascino e suggestione.

In un contesto del genere, così potentemente alpino, sono ben lieto di darvi notizia del prossimo inizio di “Nei Sentieri Selvatici”, una rassegna di cammini geopoetici che il Parco Adamello ha organizzato e ideato insieme all’autore Davide Sapienza proprio per valorizzare il legame tra geografia e poetica nell’ambiente alpino del Parco e della Riserva della Biosfera Valle Camonica-Alto Sebino. E posso asserire con certezza assoluta che non c’è persona, autore, guida, nume migliore di Davide per andare alla scoperta e alla conoscenza del territorio camuno.

La rassegna propone cinque appuntamenti, tra luglio e ottobre: sarà ufficialmente presentata martedì prossimo 2 luglio, alle ore 14.30, nella Sala Cemmi presso la sede della Comunità Montana di Valle Camonica, in Piazza Tassar, 3 a Breno.

Invece il primo appuntamento è fissato per sabato 13 luglio 2024 e s’intitola 𝗘𝘀𝗽𝗹𝗼𝗿𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗶𝗻 𝗩𝗮𝗹 𝗦𝗮𝗹𝗮𝗿𝗻𝗼, una delle più emblematiche vallate della zona, che nel Novecento ha conosciuto il più forte sviluppo dell’industria idroelettrica (insieme alla Val d’Avio) ma che offre molti altri spunti esplorativi importanti. Non a caso qui già nel 1883 sorse uno dei primi rifugi del versante camuno dell’Adamello, il Rifugio Val di Salarno, sostituito nel 1908 da un più moderno rifugio dedicato a una figura chiave della storia camuna, l’avvocato Paolo Prudenzini, che tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi anni del Ventesimo Secolo esplorò profondamente il Gruppo Adamello. Sulle sue tracce, e con la guida preziosa di Davide Sapienza, i partecipanti potranno respirare la “poetica” di chi scorse nella montagna un orizzonte comune e tutt’oggi ineludibile.

[Veduta della Val Salarno dall’alto del passo omonimo, 3158 m. Foto di SPIW, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
I posti sono limitati, l’iscrizione è possibile qui: https://bit.ly/EsplorandoInValSalarno. L’invito che vi sottopongo per parteciparvi è caloroso, e non solo per il periodo estivo in corso!

“Nei Sentieri Selvatici” è una iniziativa della Comunità Montana Valle Camonica (Parco Adamello + Riserva della Biosfera Valle Camonica-Alto Sebino) con l’Officina Culturale Alpes (alla quale mi onoro di fare parte), il che è garanzia di qualità e fascino assoluti.

P.S.: e chi volesse scoprire perché l’Adamello si chiama così, dia una letta a questo mio articolo di qualche tempo fa.

Lago Bianco: ora che la neve se ne va, deve tornare la Natura (e per sempre)

Dopo una primavera insolitamente (e finalmente) nevosa, ben più dell’inverno precedente, e nonostante la meteo che offre molte nubi e ancora poca insolazione, al Passo di Gavia la fusione nivale sta procedendo rapida, disvelando nuovamente il meraviglioso paesaggio nella sua veste estiva ai cui colori, a breve, si aggiungeranno definitivamente quelli altrettanto sublimi delle acque del Lago Bianco, gioiello di valore naturalistico assoluto della zona.

Purtroppo, la fusione della neve fa tornare visibile anche il terribile cratere del cantiere per i lavori di presa delle acque del Lago allo scopo di alimentare l’innevamento artificiale di Santa Caterina Valfurva – lavori nel frattempo fortunatamente stralciati in forza della loro enorme dannosità per il luogo e il suo ambiente naturale, come forse saprete.

Dal mio punto di vista, è come se tornasse visibile uno sfregio criminale a un’opera d’arte di valore inestimabile, per tanti mesi e fino a oggi coperto da un velo (sinceramente pietoso, perché concesso dalla Natura) ma ora di nuovo sotto gli occhi di tutti nella sua devastante realtà. Ciò risveglia la coscienza collettiva sul portato e sulle conseguenze del singolo episodio ma pure su un certo frequente uso scellerato del territorio montano per fini di speculazione turistica e senza la benché minima sensibilità verso di esso. Imponendo di contro che il danno perpetrato venga sistemato al più presto, rinaturalizzando l’area e ridando bellezza e dignità al luogo.

