A Dossena (Val Brembana) c’è un “Becco” che non valorizza ma ferisce il paesaggio

Il sito web della rivista “Orobie” dà la notizia dell’imminente inaugurazione del “Becco” di Dossena, in valle Brembana (provincia di Bergamo), ennesima attrazione turistica a forma di passerella panoramica a sbalzo sul vuoto di una falesia della zona, che vorrebbe “valorizzare” il territorio e il suo paesaggio.

Be’, cliccate sull’immagine qui sopra e date un occhio ai commenti degli utenti al post di “Orobie”: è un coro di disapprovazioni e biasimi compatto e inequivocabile. Inesorabilmente, mi viene da dire, anche perché già registrato in molti altri casi simili.

Peccato, perché Dossena ha da anni avviato un progetto di rilancio turistico del proprio territorio che presenta numerosi aspetti sicuramente virtuosi; nonostante ciò, anche lassù si è caduti nella proposizione di opere da luna park montano (c’è anche un mega-ponte tibetano, l’ennesimo anche in questo caso), la cui presenza deturpa e banalizza il territorio risultando sostanzialmente inutile alla conoscenza del luogo, alla comprensione autentica del suo paesaggio e al godimento fruttuoso delle sue peculiarità – e ne possiede tante di notevoli, Dossena. Esattamente ciò che gli utenti su Facebook stanno rimarcando, in questo medo dimostrando pure come il sentimento comune rispetto a queste infrastrutturazioni turistiche sia sempre più critico e lontano, nonostante certi amministratori locali le considerino ancora come “novità allettanti” e vi ci spendano intorno un sacco di soldi pubblici.

[Un’altra vista del “Becco” di Dossena, tratta da primabergamo.it.]
Il rischio è evidente: opere come quelle di cui sto scrivendo che, ormai è scientificamente assodato, finiscono per attrarre un flusso turistico che non apporta benefici al territorio – in senso culturale, cosa che sarebbe fondamentale per una reale valorizzazione del luogo, ma nemmeno economico e  sociale, ancorché da quello ambientale – cagionano una inesorabile perdita di qualità all’intero rilancio turistico della zona e agli effetti concreti da esso ottenibili, quelli di medio-lungo termine ovvero i più importanti per il luogo e la sua comunità, di contro banalizzandone – ribadisco – l’identità culturale e generando percezioni da non luogo montano: d’altro canto quante passerelle panoramiche e quanti ponti tibetani, manufatti sostanzialmente uguali l’uno all’altro (parimenti a tutte le altre tipologie del genere) ormai esistono un po’ ovunque? E come si può pensare, dunque, che opere del genere “valorizzino” i luoghi se in concreto offrono fruizioni turistiche similari a numerose altre?

Per carità, posso capire che a Dossena vogliano dare un colpo al cerchio e uno alla botte, offrendo ai visitatori esperienze “alte” e esperienze “basse”, tra qualità delle proposte e quantità dei numeri nella speranza di ricavare dai secondi i benefici delle prime: ma è un processo difficile e, ribadisco, il rischio concreto è che si annacqui tutto quanto e le tante valenze realmente interessanti e potenzialmente fruttuose del luogo vengano messe in ombra dalle attrazioni più banali e “selfiezzabili” o “instagrammabili”, senza che da queste le prime possano ricavarne qualche vantaggio e senza che ne scaturisca una vera conoscenza del territorio, dunque un conseguente apprezzamento consapevole, quindi una fidelizzazione dei visitatori che potrebbe assicurare al luogo benefici diffusi e di lunga durata.

Questo il mio pensiero al riguardo, che non vuole essere una mera critica tout court ma uno stimolo alla consapevolezza piena delle iniziative messe in atto e del loro portato concreto: potevano essere molto meglio spesi, i soldi dei bandi a disposizione, mirando a flussi turistici meno ingenti ma più consoni e relazionati al luogo e alle sue peculiarità, con vantaggi ben più prolungati nel tempo.

Chissà, magari si ravvedranno presto, lassù in Val Brembana, e capiranno che un territorio così pregiato e ricco di caratteristiche speciali non abbisogna di specchietti per allodole turistiche tanto impattanti quanto invisi a sempre più persone. Chissà, già.

Una frase “scivolosa” (e una impegnativa)

Leggo (vedi qui sopra) del conferimento al consigliere regionale lombardo – lecchese e dunque delle mie parti – Giacomo Zamperini della carica di Presidente della Commissione Speciale “Valorizzazione e tutela dei territori montani e di confine – Rapporti tra la Lombardia e la Confederazione Svizzera”. Incarico importante e impegnativo, come segnala il nome stesso della commissione presieduta, che impone responsabilità non da poco, tanto politiche quanto culturali.

Ciò è rimarcato dal passo falso con il quale il Presidente appena eletto è partito per questa nuova avventura politica: Zamperini dichiara che «All’atto del mio insediamento, ho voluto ricordare il grande temperamento e l’autenticità della gente di montagna, la quale affonda convintamente le radici nella propria terra e nella propria comunità, radici antiche e così profonde da superare le difficoltà e gli inverni più gelidi. Così, ho voluto ricordare l’alpinista ed esploratore Walter Bonatti il quale, parlando delle nostre montagne, diceva: “Chi più alto sale, più lontano vede; chi più lontano vede, più a lungo sogna”. Questa sua citazione ci farà da guida per il nostro lavoro nei prossimi cinque anni».

Eh, peccato che, come i più fervidi appassionati di montagna sapranno, quella citazione non sia di Walter Bonatti ma di Felice Bonaiti, uno dei fondatori della Giuseppe e Fratelli Bonaiti di Calolziocorte che nel 1977 è diventata la Kong Spa, tra i leader mondiali nella produzione di materiali per l’alpinismo e autentica eccellenza industriale lecchese (con la quale peraltro ho avuto la fortuna e l’onore di collaborare). Fu proprio Felice a mettere in pratica le intuizioni del grande Riccardo Cassin che portarono all’ideazione del moderno moschettone da alpinismo, quella a forma di “D” che ha reso celebre l’azienda oggi con sede a Monte Marenzo (ma nata nell’Ottocento a Lecco). La frase venne poi diffusa dal figlio Marco Bonaiti, attuale presidente della Kong, su un catalogo di molti anni fa (nell’immagine in fondo al post vedete una sua riproduzione, tratta da libro sulla storia della Kong); come sia poi stata attribuita a Bonatti è un mistero, o forse è soltanto il frutto di una banale confusione tra i due cognomi simili, Bonaiti e Bonatti, nel contesto alpinistico/montano. La superficialità del “sentito dire” (e di recente i soliti social) ha(nno) fatto poi il resto, facendo credere a chi di montagna non ne mastichi granché che effettivamente fosse Bonatti l’autore di quelle belle parole.

[Estratti dal libro sulla storia della Kong, pubblicato nel 2019.]
Dunque non se ne dolga, il Presidente Zamperini, per questo appunto da me (e forse anche da altri, chissà) segnalato, che gli sembrerà pedantesco ma vuole essere innanzi tutto costruttivo, dacché è bene mantenere sempre alto il livello culturale di base nelle questioni legate alla montagna, che è appunto uno dei nostri paesaggi culturali per eccellenza ovvero quello dove il legame tra territorio e genti che lo abitano è più emblematico: in fondo da qui nascono le suddette grandi responsabilità che l’incarico politico in questione porta in sé. Fin dal nome della commissione in questione, ribadisco, ove si accostano i termini «valorizzazione» e «tutela» che non di rado, le cronache lo testimoniano, sui monti vanno in collisione: perché se generalmente la tutela della montagna comporta anche la sua valorizzazione, non sempre questa seconda ha implicato, ovvero ha previsto, la prima. Siamo sempre nell’ambito del rapporto conflittuale, ma “filosoficamente” paradossale, tra economia e ecologia, due ambiti che nascono come «fratelli» (hanno la stessa radice etimologica) ma col tempo sono spesso diventati «coltelli» e in montagna, per le caratteristiche peculiari del territorio e della presenza umana in esso, tale correlazione tra i due diventa o ancora più perniciosa oppure può essere finalmente virtuosa e benefica per chiunque, uomini e monti.

Non posso dunque che fare i migliori auguri di buon lavoro al Presidente Zamperini, nell’ottica generale di quanto ho appena affermato e parimenti rammentandogli di fare attenzione al possibile ghiaccio lungo i sentieri montani, sul quale a volte è facile scivolare malamente. Qualche buon moschettone da tenersi nello zaino, in tal caso, sarà sempre utile!