Sempre di più si insiste nel vedere la montagna come un contesto assai pericoloso, pieno di situazioni potenzialmente dannose. Parallelamente si persevera con una comunicazione dissennata infarcita di “adrenalina” e “mozzafiato”. Un corto circuito che non aiuta a far comprendere che frequentare la montagna significa accogliere l’elemento di rischio presente, accanto di tanti altri aspetti decisamente positivi, utili alla crescita di ciascuno.
C’è un disperato bisogno di conoscere il rischio, non di eliminarlo! Ogni metro della montagna presenta situazioni di opportunità e di rischio, ed è solo il nostro accostamento alla realtà che indirizza l’attitudine a decifrarla come buona o cattiva, salutare o nociva.
Attraversare il rischio significa sviluppare atteggiamenti, abilità, conoscenza e relazione con gli spazi attraversati. Pretendere di eliminarlo, significa ridurre la montagna ad un asettico luna park, da visitare passivi e “sicuri” […]
È sempre interessante e illuminante leggere Michele Comi – qui in alcuni passaggi tratti da La montagna schiacciata tra sicurezza e adrenalina, articolo pubblicato su “Montagna.tv” il 14 gennaio 2025 – nella sua costante e appassionata (nonché quanto mai necessaria) opera di riconnessione con l’ambiente montano nella quale, da guida alpina e educatore/divulgatore sui temi legati alla frequentazione consapevole delle montagne, si spende da tempo. Un impegno riconosciuto dal conferimento del Premio Marcello Meroni per la cultura nel 2023, per come (si legge nella motivazione della giuria) «Il suo “essere/fare la guida” diventa per chi lo affianca un processo di riattivazione di un’intimità fisica con le montagne atto a risvegliare il personale istinto selvatico dimenticato, l’unico capace di far cogliere più informazioni e di far comprendere in profondità un territorio così speciale e unico come quello montano».
Seppur, mi viene da pensare (e da sperare, anche), il più importante riconoscimento alla sua opera è proprio da ricercare nel comportamento e nella consapevolezza di chiunque, seguendo i suoi consigli, frequenta e frequenterà le montagne «riacquistando una visione più equilibrata, eliminare l’ansia di controllo di ogni spazio naturale e scartare le baggianate da superuomini in grado di fare tutto a patto d’essere doverosamente attrezzati», come scrive Michele. In fondo questo è il modo con il quale rendere l’esperienza in quota la più bella, piena e appagante possibile, ma anche quello che fa delle montagne un luogo altrettanto bello e più affascinante di altri. Perché, appunto, le montagne non sono dei luna park, che alla fine sono tutti uguali e dopo un po’ inevitabilmente stancano.
[Le piste dell’Aprica, in Valtellina, a fine dicembre 2023.]Premessa: la stagione sciistica 2023/2024 è orami finita o volge al termine in tutti i comprensori alpini e appenninici, dunque sui vari media si leggono spesso gli articoli nei quali i loro gestori tracciano i bilanci stagionali, ovviamente e invariabilmente positivi quando non entusiastici. Anche perché i suddetti gestori, tanto comprensibilmente quanto poco obiettivamente, al riguardo omettono certe evidenze pur palesi: ad esempio che anche nell’ultima stagione invernale la neve è arrivata a febbraio inoltrato e fino a quel momento solo l’innevamento artificiale ha consentito l’apertura parziale dei comprensori, con chissà quali costi finanziari per le società di gestione degli impianti. Silenzio anche sui report climatici i quali hanno attestato che sulle montagne italiane tutti i passati mesi invernali hanno battuto i rispettivi record di temperatura, certificando lo scorso inverno come il più caldo dal 1800, cioè da quanto si rilevano i dati climatici. Insomma: un entusiasmo legittimo ma poco credibile, quello degli impiantisti.
Fine premessa, e andiamo al punto di questo mio post.
Posta la notizia di qualche settimana fa che vedete qui sopra (cliccate sull’immagine per leggere l’articolo), e al netto dei numerosi e ineludibili aspetti ambientali, economici, ecologici, culturali, etici di tali iniziative atte a mantenere in vita l’industria dello sci nonostante la realtà climatica in divenire, molto semplicemente chiedo: ok, si può/potrà produrre neve artificiale (in realtà neve tecnica, ma ormai tutti la conosciamo con la prima definizione) anche se farà più caldo. Tuttavia, una volta sul terreno quella neve sparata, se le temperature dell’aria saranno troppo alte e magari fino a certe quote ci pioverà sopra, come si potrà sciare in un’accezione ancora decente del termine? E come si potrà basare su tali circostanze oggettive – già oggi manifeste e nel prossimo futuro sempre più presenti – la qualità dell’offerta e i prezzi al pubblico del conseguente turismo sciistico? Si tenga presente che la neve artificiale è più “dura” rispetto a quella naturale e presenta cristalli di forma diversa: tende a sciogliersi meno rapidamente rispetto a quella naturale ma offre un fondo sciabile più ostico e pesante, in caso di temperature alte, essendoci più acqua nei suoi cristalli e presentando una maggiore permeabilità all’aria. Già da tempo in effetti se ne denuncia la maggior pericolosità per gli sciatori meno esperti; parlare di «piste perfette» in presenza di neve sparata, come riporta l’articolo linkato, è dunque una contraddizione in termini.