Per questo fa molto piacere leggere che continua incessante l’attività del Comitato “Salviamo il Lago Bianco” di accesso agli atti che, a seguito della ricezione del responso di ISPRA e della notizia dello stralcio del punto di presa presso il Lago, mirerà a far sì che i ripristini dei danneggiamenti effettuati vengano eseguiti nelle migliori modalità e tempistiche possibili. Di contro, dallo scorso maggio lo scellerato cantiere è oggetto di indagine da parte della Commissione Ambiente dell’Unione Europea, con il rischio di una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia (l’ennesima, in ambito ambientale) per il «grave pregiudizio all’integrità» della zona del Lago Bianco. Infine è in corso pure l’indagine su quanto accaduto della Procura di Sondrio, avviata in forza degli esposti depositati dal Comitato lo scorso autunno.

Riguardo gli altri aggiornamenti sull’evoluzione della vicenda (perché ce ne sono altri e potrebbero non essere del tutto positivi per il territorio in questione) potete leggere e seguire la pagina Facebook “Salviamo il Lago Bianco.

Non resta che augurarci che veramente, e rapidamente, la zona del Lago Bianco possa riacquisire la propria naturalità oggi guastata, e che i promotori e i sostenitori di un progetto così scriteriato, al netto di eventuali sentenze giuridiche, possano rendersi conto di cosa hanno contribuito a perpetrare a un luogo così prezioso e, dunque, sappiano maturare una consapevolezza e una sensibilità verso i territori montani – che sono un patrimonio di tutti, non il possedimento di pochi – finalmente adeguata e consona all’importanza di essi e al loro insostituibile valore culturale.

N.B.: le belle immagini fotografiche del Lago Bianco sono di Angelo Costanzo, presidente del Centro Culturale “Oltre i Muri” di Sondrio, che ha sostenuto attivamente le azioni del Comitato “Salviamo il Lago Bianco”.

La Grivola, una vetta “dimenticata” tra pietraie, tordi e belle ragazze

La Grivola è senza dubbio tra le montagne più belle delle Alpi occidentali ma, nonostante ciò, è pure tra le meno considerate. Forse è per i soli 31 metri che mancano alla quota per poter annoverare la montagna tra i quattromila delle Alpi (è alta 3969 metri, già), o forse è per la vicinanza del ben più vasto e articolato Gran Paradiso, con le sue numerose sommità e gli ancora vasti ghiacciai, il quale invece la quota 4000 la supera per 61 metri e sulla vetta massima vi si può salire più agevolmente che sulla Grivola. La quale invece appare subalterna anche nel rappresentare la seconda più elevata montagna interamente compresa nel territorio italiano – il primo è sempre lui, il Granpa. E magari pure il toponimo di quest’ultimo risulta più suggestivo agli appassionati di montagna: ma stavolta a torto, dacché l’origine del nome Grivola appare più misterioso e dunque intrigante (e poi il paradiso con il primo non c’entra nulla!).

“Grivola” compare per la prima volta nel 1845, dunque in tempi relativamente recenti; prima la montagna era conosciuta con un più ordinario Pic de Cogne (in effetti la vetta della montagna dista meno di 8 km in linea d’aria dal centro dell’abitato). Giuseppe Giacosa, scrittore e drammaturgo che fu librettista di Puccini e autore di molti scritti dedicati alle montagne valdostane, fece risalire l’origine di Grivola dal patois valdostano griva, termine che indica il tordo (in francese grive), uccello tuttavia non così accomunabile alle alte quote alpine. Di tutt’altra opinione fu invece l’eccentrico Joseph-Marie Henry (più noto come l’abbé Henry), che ascese tanto la Grivola quanto il Gran Paradiso, il quale ritenne di originare il toponimo da grivoline (in francese grivoise), termine con il quale si identifica una bella ragazza, forse ispirato dalla Jungfrau (la “vergine”). Un altro abbé, il francese Paul-Louis Rousset che fu alpinista e guida nonché autore di scritti sulle origini dei toponimi alpini, ha invece indicato la parola gri in patois di Valgrisenche, che significa “pietraia”, come origine possibile e in effetti giustificata dall’aspetto ampiamente deglacializzato della vetta, nonostante l’altezza prossima ai 4000 metri.

