Una cartolina dal Monte Washington

Se vi domandassero quali potrebbero essere i luoghi sulla Terra con il clima più estremo, probabilmente rispondereste come chiunque citando qualche remota zona della Siberia, dell’Artico o del Polo Sud. Invece no, non c’è bisogno di “andare” in luoghi tanto sperduti: basta recarsi su una montagna di modesta altitudine lontana meno di 100 miglia da alcune rinomate spiagge oceaniche e posta ad una latitudine più o meno simile a quella di Milano. Cioè, è sufficiente salire sul monte Washington, vetta massima delle White Mountains nello stato del New Hampshire (USA), a soli 400 km a nord di New York, alta solo 1917 m e all’apparenza più simile a una collinona che a una montagna vera e propria eppure, come detto, dotata di uno dei climi più estremi e, per molti versi, straordinari al mondo.

Detiene infatti il record mondiale per la velocità del vento più alta non associata a tornado o ciclone tropicale, ben 231 miglia orarie pari a 372 km/h (!) misurata il 12 aprile 1934, mentre il minimo record ufficiale della temperatura sulla vetta è di -50° F / -46° C, registrata il 22 gennaio 1885. Il 16 gennaio 2004, l’osservatorio meteorologico presente sulla vetta ha registrato una temperatura di -43,6° F / -42,0° C insieme a venti di 87,5 mph / 140,8 km/h: ne è risultato un valore di temperatura percepita di -102,59° F, ovvero -74,77°C!

Un clima così estremo è determinato dalla posizione geografica del monte Washington, che per diverse migliaia di km a occidente non presenta rilievi montuosi della stessa altezza così che le correnti atmosferiche circolanti sopra il continente nordamericano, provenienti dall’area dell’Oceano Pacifico, dopo aver aggirato a sud le Montagne Rocciose corrono liberamente per le grandi pianure occidentali per poi confluire e transitare in gran parte proprio sulla sommità del monte, letteralmente in balìa degli agenti atmosferici più imponenti che lo rendono, in pratica, un “pezzo di Antartide” nel bel mezzo dell’emisfero boreale.

D’altro canto il monte Washington è famoso anche per la sua Mount Washington Cog Railway, la prima ferrovia a cremagliera del mondo, autentico capolavoro ingegneristico inaugurato nel 1868 e ancora operativo coi propri secolari convogli a vapore lungo un tracciato con pendenze massime del 37%, che ne fanno pure la seconda più ripida al mondo dopo quella del monte Pilatus in Svizzera (datata 1889). Tuttavia, se decidete di andarci, è meglio che verifichiate le condizioni meteo previste in loco!

La felicità nel paesaggio

[Foto di Joel Holland da Unsplash.]

Ho visto un bambino di due anni, che non aveva mai lasciato Londra, in occasione della sua prima passeggiata in campagna. Era inverno e tutto intorno non vi era che fango e umidità. Per l’occhio dell’adulto non vi era nulla di piacevole, ma il bambino fu colto da una strana estasi; si inginocchiò sulla terra umida e nascose il viso nell’erba, emettendo inarticolate grida di delizia. Quella gioia che egli stava provando era primitiva, semplice e profonda. Il bisogno organico che in quel momento veniva soddisfatto è così profondo che coloro nei quali è spento sono di rado completamente sani.

[Bertrand RussellLa conquista della felicità, traduzione di Giuliana Pozzo Galeazzi, Longanesi & C., Milano, 1969, cap. IV; 1969, pag. 63; ultima ediz. it. TEA, 2003. Orig. The Conquest of Happiness, 1930.]

La gioia di quel bambino per la scoperta di una Natura a lui ancora sconosciuta e per ciò così meravigliosa, descritta da Bertrand Russell, mi ricorda quella che, io credo (ma lo affermo soprattutto per esperienza personale), chiunque prova in altre forme, magari più “adulte” ma nella sostanza ugualmente profonde, di fronte alla scoperta di un “nuovo” sublime paesaggio – a patto che si mantenga la mente curiosa e l’animo sensibile alla bellezza (nel senso più pieno del termine, non solo in quello estetico) che ci può offrire il mondo d’intorno. Quando si giunge in cima a un colle o a una montagna oppure si valica un passo, si supera un versante montuoso e finalmente si guarda dall’altra parte, o quando si esce da un folto bosco in aperta campagna e d’improvviso sembra che tutto si apra, si ampli, prenda forma e armonia, s’illumini e si colori oppure riveli qualcosa di inaspettato e per ciò sorprendente, qualcosa che sembra la rivelazione di un segreto del quale forse prima non sapevamo nulla e ora non solo pensiamo di sapere tutto ma è pure una sapienza della quale non possiamo più fare a meno… Ecco: di momenti del genere, di “scoperte” così capaci di generarci una gioia «primitiva, semplice e profonda» ce ne sono a iosa intorno a noi, in qualsiasi parte del mondo. Bisogna solo percepire quel «bisogno organico» di relazione con la Terra, con la Natura, con il paesaggio, e per fare ciò bisogna soltanto essere realmente vivi e per ciò sensibili verso l’ambiente del quale siamo parte.