Inoltre: le stazioni sciistiche spareranno neve a spron battuto spendendo cifre esorbitanti che peseranno sempre di più sui loro bilanci per poi offrire piste innevate in condizioni decenti solo per qualche giorno? Forse infileranno delle serpentine sotto le piste da sci per raffreddarne la superficie e conservare il manto nevoso artificiale? Doteranno gli sciatori di visori 3D, incluso nel costo degli skipass giornalieri (tanto già in forte e costante aumento, qualche altra decina di Euro in più che sarà mai) per far vedere loro la neve anche sulle piste tornate a essere distese erbose?
Lo posso anche capire, nell’ottica dei gestori degli impianti messi spalle al muro dalla realtà corrente, il ricorso alla tecnologia più avanzata per cercare di limitare le conseguenze del cambiamento climatico e proseguire l’attività: ma, tanto a livello ambientale quanto – ribadisco – della qualità dell’offerta turistica, il gioco vale la candela?
[Foto di Hans da Pixabay.]Forse sì, per alcuni comprensori grandi e dotati di caratteristiche geomorfologiche particolari lo vale – a quali costi futuri per chi vuole “giocare” non oso immaginarlo, e lo scrivo pensando anche alla sopravvivenza di quegli ski resort più grandi e strutturati. O forse, viceversa, quella candela presto diventerà un cerino il quale, ormai spento, resterà in mano ai gestori di innumerevoli comprensori sciistici e, cosa ben più drammatica, alle comunità dei territori che li ospitano. D’altro canto, se non c’è alcuna volontà di elaborare una transizione verso altre forme di frequentazione turistica post-sciistica che possano salvaguardare quanto possibile le attività e chi ci lavora mantenendo al contempo un’offerta turistica apprezzabile e completamente sostenibile a vantaggio dei luoghi e della loro economia (e d’altro canto questa transizione appare viepiù obbligatoria per tutte le località tanto, poco o non più sciistiche), quel cerino è come se fosse già spento anche se si crede di vederlo ancora acceso.
Un soffio d’inverno sta attraversando la catena alpina. E menomale verrebbe da dire!
Eppure c’è già chi ha incominciato ad affermare – aggrappandosi a singoli eventi meteorologici – che questi episodi sono la dimostrazione che il clima non sta cambiando. Niente di più scorretto.
È giusto godere della neve di questi giorni. Allo stesso tempo, è anche necessario imparare a leggere i singoli episodi come parte di un quadro climatico più ampio. Solo così, forse, sarà possibile sviluppare politiche e comportamenti più attenti alle caratteristiche ambientali del presente.
La (o il) meteo non è il clima, già. «Repetita iuvant» tocca esclamare!
O forse riguardo certe persone incapaci di guardare oltre la punta del proprio naso è meglio dire «non ti curar di loro ma guarda e passa»?
Che poi in tal caso la lingua veneta offre una versione ancora più chiara: «Inutie spiegare le robe ai mussi, te perdi tempo e te infastidissi la bestia». I mussi sono gli asini, ma non quelli con quattro zampe.
In ogni caso evviva la neve abbondante, che non fa felici solo gli sciatori!
[Uno scorcio di Foroglio in Val Bavona, Canton Ticino. Immagine tratta da www4.ti.ch.]
Tre operai sono seduti attorno al fuoco, mangiano pane e cacio e mi guardano tranquillamente. Dicono, e ridono, che sono arrivati prima loro di noi, che pure siamo di qui. Uno, siciliano, dice che poi faranno enormi ripari contro le valanghe e larghe strade, cambieremo faccia a questa valle.
«Come facevate a viverci, sì dico prima?»
Non è mica facile rispondere, potrei dirgli solo: che non potrei più viverci ora. E i contadini? I contadini è più facile, basta fargli vedere una cappellata di soldi, dopo fanno festa anche ai cagnoni e agli onorevoli che vengon su a mangiarci terra e acqua. Giura: non scrivere mai patetiche elegie sul tuo paese che sarà deturpato. Giura: o un feroce silenzio (male) o la razionale opposizione politica: scegli, ma non l’elegia della memoria, che finisce col fare i comodi di chi comanda male, cioè mangia addosso al paese e fa in modo che il paese imputtanisca.
[Foto di Marc Sendra Martorell su Unsplash.]Qualche giorno fa un amico mi ha sollecitato una riflessione sul tema della libertà in montagna, il quale, ve ne sarete resi conto, è tornato sulle prime pagine degli organi di informazione e nei servizi dei media radio-tv dopo la tragedia della Marmolada – e chissà perché (!) torna sempre in auge dopo siffatti episodi tragici, mai in altri contesti nei quali la discussione sul merito risulterebbe senza dubbio meno condizionata e istintiva e più meditata.
