Martedì 16 gennaio il Vallone delle Cime Bianche è… a Milano!

[Veduta del Vallone delle Cime Bianche. Fotografia ©Annamaria Gremmo, tratta da https://www.facebook.com/varasc.]
Il Vallone delle Cime Bianche è in Val d’Ayas, è a Aosta, a Biella, Genova, Firenze, Pavia, Verona… e domani sera sarà a Milano! Perché, come ho detto altre volte e qui ribadisco, il Vallone delle Cime Bianche, l’«ultimo Vallone selvaggio» delle Alpi valdostane, è un luogo emblematico il cui valore si manifesta ovunque vi sia chi sappia a sua volta manifestare attenzione, cura, sensibilità, amore per le nostre montagne e la loro salvaguardia, in primis quando certi dissennati progetti – come quello funiviario che si vorrebbe imporre al Vallone delle Cime Bianche – le mettano a rischio di devastazione. Per questo la sua difesa e la tutela del suo paesaggio alpino peculiare rappresenta la difesa e la tutela di tutte le nostre montagne ovvero, ancor più, è un’azione per la tutela del nostro diritto di poterle frequentare intatte in tutta la loro bellezza naturale.

Dunque, appuntamento con Annamaria Gremmo, Marco Soggetto, Francesco Sisti e il Vallone delle Cime Bianche a Milano, domani sera. Se potete, non mancate: sostenete anche voi questa fondamentale difesa di quell’inestimabile e insostituibile patrimonio di bellezza e cultura rappresentato dalle nostre montagne!

Per qualsiasi informazione sulla serata, date un occhio al sito del Gruppo Sciistico Alpinistico (G.S.A.) Edelweiss, sottosezione del CAI di Milano, che la ospita.

Per contribuire concretamente alla causa in difesa delle Cime Bianche:

Le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 e ciò che comportano, lunedì sera su Rai3

[Foto di Jametlene Reskp su Unsplash.]
Lunedì prossimo 15 gennaio, alle ore 21.20 nel corso della trasmissione “Far West” su Rai Tre, andrà in onda un ampio servizio dedicati alle prossime Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 e alle numerose criticità che presentano – questo e gli altri grandi eventi sportivi gestiti dalla politica. Tra gli interventi vi sarà quello dell’amico Luigi Casanova, vicepresidente di Italia Nostra del Trentino, presidente onorario di Mountain Wilderness Italia e tra i massimi esperti del tema “Olimpiadi 2026” in forza del lavoro svolto e pubblicato nel suo libro Ombre sulla neve, del quale ho scritto qui.

Credo proprio che sarà una visione importante e assai utile a comprendere meglio la questione e le sue numerose, complesse implicazioni. Per quelli (come me) che magari non guardano la TV tradizionale, ci sarà ovviamente la possibilità di seguirla in streaming su Rai Play  o di recuperarla nel podcast del programma.

Domani sera il Vallone delle Cime Bianche è… a Verona!

[Veduta del Vallone delle Cime Bianche. Immagine tratta da https://www.facebook.com/varasc.]
Nelle numerose volte in cui mi sono occupato e ho scritto della causa a difesa del Vallone delle Cime Bianche dai devastanti progetti funiviari che vi ci si vorrebbero realizzare, ho sostenuto spesso che quella del Vallone è una delle iniziative più emblematiche tra quelle in atto sulle montagne italiane a tutela dei loro territori ancora liberi da infrastrutture turistiche impattanti. Questo per numerosi motivi: ad esempio perché il Vallone delle Cime Bianche è l’ultimo rimasto senza impianti in questa sezione delle Alpi occidentali, perché la sua bellezza e il suo valore naturalistico sono protetti da regolamenti regionali nazionali e comunitari che si vorrebbero bellamente ignorare, perché le funivie che si vorrebbero realizzare non hanno alcun senso se non quello meramente finanziario, legate a un’idea di sfruttamento consumistico delle montagne rimasta agli anni Settanta del secolo scorso e oggi totalmente obsoleta e priva di logica, perché il progetto non apporterebbe alcun vantaggio pratico alle comunità dei territori coinvolti ma anzi ne andrebbe a discapito e perché, last but not least, distruggere il Vallone delle Cime Bianche costerebbe ben più di 100 milioni di Euro di soldi pubblici, sperperati per devastare un patrimonio naturale di interesse collettivo – per questo giuridicamente tutelato, appunto – solo per accontentare le brame commerciali di un’industria sciistica sempre più alienata dalla realtà.