Ha dunque ragione Russell nel concludere, riguardo quel bisogno, che coloro nei quali è spento «sono di rado completamente sani»: è una mancanza di sanità che, appunto, è probabilmente la conseguenza d’una similare nonché, mi permetto di dire, triste carenza di vitalità. Cioè di vita, vera, piena, compiuta.

Massimo Centini, “I segni delle Alpi”

I processi di identificazione, appropriazione e umanizzazione dei territori che l’uomo formula e mette in atto fin dalla notte dei tempi possono essere concepiti anche – con una formula che a me piace parecchio – come una pratica di scrittura del (o sul) territorio della storia (o delle storie) delle genti che lo abitano nel corso del tempo, pratica che utilizza particolari codici semiologici i quali a loro volta si sono sviluppati nei secoli fino alle più complesse forme moderne, sviluppando al contempo una semantica che a volte è giunta ben leggibile fino ai giorni nostri, altre volte si è persa o è stata dimenticata. Tuttavia i segni restano, testimonianza sovente antichissima e messaggio intrigante di genti che hanno sviluppato relazioni particolari con i territori e i luoghi nei quali hanno inscritto quei segni: e se cogliere oggi il loro significato originario è un esercizio ostico, spesso meramente speculativo, constatarne la presenza marcante e così emblematica nella definizione culturale di quei territori e delle loro comunità residenti è un’attività non solo affascinante ma assolutamente necessaria e fondamentale al fine di mantenere vivi quei territori, la loro cultura, la storia, l’identità, conservando parimenti attivo il dialogo con il Genius Loci, riconoscendo e comprendendo il valore del luogo e ciò che da secoli, se non da millenni, custodisce. Con la possibilità per giunta di indagare e magari trovare la chiave di decifrazione di quei segni, di scoprirne il codice e così svelarne il messaggio: una ricerca oltre modo affascinante e comunque sempre illuminante, anche quando il codice resti segreto (il che ne preserva l’attrattiva, d’altronde).

Massimo Centini, antropologo torinese dalla fervida e variegata attività di ricerca su temi culturali “alternativi”, con una marcata predilezione per quegli ambiti che presentino ancora argomenti arcani e non spiegati e una produzione editoriale nella quale più volte ha disquisito di questi temi riferiti ai territori montani, ne I segni delle Alpi (Priuli & Verlucca, 2014) indaga la vastissima produzione semiotica millenaria delle genti alpine che, in forza delle regioni abitate, delle loro peculiarità e della conseguente particolare relazione intessuta con il territorio, risulta alquanto emblematica. Confrontate infatti con un ambiente oltre modo difficile, nel quale la residenza assumeva la costante forma di sussistenza quando non di sopravvivenza, le popolazioni alpine hanno inevitabilmente sviluppato un rapporto speciale con la Natura, il paesaggio, le altre specie viventi così come con i vari aspetti immateriali legati a una presunta matrice divina, magica o variamente sovrumana: rapporto che si è poi manifestato in una produzione di segni, di tracce, di “scritture” estremamente variegata nonché spesso arcana. []

[Rosa camuna (evidenziata). Località Carpene, Parco archeologico e minerario di Sellero, Val Camonica. Foto di Luca Giarelli, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
(Potete leggere la recensione completa de I segni delle Alpi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Il “Patto del non racconto”

Vi sono luoghi così rari e preziosi che meritano di non essere raccontati, se non per quello che suscitano in noi quando li attraversiamo.
Ormai abbiamo fatto il giro del globo e il globo è finito. Più conosciamo in superficie ogni spazio remoto, meno sappiamo penetrarlo nel dettaglio.
Più cediamo alla spettacolarizzazione, più rinunciamo a conoscere per davvero questi ultimi spazi selvaggi, ormai ridotti a piccoli scenari di “imprese” umane, troppo umane.
Pochi giorni fa, abbiamo affrontato un’inedita ed entusiasmante esplorazione, al confine tra escursionismo ed alpinismo, tra arrampicata ed avventura.
Abbiamo collezionato una serie di incontri e sensazioni così singolari ed inattese che hanno via via rafforzato in noi l’idea che per riproporre questo viaggio occorre stabilire un’alleanza e un patto con i più fidati compagni di cordata: il Patto del non racconto!

Quanto sopra è un piccolo sunto di ciò che si può leggere nel sito vendul.org riguardo il Patto del non racconto, un modo nuovo anzi no, ancestrale e per ciò “diverso”, quasi sovversivo rispetto all’ordinarietà imperante, di esplorare il mondo in cui viviamo, qualsiasi esso sia – una montagna remota oppure un boschetto trascurato dietro casa – e ricavarne consapevolezza.

Perché scegliere di non raccontare, una volta ogni tanto, qualcosa di bello e interessante che si è vissuto? Perché le narrazioni che la società odierna ci impone tendono a superficializzare l’esperienza personale e a travasarne la memoria in ambiti virtuali che rapidamente la svaporano e cancellano. Si rischia così di perdere il senso profondo di ciò che si è fatto e il retaggio esperienziale – patrimonio prettamente personale – che ne può scaturire: come lo si fosse fatto in modo automatico, insensibile, spinti da impulsi esteriori che impongono l’apparenza e cancellano l’essenza. Invece, forse, narrare solamente a se stessi ciò che si è vissuto, forma fondamentale e ancestrale dacché naturale, appunto, di decantazione e maturazione dell’esperienza, può diventare il modo migliore per poi trasmetterlo ad altri: in altre forme, più evolute, approfondite, coinvolgenti, proprio perché scaturenti da una fonte totalmente meditata, consapevole, fatta propria, esclusiva e dunque di valore unico.

Il Patto del non racconto lo propone il Collettivo Vendül, un gruppo di professionisti, persone, amici, che condividono un pensiero comune: agevolare l’esperienza entro gli ambienti naturali come dimensione privilegiata per favorire processi educativi, formativi e di apprendimento. Le esplorazioni e le esperienze del Patto sono iniziate lo scorso anno con notevole successo e riprenderanno il prossimo ottobre: per chi volesse saperne di più, avere le necessarie informazioni riservate e per consultare la mappa: info@vendul.org.

Fare cose belle e buone in montagna. A Livinallongo del Col di Lana, ad esempio

Siccome trovo doveroso impegnarmi nella critica – sempre argomentata e il più possibile costruttiva, per quanto mi riesce – di certi interventi realizzati sulle montagne che appaiono assai poco consoni al delicato contesto paesaggistico e culturale quando non invasivi e degradanti, è bene che di contro mi debba impegnare – per quel nulla che posso – a segnalare azioni, progetti e realizzazioni virtuose, lavori ben fatti, iniziative che finalmente si poggiano su visioni e paradigmi rinnovati o innovativi mirati a un diverso e miglior futuro per i territori rurali e montani in primis. Perché se è purtroppo evidente che vi siano in circolazione fin troppi amministratori pubblici locali i quali, coi loro sodali privati, combinano dei gran disastri in base a visioni del tutto superate e fallimentari della gestione del territorio e delle sue fruizioni (o, come sostiene qualcuno, semplicemente per propria mera stoltezza), per giunta sperperandoci notevoli somme di denaro pubblico, è anche vero che ce ne sono tanti altri che invece si dimostrano ben più attenti e sensibili alla cura del proprio territorio capendo l’importanza di attivare uno sviluppo diverso, per ora alternativo a quello “mainstream” ma inevitabilmente destinato a diventare quello principale anche perché necessario e vitale, come ribadisco, per il futuro delle aree rurali e montane e delle comunità che le vivono.

Fare cose per bene, belle e utili si può: a volte affinché ciò avvenga è innanzi tutto una questione di testa, di forma mentis diffusa e di consapevolezza da parte di ogni singolo individuo, non solo di buona amministrazione politica. Che d’altro canto è spesso una conseguenza positiva di quella situazione, così come la politica dannosa lo è in negativo della situazione opposta.