Insomma, dai tordi alle belle ragazze fino alle pietraie… capite bene quanto ancora incerta sia l’origine del nome Grivola: chissà se pure questo elemento abbia contribuito nel trasformarla in una “montagna dimenticata” – come recita il titolo di un libro di qualche anno fa che racconta la storia alpinistica del monte, o se al contrario ne accresca il fascino e una certa deferenza riservata alle cose tanto evidenti (la vetta è ampiamente visibile dal fondovalle valdostano) quanto a loro modo “sfuggenti” – ma non per questo trascurabili, anzi!

P.S.: la fotografia della cartolina in testa al post è di Marek Piwnicki su Unsplash.

L’Argentiere, il “frigorifero” ante litteram di Chamonix

[Immagine datata 25 luglio 1877, fonte: notrehistoire.ch.]
Il ghiacciaio d’Argentiere (glacier d’Argentière), è uno dei grandi apparati glaciali che scendono dal versante settentrionale del Monte Bianco; il suo spettacolare circo superiore, quasi pianeggiante, è posto ai piedi del Mont Dolent nei pressi della cui vetta si congiungono i confini di Francia, Svizzera e Italia (è una delle rare triplici frontiere del mondo).

Nonostante la sua estensione possa far pensare a un ghiacciaio meno sofferente di altri degli effetti del riscaldamento climatico, è invece tra quelli dai bilanci di massa maggiormente negativi: l’Argentiere in meno di vent’anni – tra il 2003/2004 e il 2020/2021 – ha perso più di 20 metri di acqua equivalente (la differenza tra l’accumulo e le perdite per ablazione, cioè dalla fusione di neve e ghiaccio, espressa come volume equivalente di acqua).

Tuttavia, al solito più dei dati numerici sono le immagini che rendono l’idea della situazione: così, se nel 1877 – anno al quale si riferisce la “cartolina” sopra riprodotta – la fronte del ghiacciaio lambiva l’abitato di Argentiere, a 1250 m di quota, oggi la stessa fronte (peraltro spezzata in due parti delle quali l’inferiore si sta rapidamente coprendo di detrito roccioso) è pressoché invisibile dal paese, nascosta in alto oltre i rilievi del vallone glaciale ormai ampiamente boscato, come si vede nell’altra “cartolina” qui sotto, datata luglio 2023.

[Fonte dell’immagine: www.montagne-et-genepi.fr.]
Una cosa curiosa da conoscere, ma che fa ben capire quanto sia cambiata la montagna in relativamente poco tempo e in molti aspetti della relazione dell’uomo con il suo ambiente, è che per la sua comodità d’accesso il ghiaccio della fronte dell’Argentiere dal 1908 al 1951 fu scavato e tagliato per rifornire gli hotel della zona durante la stagione estiva. La richiesta di ghiaccio era così ingente che in piena stagione turistica si raggiungeva una produzione di 24-30 tonnellate al giorno, che tuttavia si interruppe quando negli hotel i frigoriferi divennero di uso comune. Dunque si può dire che, almeno in quella circostanza, il progresso umano servì per “preservare” il ghiacciaio; peccato non abbia poi saputo farlo più estesamente in altri modi.

La Valle Soana tra memoria, bellezza e dignità

[Le vette della testata della Valle Soana, sul confine con la Valle d’Aosta. Foto tratta dalla pagina Facebook “Valle Soana“.]