Dunque, è una bellissima cosa che il progetto fotografico di conservazione “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” porti la conoscenza della propria causa e il suo fondamentale messaggio, grazie ai suoi portavoce Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti, di fronte a pubblici e in contesti sempre più numerosi, variegati e lontani da quelli geograficamente affini: come avverrà domani sera presso la sede del CAI di Verona, nell’ambito della Rassegna Culturale “I martedì del CAI” – 21a serata del progetto, un numero (che aumenterà ancora, a breve) il quale dimostra bene la sua importanza. Perché, come ripeto, quella per il Vallone delle Cime Bianche” è una battaglia emblematica per ogni altro territorio montano minacciato da progetti di turistificazione impattante e per tale motivo esemplare tanto quanto ispirante. Difendere il Vallone equivale nel principio e in spirito a difendere tutte le nostre montagne e rappresenta uno stimolo fondamentale per agire in loro tutela quando la manifestazione della mancanza di buon senso, di sensibilità, di cura unite alla mera e bieca volontà di far soldi da un patrimonio inestimabile, insostituibile e di tutti, rischia di fare ai territori montani danni irreparabili che oggi e per il futuro non ci possiamo più permettere.

[Le “Cime Bianche” che danno il nome al Vallone. La massima elevazione è la cima a destra, il Bec Carré, 3004 m. Immagine tratta da https://www.facebook.com/varasc.]
Per saperne di più sulla serata di Verona cliccate qui oppure consultate il sito del CAI veronese qui.

Per contribuire concretamente alla causa in difesa delle Cime Bianche:

“L’AltraMontagna” da oggi è on line!

“L’AltraMontagna”, il nuovo giornale che approfondisce i temi ambientali e sociali delle Terre Alte, da oggi è on line oltre che su Facebook e Instagram.

Scrive Pietro Lacasella, curatore del giornale, che Mario Rigoni Stern e Tina Merlin, importanti esponenti della letteratura e del giornalismo dello scorso secolo, tutt’oggi rappresentano due fari a cui il progetto vorrebbe mirare e io concordo assolutamente, perché per fare informazione di qualità sulle montagne occorre una relazione profonda con i suoi territori, i suoi paesaggi e le comunità che li abitano. Proprio ciò che contraddistinse sempre l’opera di Merlin e Rigoni Stern.

Per leggere “L’AltraMontagna” cliccate sull’immagine qui sopra, e mi auguro di cuore che sarete in tanti e sempre di più col tempo a farlo e a seguirlo.

Grazie e buone letture!

Fare cose (quasi) belle e buone in montagna: sulle Alpi Liguri, con l’Alta Via del Sale

L’Alta Via del Sale è una spettacolare strada bianca ex-militare, interamente sterrata, che collega le Alpi Piemontesi e Francesi al Mare Ligure; si snoda tra i 1800 e i 2100 metri di quota per circa 30 km lungo lo spartiacque alpino principale presso il confine italo-francese attraversando a mezzacosta valichi alpini, tornanti e passaggi arditi.

E’ probabilmente il tracciato più famoso dei 2000 km di strade militari realizzate tra il 1700 e gli anni Trenta del secolo scorso lungo le Alpi Occidentali, tra Liguria e Piemonte. Strade di alta quota che, assieme ad una serie imponente di opere difensive, costituiva il cosiddetto Vallo Alpino Occidentale, con percorsi che per lunghi tratti superano i 2000 metri di quota, praticabili quasi esclusivamente nel periodo estivo, attraverso altipiani selvaggi e praterie alpine, costeggiando montagne impervie e sovrastando imponenti balze rocciose.

