La neve che cade e gli “hikikomori dello sci”

[Una webcam sulle piste di Madesimo, ieri mattina.]

Sui monti in questi giorni sta nevicando ed è una cosa bellissima e rinfrancante. Lo è quanto divertente è leggere, per me, quelli – ne ho già intercettati un paio, usualmente sostenitori dello sci su pista – che già son lì a dire «Ah, sta nevicando, dove sono quelli che dicono che per i cambiamenti climatici non nevicherà più?»

Ecco, trovo che siano divertenti in questa loro alienazione da hikikomori dello sci, perché sono convinti che quelli come me particolarmente critici riguardo la gestione economica, ambientale e culturale dell’industria dello sci contemporanea passino le loro giornate a formulare malefici per non far nevicare sui monti e così mandare in fallimento i comprensori sciistici. Invece, forse in forza di quello stato alienato che – mi permetto di ritenere – sembrano manifestare, come se veramente fossero rinchiusi nella loro piccola stanzetta con le serrande chiuse nella quale il tempo è fermo a lustri fa e della realtà delle cose odierna non entra pressoché nulla, i tizi non si rendono conto che sono proprio quelli come me a felicitarsi per primi quando nevica e ancor più se nevica abbondantemente: perché quando ciò accade è autentica manna dal cielo – letteralmente ancorché in forma di acqua gelata – per tutti noi, non solo per impiantisti e sciatori, perché è nutrimento per l’ambiente naturale e riserva idrica che ci assicuriamo per la stagione calda, perché è coperta protettiva per i ghiacciai già fin troppo sofferenti, perché la neve è un elemento di regolazione termica indispensabile per la biosfera montana, perché se nevica sulle piste da sci gli impiantisti non devono sparare la deprecabile neve artificiale che depaupera le riserve idriche e manda in rosso i loro bilanci, con la conseguente cascata di soldi pubblici necessaria per tappare i buchi e continuare con la tragicommedia dei morti che camminano, spargendo un pari afflato mortale all’intero territorio montano d’intorno e alle comunità che lo abitano.

Dunque ben vengano tante belle nevicate, sulle piste e ovunque sui monti! E voi che ponete domande come quella indicata in principio, sciate quanto vi pare e piace, finché è possibile e senza la farsa della neve finta. Poi, magari, se lo sforzo intellettuale non vi pare maggiore di quello necessario per prendere una seggiovia, provate a uscire dalla vostra stanzetta buia e a guardarvi intorno, a osservare veramente le montagne, a comprendere la loro realtà, la loro cultura, la dimensione sociale, il loro presente e il futuro. E a ragionarci sopra un po’, obliterando non più lo skipass ai tornelli della seggiovia ma per una volta la mente alle montagne, così da coglierne l’anima più autentica: è con questa che chiunque le frequenti deve relazionarsi, non con altro. Se non c’è una relazione del genere, non ci sono nemmeno le montagne ma c’è solo uno spazio vuoto dove tutto vale cioè dove nulla ha più senso, nel quale se nevica tanto, poco o nulla non conta granché. Già.

Chiudo in bellezza con una citazione che “casca a fagiolo” in ogni senso, avendola intercettata proprio oggi sulla pagina Facebook di Michele Comi, e riguardante il libro di Wilson Bentley Snow Crystals, edito nel 1931:

Vide nei fiocchi di neve quel che altri uomini non seppero vedere, non perché non potessero farlo, ma perché non ebbero la pazienza e l’intelligenza per cercare.

Delitti montani

Delitto”. Da delìnquere, derivante dal latino delinquĕre che significa «venir meno (al dovere)», a sua volta forma composta di de- e linquĕre «tralasciare».

Così si legge sul Vocabolario Treccani alla relativa voce. Ecco, di fronte a certe azioni, ai progetti che vi stanno alla base e a quelli che si vorrebbero forzatamente imporre ai territori di montagna e che ad essi appaiono palesemente avulsi, fuori contesto, rozzi, impattanti, degradanti, io dico che bisognerebbe cominciare a definirli per ciò che realmente sono: delitti, contro la montagna, la sua cultura, il suo buon futuro e contro le comunità che le abitano, soggiogate a tali politiche così deviate e convinte ipocritamente che siano attuate per il loro bene, il che ne accresce la natura bieca.

In effetti avrei potuto utilizzare un termine ancora più forte come “crimine”, ma voglio coltivare – forse con eccessiva ingenuità – una pur flebile speranza che i promotori di quegli interventi vogliano arretrare rispetto ai passi finora compiuti e non andare invece ancora oltre, comprendendo finalmente la portata e l’impatto delle loro azioni e delle decisioni antecedenti non solo nella realtà presente ma soprattutto in quella futura e sotto ogni punto di vista.