Comunque, la sollecitazione dell’amico – posto che nel suo caso era mirata innanzi tutto alle aree sottoposte a tutele particolari – è di quelle che possono generare riflessioni e considerazioni della durata di giorni. Per farla breve, in senso generale ovvero al di là di casi specifici, è inutile rimarcare che il tema della libertà in montagna è (sarebbe) di base legato alla percezione soggettiva e anche per questo risulta sicuramente delicato, ma io credo più in forza dell’immaginario collettivo diffuso e per la stortura che esso subisce in forza della generale mancanza di cultura e di sensibilità “consapevole” al riguardo. A tale proposito, dal mio punto di vista il problema nemmeno si pone o si porrebbe, perché la libertà è una dote che ha senso e valore solo con la paritetica presenza di consapevolezza e responsabilità – siamo veramente liberi quando ci rendiamo conto di esserlo e di cosa significhi sia in quanto a diritti che a doveri: la libertà inconsapevole è solo una convinzione presunta, non una condizione presente.
In tema di montagna, continuiamo a presentarla come un luogo da fruire esclusivamente in modo ludico, una mera periferia ricreativa, dunque divertente, della città nella quale potersi analogamente comportare da “cittadini”, salvo poi definirla “assassina” con vario corredo di toni e paroloni apocalittici appena qualcuno ci lascia le penne. Come fosse una sorta di confortevole e dilettevole parco giochi cittadino le cui giostre improvvisamente e inauditamente diventano mostri antropofagi che uccidono malcapitati innocenti. Che senso ha? E, posto ciò, che senso può avere l’imporre dei divieti istituzionali quale “soluzione” per la mancanza della suddetta cultura e della conoscenza di ciò che è realmente (e da sempre) la montagna? Con quello che accade di tragico lungo tutto l’anno (oltre 450 morti nel 2020, anno più recente del quale trovo le statistiche del CNSAS) allora la montagna andrebbe vietata sempre! Ci sarebbero più morti, senza i divieti? Forse sì ma per mancanza di cultura e responsabilità, non per assenza di ordinanze amministrative! Le quali, è bene non dimenticarlo, risultano sempre costituzionalmente discutibili per come limitino la libertà delle persone nel contesto naturale in base a situazioni forzatamente considerate “d’emergenza” quando invece sono parte della realtà ordinaria delle montagne – da qualche decina di milioni di anni, eh non da ieri!
Limitarne l’accesso ai monti non è un salvaguardare le persone, è uno scaricarsi di dosso le responsabilità, è un voltare le spalle al dovere (anche politico) di sviluppare una fruizione consapevole dei territori montani, è una dimostrazione di non conoscenza dell’ambiente di montagna e al contempo è una sorta di ottusa negazione della sua naturale pericolosità. Come se quando il pericolo diventa palese e innegabile lo si voglia nascondere per proteggere l’idea della montagna-parco giochi accogliente, divertente e rilassante – cioè facilmente vendibile. Ce la immaginiamo una brochure promozionale con su scritto «Salite tutti in vetta, è bellissimo, è super-wow, ma attenti che se crolla un seracco o cede il sentiero ci lasciate le penne!»? Veramente si vuole arrivare a quella scellerata nonché stupida idea delle bandiere verdi o rosse come al mare, proferita dal Presidente della Provincia Autonoma di Trento poco dopo la tragedia della Marmolada? Peraltro una forma mentis, questa, perfettamente funzionale alla sempre maggiore infrastrutturazione della montagna, al fine di addomesticarla come non mai agli agi turistici e vincerne tutte le sue pericolosità, appunto, traendone il maggior profitto possibile a totale discapito del suo valore e della sua identità culturali.
Una volta – intendo qualche anno fa, mica secoli – chiunque salisse sui monti, che avesse frequentato corsi specifici o per raziocinio popolare diffuso, sapeva bene che lo faceva a suo rischio e pericolo e a prescindere dalla possibilità di essere soccorsi. Oggi la propaganda turistica vende (appunto) l’idea che in montagna ci si possa salire liberamente come se non esistessero rischi e pericoli, poi, quando questi si manifestano, ecco che interviene la propaganda politica – la stessa che patrocina la prima – e vieta tutto come se si avesse a che fare con l’inferno in Terra. Passiamo dal «no limits!» al «all limits!» senza un briciolo di riflessione e di considerazione culturale al riguardo, nonostante nel mezzo di quei due “limits” ci sta tutta la montagna con ogni cosa che le dà forma e sostanza.
Ribadisco: che senso ha?
Detto ciò, come ho già rimarcato, il tema potrebbe essere disquisito per giorni interi, con infiniti rimandi a questioni correlate. Il presente è solo un piccolo e fin troppo conciso contributo personale, senza alcuna pretesa di indiscutibilità – anzi! -, che mi auguro possa agevolare anche in altri la riflessione sul tema, tanto grande da sembrare indefinibile eppure oltre modo importante, che sia correlato alla montagna o qualsiasi altri ambito vitale.