Una volta venuta meno la funzione militare, questo patrimonio storico e culturale, è rimasto a lungo abbandonato e lasciato al degrado nonché ad una fruizione turistica del tutto priva di regole, diventando una sorta di far west motoristico privo di controlli per scorribande di fuoristrada, a due o quattro ruote, anche provenienti da paesi dove tali attività mai sarebbero state consentite. Negli ultimi anni, fortunatamente, questa rete stradale di alta quota è stata in parte recuperata e destinata ad una frequentazione più controllata. Uno dei tratti più famosi è appunto quello che prende il nome di Alta Via del Sale, il quale ovviamente ricorda il preponderante transito commerciale di sale marino dalla Liguria verso il Piemonte e le altre regione nordoccidentali italiane.

Come spiega qui Francesco Pastorelli, direttore di CIPRA Italia, la delegazione italiana della Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi, «i primi tentativi di gestione controllata dell’Alta Via del Sale furono quelli attuati dal Parco del Marguareis per delimitare aree parcheggio da parte del nel tratto di sua competenza, accompagnati dalle difficoltà a far accettare ai comuni italiani e francesi la necessità di porre un freno alla frequentazione motorizzata di quel territorio, tanto affascinante quanto delicato. Col passare del tempo, tuttavia, il crescente sviluppo del cicloturismo ha fatto capire che non ci sono solo le moto da enduro ed i 4×4 e che quel percorso avrebbe potuto rivelarsi una carta vincente per il turismo della regione. Così da alcuni anni è in vigore una regolamentazione che prevede il pagamento di un pedaggio e soprattutto un numero chiuso (80 autoveicoli e 140 motoveicoli giornalieri) nonché due giornate alla settimana senza traffico motorizzato e con la strada lasciata a disposizione di escursionisti e ciclisti (questi secondi pagano un ticket di ingresso simbolico di 1 Euro, richiesto al fine di censire gli ingressi dei cicloturisti per meglio programmare la futura gestione del tracciato – n.d.L.) che hanno la possibilità di godere una straordinaria esperienza outdoor senza rumore, sollevamento di polvere e rischio di essere investiti.»

La via verso una riduzione dei rumori e dei gas di scarico lungo l’Alta Via del Sale è stata tracciata, ma senza dubbio va percorsa con sempre più decisione (da ciò viene il “quasi” del titolo di questo articolo). Non si può che concordare con Pastorelli quando afferma che «in futuro sarebbe auspicabile incrementare le giornate di chiusura ai mezzi motorizzati e far rispettare i limiti di velocità. Diminuendo le auto e le moto diminuirebbero gli incassi, indispensabili per la manutenzione della strada? Credo che le persone praticanti il cicloturismo, messe nelle condizioni di fruire luoghi di rara bellezza, sarebbero disposte a pagare un ticket di accesso, a patto di non dover condividere la strada con auto e moto ed essere costrette a mangiare la loro polvere. Anche i delicati ambienti naturali circostanti ne trarrebbero beneficio.»

Posto ciò, l’Alta Via del Sale può rappresentare un modello virtuoso di gestione di un’opera turistica in quota da meditare e imitare, vista la quantità lungo le Alpi di percorsi montani sovente fruiti dai mezzi motorizzati per mere ragioni ludico-ricreative pressoché senza controlli autentici, ma che di contro sono dotati di grandi potenzialità riguardo il turismo dolce e sostenibile: potenzialità poco o nulla sfruttate per colpa di quel traffico impattante e fastidioso oltre che decontestuale ai luoghi che ne sono soggetti. Ciò anche per incentivare i visitatori verso tali forme di turismo ben più sostenibili tanto quanto appaganti per chi ne gode, e molto più in grado di far conoscere e veicolare la bellezza dei territori e dei paesaggi frequentati nonché il loro valore culturale.

Per saperne di più sull’Alta Via del Sale, potete visitare il relativo sito web https://www.altaviadelsale.com/ita, dal quale ho tratto tutte le immagini che vedete in questo post.

N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna delle quali ho scritto qui sul blog: