«Occasioni da non perdere», cioè fallimenti garantiti

[Due vedute del Passo della Croce Arcana.]

Sul crinale dell’Appennino modenese, alla quota di 1669 m, esiste un luogo denominato “Passo della Croce Arcana” che mette in collegamento l’Emilia Romagna con la Toscana. Sia dal versante pistoiese (Doganaccia, Cutigliano) che da quello modenese (Ospitale, Fanano) sale uno sterrato che raggiunge il passo; si tratta di una strada forestale ad accesso regolamentato per mezzi di soccorso, della forestale, dei rifugisti o di pochi altri autorizzati, ma da alcuni anni a questa parte i veicoli a motore si riversano al passo senza alcun rispetto né dell’evidente cartello di divieto (che viene regolarmente divelto) e della sbarra (che per ovvie ragioni non è chiusa con lucchetto per permettere accesso ai mezzi di soccorso) né dell’ambiente.
Da tempo il Comune vuole rendere carrabile la strada, coltivando un progetto “che prevede sistemazione del fondo e posa di nuova ghiaia mescolata a cemento in modo da rendere la strada bella, poco invasiva da un punto di vista estetico ma comunque resistente come l’asfalto” (si parla di zona B del Parco Regionale).
Ma questo progetto fa parte di un disegno molto più ampio ed articolato. La creazione di un megacomprensorio sciistico che parte dal Corno alle Scale nel bolognese ed arriva fino all’Abetone è il sogno nel cassetto di amministrazioni locali ed imprenditori, incuranti delle aree protette coinvolte e dei cambiamenti climatici in atto. Le amministrazioni parlano di “un’occasione da non perdere per il rilancio di tutto il comprensorio”, e prospettano importanti ricadute economiche; nel frattempo il disegno complessivo avanza incurante della concomitanza di stagioni invernali sempre più corte e secche e sciatori in diminuzione, in un territorio dove i servizi per gli abitanti si riducono sempre più si decide di investire milioni di euro in impianti turistici dall’incerto futuro e di sicuro reddito solo per pochi.

Questi sono alcuni brani tratti dall’articolo Al Passo della Croce Arcana veicoli e progetti incompatibili mettono a rischio il territorio pubblicato nel blog su “Il Fatto Quotidiano” curato da Mountain Wilderness e ripreso lo scorso 30 dicembre 2022 da “GognaBlog”, dove lo potete leggere nella sua interezza.

Tra le tante cose segnalabili ne faccio notare una ricorrente, in notizie del genere: l’ormai assodato “mantra” «Un’occasione da non perdere per il rilancio di tutto il comprensorio» che le amministrazioni pubbliche le quali sostengono progetti del genere, così insensati – anche qui si parla di montagne che superano a fatica i 1700 metri di quota, sulle quali la neve già ora è sempre più rara sia in quantità che in permanenza al suolo – usano di default per giustificarli, sugli Appennini come sulle Alpi. Tipica motivazione passe-partout, sloganistica, decontestuale e svincolata dalla realtà del luogo e delle sue caratteristiche: tanto varrebbe se quel progetto venisse motivato con «Noi comandiamo, voi statevene zitti» o altro del genere, sarebbe una “giustificazione” più obiettiva e onesta.

[La mappa delle piste di Cutigliano-Doganaccia. Si notino le altitudini massime.]
In verità, quel «Un’occasione da non perdere per il rilancio di tutto il comprensorio» denota in modo palese la totale mancanza di progettazione strutturata, di lungimiranza, di visione del futuro, di programmazione a lungo termine di questi progetti turistici, segnalandone di contro l’urgenza, l’immediatezza necessaria, il voler portare a casa a tutti costi un risultato a prescindere che sia buono o meno ovvero l’incapacità evidente di saper formulare altre “occasioni”, più logiche, più ponderate, più consone al territorio sul quale devono essere sviluppate, meno ripetitive, banali e banalizzanti, meno obsolete. È, quella, l’affermazione di un’impotenza bella e buona, che manifesta chi non può perdere quell’occasione perché non sa crearsene un’altra – o di chi vuole sfruttare solo questa perché da altre non saprebbe ricavarci simili tornaconti. È l’annuncio di un fallimento, insomma, ancora prima che quanto fallirà debba nascere.

[Oltre alle basse quote, bisogna denotare che si vorrebbero costruire nuovi impianti sul versante sud (a destra nell’immagine) del crinale appenninico tosco-emiliano, dunque in piena esposizione solare sfavorevole. Foto tratta da theoutdoormanifesto.org.]
Posto ciò, la domanda che nuovamente pongo credo non debba essere più relativa a cosa siano questi progetti ma al perché si elaborino, e perché nella gestione dei territori di pregio come quelli montani dotati di potenzialità turistiche debbano finire figure che poi elaborano progetti così insensati. È così che si vorrebbe costruire il loro futuro, con iniziative già rivelatesi fallimentari in passato? Veramente le nostre montagne e chi le abita si meritano cose del genere?

