Per chiudere il cerchio intorno alla “panchina gigante” di Triangia, in Valtellina, sulla quale ho disquisito più volte di recente (vedi qui e qui) per come mi appaia un esempio emblematico della deplorevole pratica (clic) di piazzare in luoghi di notevole pregio paesaggistico (montani, soprattutto) tali manufatti, così sostanzialmente rovinando e inquinando quei luoghi, guardate la bellezza di questa fotografia:
Un gruppo di ragazzi in escursione sui monti del versante retico valtellinese ignora del tutto la megacianfrusaglia suddetta e ammira il paesaggio della valle dall’unica vera “panchina” atta allo scopo presente in loco, il masso erratico di serpentinite malenca antistante l’altra gigante che, come è ben evidente nella foto, così ignorata e solitaria palesa tutta la sua decontestuale presenza ovvero il suo non c’entrar un fico secco con il paesaggio del luogo e tanto meno con la sua fruizione realmente consapevole.
Ecco. E un bel ciaone a tutte queste megapanchine! 👋
P.S.: di nuovo grazie di cuore a Michele Comi, per la sua costante e preziosa opera di sensibilizzazione culturale sui temi della montagna nonché per la consulenza geologica!
Un breviario, come saprete, è un libro che contiene un compendio o un sommario di cose legate a un certo tema, ovvero una raccolta ordinata di opere, estratti, cataloghi, inventari e altro di carattere sostanzialmente omogeneo; con accezione religiosa, è un volume liturgico composto di salmi, inni, preghiere e letture, ordinati secondo le ore del giorno. Tiziano Fratus i suoi libri li definisce silvari, con un neologismo di sua creazione che dal suddetto termine proviene e che ne coglie alcune caratteristiche ma che non sarebbe corretto pensare come mero sinonimo arboreo-letterario di quello. Alberi millenari d’Italia (Gribaudo – Idee Editoriali Feltrinelli, 2021), il suo ultimo libro, certamente può essere inteso come un “breviario” ovvero un compendio delle creature silvestri le cui caratteristiche esplicita da subito il titolo, degli alberi più vetusti, sovente dotati anche del titolo di “monumentali”, che si possono trovare sul territorio italiano, visitati da Fratus che nei vari capitoli racconta del suo incontro con tali vegliardi arborei. In tal senso il silvario, breviario silvestre, può essere letto come una vera e propria guida alla visita a questi grandi vecchi – a volte malandati, altre volte ancora floridi, comunque emozionanti come può esserlo stare accanto a una creatura che vive da mille e più anni – e a una forma di turismo ai luoghi che li ospitano che più “eco” e “green” non potrebbe essere, almeno nello spirito.
Ma risolvere così Alberi millenari d’Italia, un po’ come gli altri libri di Fratus e forse, se posso dire, anche più di essi, significherebbe ridurre grandemente il suo e loro valore. Il libro infatti appare un compendio anche per il pensiero dendrosofico dell’autore, una sorta di ulteriore e più appassionata testimonianza del suo essere Homo Radix, legato alle creature arboree non solo da una passione botanico-letteraria ma anche da una forma personale di spiritualità […]
(Potete leggere la recensione completa di Alberi millenari d’Italia cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Ringrazio di cuore Alt(r)ispazi, il sito/blog dell’Associazione Culturale Ettore Pagani – un’organizzazione indipendente e senza scopo di lucro che opera in ambito culturale a favore della maggiore conoscenza del mondo della montagna – per aver ripostato il mio articolo Piove? Evviva! pubblicato in origine qui e nel quale raccontato dell’affascinante esperienza personale vissuta con Michele Comi nell’edizione 2021 di Alt(ro) Festival, in Valmalenco, in una giornata con condizioni meteorologiche “avverse”. Ma avverse da chi e da cosa, poi?
Cliccate sull’immagine lì sopra per leggere il mio racconto, e buona alt(r)a lettura!
Nella contemporanea sociologia del turismo c’è un concetto formato da due elementi contrapposti, la customer experience e la place experience, più o meno traducibili con la “soddisfazione del cliente” e l’“esperienza del luogo” – ma devo ammettere che le definizioni anglofone sanno compendiare un significato maggiormente articolato. Siccome tale concetto è forse un po’ ostico da capire per i non addetti ai lavori, ecco qui un esempio pratico che lo spiega piuttosto bene:
[Cliccateci sopra per leggere l’articolo.]La passerella in questione è l’ennesima costruita negli ultimi tempi sulle montagne italiane – questa è sopra Sondrio, all’imbocco della Valmalenco – pensata a meri fini turistico-ricreativi (quantunque venga anche identificata come collegamento pedonale tra le località poste sui versanti opposti della valle sorvolata dalla passerella). Il progetto, al di là della sua bellezza o bruttezza, è un esempio di opera pensata e realizzata sulla base della customer experience: cioè pensando meramente all’opera in sé e alla sua autoreferenzialità a fini turisticamente attrattivi senza la pianificazione del contesto d’intorno in un’unica progettualità conforme alle caratteristiche del luogo e condivisa con gli abitanti che lì ci vivono. Risultato: i turisti si divertono, i residenti subiscono disagi prima inesistenti che con i provvedimenti messi in atto diminuiranno soltanto (leggo nell’articolo sopra linkato), non verranno eliminati, alterando dunque lo stato di fatto urbano (ancor più che urbanistico) del luogo. «Un grande successo misurato sul numero di fotografie scenografiche e di selfie scattati lungo la passerella, che ha creato qualche problema sul fronte della viabilità» dicono trionfanti gli amministratori pubblici locali: già, peccato che di selfie non vivano i locali e non ne ricavi nulla di concretamente utile la loro quotidianità. Di quale “successo” si può parlare nei riguardi di un’opera che genera disagi ai residenti del luogo in cui è stata piazzata?
La customer experience, per intenderci, è stata ad esempio la base concettuale dello sviluppo del turismo montano dal dopoguerra in poi, quello del boom economico, dei mega-resort, dello “ski-total”, legata a uno sfruttamento industriale intensivo della montagna che già da almeno due decenni a questa parte si è rivelata obsoleta, decontestualizzata sotto ogni punto di vista e sovente fallimentare – basti pensare alle tante stazioni sciistiche sorte in quell’epoca e oggi divenute luoghi abbandonati e fatiscenti.
Al contrario, un’opera del genere, di indubbia attrattività turistica e proprio perché possiede questa dote, deve ineluttabilmente generare vantaggi e nuovi agi ai locali parimenti che ai residenti, ovvero deve migliorare in modo generale il luogo nel quale viene installata. Questa è l’azione basata sulla place experience, che richiede, se non che impone, una progettualità di più vasta scala e ampio respiro, convenientemente estesa nel tempo, attraverso la quale la nuova opera (e nel caso in questione non si parla di una piccola fontana, eh, ma di un manufatto imponente e con molteplici valenze) diventa un valore aggiunto per il luogo, facendo sì che i conseguenti vantaggi a favore dei residenti divengano anche la principale dote attrattiva per i visitatori, il che peraltro farà pure dei locali i primi e più appassionati promotori dell’opera e del luogo.
Certamente il concetto di place experience richiede dunque una più approfondita e articolata riflessione da porre alla base di qualsiasi progettualità, magari più tempo, più competenze, forse più denari (ma in tal senso si tratta di un investimento virtuoso e proteso al futuro), sicuramente (lo dico senza voler accusare nessuno) richiede un poco di cultura e di sensibilità in più riguardo la relazione tra il territorio, il suo paesaggio e gli abitanti che lo vivono quotidianamente, non solo e non unicamente verso i potenziali turisti e la loro mera soddisfazione ludica. Di contro, la place experience risulta di certo antitetica a qualsiasi superficiale autoreferenzialità che invece, pare, piace sempre tanto a certi politici locali – anche qui lo scrivo senza alcun riferimento diretto – dato che la referenza diretta è invece verso il luogo e la relazione diretta con esso da parte di chiunque, abitanti e visitatori sullo stesso equilibrato e armonico piano – proporzionalmente ai rispettivi bisogni e aspettative.
Ci vuole tanto? Virtualmente no; praticamente, a giudicare dalla realtà di molte opere del genere, sì. Per di più – altra cosa che puntualmente avviene – senza che si riesca a imparare granché dagli errori commessi ovvero dai danni cagionati. Fatto sta che poi tale situazione di disagio col tempo diventa cronica, poi ordinaria, quindi si trasforma in “normalità”, causando in tal caso un degrado al luogo forse irrimediabile che tuttavia, avendo ormai perso lo sguardo e la sensibilità al riguardo, non si saprà più comprendere come tale ma che senza dubbio finirà per danneggiare pure la fama turistica dell’opera e il valore paesaggistico del luogo.
Fermo restando che, nel caso in questione, ormai la “Passerella delle Cassandre” a Sondrio c’è e tocca sperare che qualche buon vantaggio alla fine lo possa veramente apportare, al luogo, al solito la questione non è legata al fare o meno le cose ma a come si fanno. Ovvero, pragmaticamente, a una carenza (o alla necessaria presenza) di buon senso e di visione lungimirante. In effetti cose ormai ben più rare di passerelle varie e assortite o di altre amenità del genere sulle nostre montagne, già!
I redattori del sito MountCity.it, con questo articolo, osano esprimere la loro “disapprovazione” (vedi qui sopra) nei riguardi di quanto ho scritto nel mio post Piove? Evviva! nel quale ho sostenuto con la consueta passione la necessità di non farsi più condizionare dalle condizioni meteo quando si è in Natura dacché, se un acquazzone dovesse sorprenderci, alla peggio ci bagneremmo ma alla meglio ci godremmo una messe di percezioni che la pur gradita meteo favorevole nel caso ci farebbe sfuggire – ciò che in pratica ho raccontato dell’avventura montana narrata in quel mio post, vissuta con il mai abbastanza lodabile Michele Comi. «Non se la prenda dunque se una volta tanto da questo sito si leva un certo dissenso» dice (scrive) a me MountCity, riportando esempi di grandi personaggi delle avventure in Natura come ad esempio Beppe Tenti, il leggendario “camminatore con l’ombrello” (poi inventore di “Overland”), o un Riccardo Cassin particolarmente attento ad evitare le condizioni meteorologiche più avverse.
Be’, rivolto ai redattori di MountCity, dico: avercene di dissenzienti come loro!Non posso che essere onorato dell’attenzione che così spesso riservano alle cose che scrivo, e parimenti ben contento che, se debbano dissentirne, possano aggiungere interessanti e argute osservazioni sui temi disquisiti – come è loro abitudine – che per il sottoscritto in primis e poi per chi legge i nostri articoli ne ampliano, sviluppano e completano i contenuti. La citazione di quella vecchia canzone di Renato Rascel, «È arrivato il temporale, chi sta bene e chi sta male, e chi sta come gli par» proposta loro articolo è in effetti quanto mai sublime nell’evidenziare ciò che veramente conta, al riguardo, così come può venire ben utile, sotto forma di consiglio indiretto, il ricordo del citato Beppe Tenti che «si vantava di usare l’ombrello anche per prendere a legnate bovini e yak che ostruivano i sentieri impedendo alla comitiva di passare», durante le sue avventure himalayane.
Insomma: che piova o che faccia bello, ognuno sia libero di infradiciarsi oppure di ripararsi al caldo nel rifugio più vicino! L’importante, come in ogni cosa umana, è che non venga mai meno il buon senso e la consapevolezza delle proprie azioni e del contesto in cui si svolgono. Allora sì, delle previsioni meteo ce ne possiamo tranquillamente fare un baffo. Anche perché con la (non) accuratezza che offrono…