Dunque, quello immortalato da Michele Comi nelle immagini presenti in questo post (è la nuova “ciclovia” realizzata in Val Poschiavina, laterale della Valmalenco famosa per la sua bellezza alpestre un tempo meravigliosamente intatta e ora vergognosamente sfregiata dalle ruspe) per me è un delitto, punto. E lo sono gli innumerevoli altri interventi basati sulla stessa deviata e pericolosa forma mentis: delitti, cioè – si veda la definizione lì sopra – atti che vengono meno al dovere di salvaguardare e di sviluppare virtuosamente la montagna in quanto patrimonio di tutti, azioni che tralasciano qualsiasi cura e consapevolezza verso i territori montani e le loro realtà naturali e antropiche. Delitti, non altro.

Delitti, ribadisco.

DELITTI. Ok?

Ecco, posto quanto sopra, è sempre più fondamentale che la montagna torni ad essere considerata tale: quale ambito culturale, economico, sociale, antropologico, patrimonio prezioso di tutti e poi, in base a ciò, gestita politicamente in modo consono alla sua realtà, ai suoi bisogni, a ciò che realmente si può definire “sviluppo” nel senso più ampio e compiuto del termine. Si smetta dunque una volta per tutte di considerarla un oggetto di consumo da patrimonializzare e vendere ovvero un banale divertimentificio ad uso di un turismo volgarizzante, e trasformata in un luna park le cui giostre risultano inquinanti non solo ecologicamente ma pure, e soprattutto, culturalmente. Altrimenti una sorte assai triste per le montagne e per chiunque le frequenta, da semplice visitatore o da residente stanziale, sarà inevitabile.

Usiamo i giusti termini, quindi, per definire certi “progetti”, fino a che le giuste azioni – consone, contestuali, equilibrate, meditate, sensate, virtuose, proficue, belle e ben fatte – a favore delle montagne non verranno finalmente attuate.

P.S.: qui potete leggere un articolo che “La Provincia di Sondrio” ha dedicato alle osservazioni di Michele Comi in merito ai nuovi progetti turistici presentati per la Valmalenco.

Realizzare centrali fotovoltaiche in alta montagna: giusto o sbagliato?

In Svizzera stanno creando un certo dibattito le ipotesi di installare delle centrali fotovoltaiche in alta montagna, in particolare riguardo l’installazione di parchi solari anche su pascoli finora intonsi. I progetti in esame al momento sono due, entrambi nel canton Vallese, nel sud della Svizzera: uno sopra la frazione di Gondo, poco lontano da passo Sempione, l’altro, più grande, a Grengiols, nel nord. Secondo alcune ricerche, l’installazione di pannelli solari sulle cime delle Alpi svizzere potrebbe generare almeno 16 terawattora (TWh) di elettricità all’anno, pari a circa metà dell’energia solare che le autorità locali sperano di produrre annualmente entro il 2050. I soggetti che sostengono i progetti stimano che queste centrali sarebbero in grado di produrre il doppio dell’elettricità per metro quadro rispetto a un impianto delle stesse dimensioni in pianura. Di contro, vari gruppi ambientalisti hanno contestato la realizzazione degli impianti in programma, soprattutto ove sfruttino aree naturali in quota al momento non infrastrutturate: Maren Kern, direttrice di Mountain Wilderness Svizzera, ha dichiarato che «Riconosciamo il potenziale dell’energia solare, ma riteniamo che si debba sfruttare appieno quello degli edifici e delle infrastrutture già esistenti. Non vediamo la necessità di violare questi siti ancora vergini prima di aver attinto al potenziale di ciò che già c’è»; a tali parole fanno eco quelle della Franz Weber Foundation (associazione fondata dall’omonimo celebre ecologista svizzero nel 1975 per promuovere la protezione degli animali, della natura e del patrimonio), che ha definito il supporto della Confederazione ai parchi fotovoltaici alpini «irresponsabile», aggiungendo che la proposta dovrebbe essere oggetto di referendum.

Trovate un ottimo articolo di approfondimento sulla questione su “Swissinfo.ch” qui, dal quale ho tratto alcune delle informazioni che avete appena letto.

Dunque, che ne pensate voi al riguardo?

Personalmente, lo sfruttamento in tal senso di aree naturali a 2000 m e più di quota, a fronte dei vantaggi energetici a quanto pare effettivi tanto quanto dell’ancor scarso utilizzo di superfici potenzialmente utili come quelle dei tetti degli edifici esistenti, mi lascia alquanto perplesso, non fosse altro per il fatto che tali opere generano un paradosso evidente: una fonte di produzione energetica rinnovabile e ecosostenibile come quella solare diventa un elemento di deperimento e, forse, di “non rinnovabilità biologica” di uno spazio naturalmente ecologico come il pascolo alpino. Ciò senza contare l’impatto sul paesaggio, magari non così devastante ma comunque importante e inoltre privo di reciprocità come ad esempio accade per gli sbarramenti idroelettrici, a loro volta alquanto impattanti ma che in contropartita creano un elemento geografico vitale e di molteplice utilità come un lago. In generale, insomma, il timore è che il gioco non valga la candela, e che le variabili rischiose da considerare siano troppe e troppo sfuggenti da poter essere determinate preventivamente con certezza, anche se la produzione di energia solare in alta montagna è certamente una possibilità da esaminare ma seguendo altre strade – come l’installazione di pannelli fotovoltaici proprio sulle dighe, che già sta avvenendo in alcuni impianti: in Albigna, ad esempio.

Insomma, fatemi sapere il vostro pensiero, dato che, se effettivamente gli impianti previsti in Svizzera saranno realizzati, è pressoché certo che anche al di qua delle Alpi, cioè sul loro versante più solatio ergo più consono a tali progetti, qualcuno nei prossimi anni li proporrà. Meglio rifletterci sopra prima, no?

N.B.: le immagini (di rendering, per la cronaca) qui presenti sono tratte dal sito gondosolar.ch, che presenta uno dei progetti in questione.

Vivere nella verticalità dello spazio

[Prato Leventina, nell’omonima valle ticinese. Foto di Alazar Ferrazzini da Unsplash.]

«Sempre più mi attrae, poi, l’immagine di un’esistenza e di un’attività che si prolungano nella verticalità dello spazio (propria, beninteso, di parecchi vichi maggiori delle valli ticinesi), un’economia che si sposta secondo la stagione dal villaggio al maggengo e da qui all’alpe, fino ai pascoli estremi, oltre i duemila, ormai quasi ubbidendo a millenarie leggi inviolabili.
«Non fa meraviglia che le fondamenta d’una tale struttura lentamente sistemata non abbiano subito gravi scosse per secoli. Era naturale – per limitarmi a un dato centrale – che in questa conca quasi di collina capre e pecore cedessero nettamente alle vacche, fortificando via più, diciamo così, il mito della razza bruna svittese. Ma sono lieto di scrivere che ancora poco fa ho visto passare nella Bedrina più nascosta un drappello di capre, toccate per riconoscimento di giallo alla base delle corna: un transito ordinatissimo, con fermatine per rapide pasture in cima allo strapiombo.
«Né muta per tanti anni il paesaggio: prati e campi, con qualche stalla, che separano l’uno dall’altro i villaggi, raccolti in gruppo non distratto da case stupide o spaesate.
«Non altrimenti che in altre parti del Cantone, il cambiamento può quasi dirsi recente: inevitabile, certo, ma non di rado senza regola, senza sufficiente rispetto del duro lavoro fatto in passato, insomma prodotto da un’impazienza pari alla noncuranza.»

[Giorgio Orelli, Rosagarda, Edizioni Casagrande, 2021, pagg.98-99.]

Le vedute letterarie del paesaggio ticinese di Giorgio Orelli sono sempre meravigliose, vividissime, profonde, saggi antropologici “minimi” narrati con una sensibilità poetica rara che raccontano molto più di quanto riportano le parole impiegate. Quelle che avete letto, riprese in Rosagarda, originariamente vengono dal testo che Orelli scrisse come prefazione della monografia Prato Leventina nelle carte medievali e nella tradizione, edito dal comune del Cantone Ticino nel 1985. La Bedrina citata da Orelli è oggi una riserva naturale che preserva le importanti torbiere presenti in zona: la potete conoscere meglio qui.

La grande diga e le piccole pecore

“Remènch” o “raméngo” è la forma dialettale di “ramingo”. I pastori della bergamasca e del bresciano usano questa parola con il significato di “vagabondare” applicata alla forma di “pascolo vagante”, praticata in inverno entro ampie aree di pianura («‘nà a remènch»).

Trovo sia un’immagine eccezionale, quella che pubblico lì sopra, capace di unire due ambiti poliedrici e apparenti opposti in un’inopinata armonia, pur fugace ma che nel “qui e ora” del suo accadimento, fissato dall’obiettivo del fotografo, è potente, emblematica, poetica: la grande diga della Val di Lei, la sua possanza ingegneristica solidamente materiale che si fa emblema di un’antropizzazione tecnologica e per certi versi forzata del territorio alpino, quantunque certamente dotata di proprie buone funzionalità, e su di essa il grande gregge di pecore di Gabriele Arrigoni, giovane pastore transumante bergamasco, che riporta a un’idea di presenza umana sui monti ben più legata alla Natura e a una relazione necessariamente equilibrata con essa ma pure, in tale momento, con la parte più evoluta, o più “spinta”, dell’antropizzazione delle terre alte. Così la grande e possente diga di calcestruzzo contrasta la spinta dell’enorme massa d’acqua alle sue spalle e, al contempo, consente il transito bucolico e vivace delle pecore impegnate nel proprio ciclo vitale insieme al loro pastore.

Immagine bellissima anche perché assai emblematica e ricca di sfumature culturali, appunto.

La fotografia è tratta dal libro Remènch. Transumanza in Lombardia di Carlo Meazza, con testi di Marta Morazzoni, Anna Carissoni, Giovanni Mocchi, Lucia Maggiolo, edito da Pubblinova Edizioni Negri nel novembre 2020, dalla cui presentazione ho tratto anche la citazione iniziale. Ne vedete la copertina lì sopra e lo potete trovare qui. Per questo articolo l’immagine l’ho tratta dalla pagina Facebook di Rete Fotografia.