P.S.: qui trovate un altro ottimo approfondimento sul progetto di infrastrutturazione sciistica della zona del Passo della Croce Arcana tratto da “The Outdoor Manifesto”. È del maggio 2020 ma risulta tutt’oggi sostanzialmente attuale.

Italia e biciclette, un controsenso a pedali

[Immagine tratta da qui.]
In un paese come l’Italia che già da tempo si distingue in modo negativo sull’attenzione che pone all’uso della bicicletta, il governo ha recentemente azzerato, su (ignobile) iniziativa del ministero competente, i fondi per le infrastrutture ciclabili. Ma non è certo un problema di schieramenti politici, visto che dal 2020 al 2030, i governi italiani hanno messo a bilancio quasi 100 miliardi per l’auto, poco più di uno per la bici: cento volte meno, insomma (qui trovate un ottimo dossier al riguardo, curato da CleanCities). Con il risultato che le strade sono sempre più intasate di traffico e nel frattempo gli incidenti che coinvolgono i ciclisti aumentano di continuo. E comunque, ribadisco, non è certo un problema che nasce due o tre anni fa, questo, ma viene da lontano e da una più profonda, generalizzata negligenza politica e amministrativa. Peraltro, di quanto l’Italia sia ancora arretrata al riguardo ne ha parlato anche un recente articolo de “Il Post”, che contiene dati assai significativi per farsi un’idea chiara della noncuranza istituzionale italiana verso biciclette e ciclisti.

Posta questa realtà di fatto, parecchio disonorevole, risulta ancor più “sorprendente” – in senso negativo, per non scrivere direttamente sconcertante – la recente proliferazione di ciclovie ad uso prettamente turistico soprattutto in montagna e sovente a quote alte, che sembrano diventate il nuovo “testo sacro” del turismo per innumerevoli località montane, che siano già sciistiche oppure, forse in maniera maggiore, che non lo siano, e alle quali vengono destinati milioni e milioni di finanziamenti pubblici.

[Immagine tratta da qui.]
Un fenomeno alquanto disorientante, a ben vedere: mentre nelle aree altamente urbanizzate le amministrazioni pubbliche non solo “faticano” a creare percorsi per il transito ciclistico ben fatti, diffusi e sicuri, mettendo spesso in atto azioni propagandisticamente definite “risolutive” ma che spesso non risolvono e anzi aggravano il problema – risultato: ben 220 persone decedute in incidenti in bicicletta nel 2021, più di una ogni due giorni –, nei territori montani si costruiscono chilometri e chilometri di ciclovie ad uso maggioritario di turisti che facilmente utilizzano la bicicletta, rigorosamente elettrica, solo nei periodi di vacanza e soltanto per scopi ludico-ricreativi (e per questo abbisognano di percorsi i più lisci e agevoli possibile), spesso con impatti ambientali notevoli e altamente discutibili che vanno a deteriorare spazi in quota a volte ancora incontaminati, e ciò solo perché questa modalità di frequentazione (o di fruizione, termine forse più adatto) delle montagne viene spinta come il non plus ultra attuale, la nuova frontiera del turismo montano, il mood super wow da n-mila like su Instagram e TikTok – ovviamente “eco”, “green”, “sostenibile”, eccetera.

Ovvero, in soldoni (letteralmente): da una parte, dove ci sarebbe da investire sempre di più, si azzerano i fondi pubblici; dall’altra, dove ci sarebbe da investire nel modo più oculato possibile, i fondi pubblici si sperperano.

E per dirla in altro modo: da una parte le persone ci lasciano le penne, dall’altra ci lascia le penne la montagna.

[Immagine tratta da qui.]
Ditemi voi se vi sia qualche logica in tutto ciò – che non sia meramente “politica”, ovvero di ricerca e conquista di tornaconti particolari da parte dei sostenitori di quegli interventi montani. Ditemi voi se vi sia qualche traccia di sviluppo, di cultura, di sostenibilità ambientale, di connessione alla realtà delle cose, di visione del futuro. Magari c’è e sono io che non la vedo, non so. Però i mazzi di fiori lungo le strade sui luoghi di qualche incidente mortale in città e i continui nuovi nastri di cemento in mezzo ai prati a 2000 e più metri di quota, be’, queste cose le vedo molto bene. Ecco.

N.B.: per prevenire le critiche di chi “concentra” troppo la propria visione della questione, rimarco che il nocciolo di essa non sta nei suoi singoli elementi – la ciclovia, la pista ciclopedonale, l’ebike, il ciclista di montagna o di città, eccetera – ma nel quadro complessivo di essa e soprattutto nella gestione – o nella non gestione – da parte di chi ha voce istituzionale in capitolo, dalla cui frequente illogicità d’azione deriva tutto il resto o quasi.

Cronache del cambiamento (climatico): futuri disoccupati delle montagne?

[Foto di Yann Allegre su Unsplash.]

Tempi duri per i maestri di sci e di snowboard. L’assenza di neve, infatti, influisce in maniera pesante sulle loro attività. In particolare, a essere penalizzati sono i professionisti senza un’attività propria parallela.
Ogni inverno, a Les Paccots (FR), una quarantina d’istruttori venivano mobilitati durante le prime tre settimane della stagione. Per una ventina di loro, le lezioni di sci sono l’unica fonte di reddito. Purtroppo, però, quest’anno la stagione è iniziata in ritardo.
«Due o tre sono riusciti ad andati a lavorare in Francia durante le vacanze, ma per molti è una grossa perdita di reddito», lamenta Yves Büchler, direttore della scuola di sci di Paccots. «Incrociamo le dita affinché la neve scenda. Ma, guardando in prospettiva, con il passare degli anni la situazione sarà sempre più complicata», afferma Jefferson Dumas, uno degli istruttori.

[Dall’articolo La mancanza di neve costringe gli istruttori a licenziarsi pubblicato su “Tio.ch” il 9 gennaio 2023.]

I maestri di sci: ennesime vittime – loro malgrado – della monocultura dello sci nell’epoca del cambiamento climatico? Potrebbe essere una questione marginale, certo, ma è a sua volta emblematica riguardo gli stravolgimenti in corso sulle nostre montagne, tanto inesorabili (salvo inopinati miracoli climatici) quanto ancora poco o nulla analizzati, compresi, gestiti parimenti all’elaborazione della conseguente, necessaria resilienza socioeconomica – oltre che ambientale. Che succederà, dunque?

(Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo di “Tio.ch” nella sua interezza.)

L’analfabetismo funzionale, nel 2023

Questo nuovo anno appena cominciato – mi auguro nel migliore dei modi per voi che state leggendo – vedrà finalmente regredire una delle pandemie culturali più gravi che ormai da troppo tempo attanaglia una parte consistente della società italiana, ovvero l’analfabetismo funzionale?

L’Italia è in assoluto il paese europeo peggiore al riguardo (i dati OCSE segnalano quasi il 28% di analfabeti funzionali, vedi qui) e i risultati di ciò si vedono spesso – spiace dirlo ma è quello che penso. Ogni iniziativa e azione culturale che punti a migliorare, per quanto possibile, le varie situazioni di evidente o potenziale degrado riscontrabili un po’ ovunque – penso ad esempio alla frequentazione consapevole e realmente sostenibile delle montagne, per restare nel mio ambito di attività – rischia di perdere molta parte della sua efficacia se non tutta, nel caso coloro verso i quali è diretta non fossero in grado di comprenderne l’importanza e tanto meno il messaggio – come di frequente verrebbe da ritenere. D’altro canto è inutile rimarcare quanto il problema sia pesante per ogni ambito della nostra società, se la stessa voglia continuare a definirsi evoluta e in costante progresso – non solo culturale.

Nei giorni in cui viene ricordata la scomparsa di Tullio De Mauro (avvenuta il 5 gennaio 2017, ne scrissi qui), una figura fondamentale per la cultura italiana contemporanea e da sempre impegnata nel mettere in evidenza la necessità di una buona cultura linguistica diffusa quale base ineludibile della più compiuta democrazia, mi viene dunque spontaneo proporre quella domanda iniziale. Miglioreranno le cose al riguardo, in questo 2023? O una zavorra così drammaticamente pesante e ostacolante per l’evoluzione del paese diventerà ancora più ponderosa, più grave, più rovinosa?

Una cosa è certa: parte della risposta – forse la gran parte – sta a noi determinarla. Speriamo sia quella migliore possibile e non viceversa, Ecco.

Alessandro Gogna per “La Montagna Sacra”

Il concetto di no-limits è una bestemmia, non sta in piedi ed è l’ostacolo numero uno alla ricerca del Sacro, dove per “Sacro” si intende qualcosa di diverso da noi, soprattutto diverso dal nostro volere, dalla nostra volontà, dalla nostra intelligenza, dal nostro sapere. […] Quello che mi auguro è che sempre più persone possano accettare che tutto sommato siamo esseri limitati, che la natura è molto più potente di noi, che dobbiamo vivere insieme alla natura e non contro, come abbiamo fatto finora, e quindi sempre più persone possano entrare in questo meccanismo, secondo me, virtuoso. Basta con la civiltà dei consumi e della conquista, ma invece una civiltà che viva nell’habitat che ci è stato dato, e che stiamo rovinando.

[Alessandro Gogna, videointervista di Mirko Sotgiu per “MountainBlog” sul progetto Una Montagna sacra per il Gran Paradiso.]