La Valle Soana […] è una valle ignota a quanti non vi hanno interessi diretti, dimenticata nelle antiche carte topografiche, mal descritta nelle nuove, eppure degna di attrarre non solo gli alpinisti, dilettanti di caccia, di botanica, di siti pittoreschi, di squisite trote, di tranquillità, ma anche gli ascensionisti amanti delle rupi e dei ghiacci, delle balze e dei ripidi canaloni.

[Luigi Vaccarone, Costantino Nigra, Guida-itinerario per le valli dell’Orco, di Soana e di Chiusella, 1878.]

Sembra quasi rimasta tale e quale a un secolo fa, la Valle Soana, nel bene e nel male: poco conosciuta e frequentata (dagli italiani, mentre al solito gli stranieri sono più attenti) eppure affascinante e attrattiva per la gran quantità di «siti pittoreschi» dominati lassù, alla testata della valle, dal Monveso di Forzo, la “Montagna Sacra. Le foto che vedete qui* si riferiscono alla mia presenza lassù per la giornata “Insieme per la Montagna Sacra” organizzata dal comitato promotore dell’omonimo progetto (del quale faccio parte), lo scorso 2 giugno.

In valle, se c’è un luogo che più di altri rappresenta quanto ho appena scritto, ovvero la dimenticanza degli uomini nel tempo tanto quanto il fascino emblematico della sua presenza tra «le rupi e i ghiacci» che ancora sa raccontare molto, anzi, per certi versi più di una volta, sono le borgate di Boschietto e Boschettiera.

Le definisco “luogo” al singolare perché invero sono due nuclei gemelli, il primo un po’ più sviluppato del secondo che dista un quarto d’ora a piedi lungo la mulattiera per il Colle di Bardoney, che collega la Valle Soana alla Valle di Cogne, ma uniti pure nell’apparente sorte di abbandono e decadenza, salvo poche case recuperate e ristrutturate. Eppure, al netto di quella sensazione di primo acchito triste, resta ancora profondamente affascinante e suggestivo aggirarsi tra le vecchie mura di pietra, analizzare la struttura delle case, la disposizione sul versante, cogliere i dettagli grandi e piccoli, il contrasto cromatico tra il grigio delle pietre, il verde dei prati e dei boschi, il bianco delle vette ancora innevate, immaginare come si viveva qui un tempo e come si potrebbe ritornare a vivere, seppur occasionalmente, ovvero come poter ridare una vitalità di qualche specie a questi relitti sospesi nel tempo da una storia che è corsa troppo avanti ma pure, forse, da una dimenticanza eccessiva di noi genti del “dopo” che ad un certo punto non ci siamo più voltati indietro a vedere cosa ci stavamo lasciando alle spalle.

D’altro canto, credo che già manifestare una certa sensibilità verso questo luogo, anche solo con la semplice osservazione e la considerazione di ciò che lo sguardo coglie (perché osservare è più del mero guardare o vedere), rappresenti un primo passo per ridonare dignità alle case e alle storie rapprese tra le loro pietre. Paolo Rumiz, ne La leggenda dei monti naviganti, ha scritto che «Finché ci saranno i nomi ci saranno i luoghi»: affermazione bellissima che rimarca l’importanza fondamentale della memoria, anche minima, per non cancellare un bagaglio di umanità vissuta che resta e resterà prezioso. Aggiungo che, se a quella memoria si è in grado di dare seguito con il riscontro diretto sul campo, così che la memoria da immateriale e a rischio di svanimento ridiventi materiale e riprenda forza, le vecchie case non torneranno abitate ma almeno resteranno vive nella conoscenza di chi avrà visitato il luogo e ne avrà apprezzato la bellezza, il fascino, l’anima.

Tra di esse, in fondo, il Genius Loci permane ancora, nascosto, silente e sopito ma non per questo svanito. Non occorre molto per ritrovarlo e dialogarci insieme: come detto, potrebbe ancora raccontare molte storie, belle e intriganti e illuminanti.

*: avendole fatte io, le foto, non sono certo di alta qualità (anche per la meteo della giornata, poco soleggiata), ma spero risultino comunque significative riguardo ciò che ho scritto.