Uno degli esempi in tal senso che mi viene in mente è quello del comune di Livinallongo del Col di Lana, in provincia di Belluno, che non a caso ha ottenuto la “Bandiera Verde” di Legambiente nel corso dell’ultima Carovana delle Alpi, lo scorso anno, ma che pure al di là di tale titolo che qualcuno vorrà vedere e bollare come mera iniziativa “ambientalista” nel senso più ideologico del termine, presenta una ammirevole volontà di innovazione dei paradigmi di gestione politica dei territori montani attraverso una visione ecosistemica condivisa da molti soggetti locali, una rete resiliente che nella sostanza riporta direttamente al concetto di “ambiente” ovvero di dimensione partecipativa condivisa che relaziona i soggetti partecipanti nell’ottica di una visione consapevole e di un progetto “vitale” comune, in questo caso la valorizzazione autentica del meraviglioso territorio del Livinallongo funzionale al suo sviluppo economico, sociale e culturale piuttosto che al suo mero sfruttamento dettato dalle solite, deleterie monoculture turistico-commerciali che d’altro canto già sono state pesantemente imposte ai territori circostanti.

Il comune di Livinallongo del Col di Lana, localmente conosciuto con il nome ladino Fodóm, è situato nell’alta Val Cordevole, compreso tra i passi dolomitici Pordoi, Campolongo e Falzarego. È composto da diverse frazioni e borgate tra cui Pieve e Arabba, celebre località turistica estiva e invernale. Il territorio è collocato al confine tra la provincia di Belluno e quelle di Trento e Bolzano. Il Col di Lana, che domina questo territorio, è anche tristemente celebre per le pagine di sangue che qui furono scritte durante la Grande Guerra.

Un territorio che negli ultimi anni – pur resi ancora più complessi dalla difficoltosa ripresa dalla tempesta Vaia del 2018 che si è aggiunta ai problemi cronici delle aree interne quali spopolamento, crisi del mercato abitativo, e difficoltà per l’imprenditoria locale – ha saputo implementare la capacità di capacità di ascolto e coinvolgimento della popolazione dando dimostrazione che alla convinta opposizione alla realizzazione di nuovi impianti sciistici di collegamento fra il comprensorio di Arabba e quello di Cortina d’Ampezzo passando Per la “Zona Settsass” (il cosiddetto “Carosello no-car delle Dolomiti”) è possibile rispondere con la cura capillare e diffusa del territorio, la custodia e valorizzazione dell’ambiente e dei saperi locali, in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo per la riduzione delle emissioni di gas clima-alteranti.

Il Comune di Livinallongo con la ferma opposizione al progetto di carosello sciistico che ha saputo accogliere e coinvolgere associazioni e comitati locali, ha portato alla ribalta nel territorio dolomitico la crisi del modello di sviluppo turistico ponendo contestualmente al centro delle opportunità di progresso del territorio la necessità di coltivare percorsi nuovi e alternativi per il territorio montano. Tra queste azioni, la più importate è la recente adesione al programma di collaborazione interregionale e interprovinciale fra la Provincia Autonoma di Bolzano, il Comune di Selva di Val Gardena, il Comune di Corvara, la Provincia Autonoma di Trento, il Comune di Canazei, la Regione Veneto, la Provincia di Belluno e appunto il Comune di Livinallongo del Col di Lana, che vedrà la progressiva interdizione al traffico delle auto private attorno al gruppo del Sella, attraverso la realizzazione di sistemi di mobilità integrata per decongestionare il traffico sui passi e nelle valli, per favorire la mobilità dolce e un approccio ecosostenibile per il turismo nelle Dolomiti.

Un agire concreto che mira a sostenere e valorizzare l’immenso patrimonio naturale UNESCO nel cuore delle Dolomiti nel segno della sostenibilità, ponendo la resilienza della comunità al riscaldamento globale come chiave per il progresso delle aree montane, sempre più consce della crisi climatica e orientate a rafforzare il ruolo dei servizi ecosistemici in contrapposizione a monocolture economiche stagionali e non più sostenibili.

Per saperne di più sul comune di Livinallongo del Col di Lana e sulle peculiarità del suo territorio, cliccate qui. Per leggere invece il rapporto e la motivazione della “Bandiera Verde” assegnata al comune dalla Carovana delle Alpi, cliccate qui.