Due passi fuori e un equilibrio vitale

[Foto di blanca_rovira da Pixabay ]
Il seguente testo è del caro e prezioso amico Davide Sapienza, scrittore mirabile che cito spesso, qui sul blog. È un articolo che ha pubblicato sul suo sito in data 17 marzo e che si intitola La responsabilità e l’equilibrio – di seguito ve ne riporto una parte, cliccate invece qui per leggerlo nella sua interezza. Lo trovo estremamente obiettivo e saggio in relazione a un tema fondamentale che di questi tempi viene e verrà parecchio discusso, quello sulla libertà.
Ne discuterò anch’io, nei prossimi giorni qui sul blog. Ma, ora, leggete Davide Sapienza, che ringrazio di cuore per avermi concesso di pubblicare le sue considerazioni.

[…] Il nostro benessere dipende anche da un equilibrio il cui perno è il rapporto con il nostro spazio vitale. Questa relazione intima permette di processare al meglio il nutrimento che proviene dal cibo che mangiamo e dalle informazioni che riceviamo. Un equilibrio che fornisce “ossigeno pulito” all’organismo e che serve per stare bene in tempi difficili, rinforzando il sistema immunitario aggredito dal forte stress che stiamo subendo. Relazione utile per testare anche il nostro senso di responsabilità. In realtà, non esiste il “divieto di passeggiata”, è stato scritto e anche detto da fonti ufficiali: uscire sotto il cielo permette di mantenere un equilibrio e di non sentire il territorio lontano e distaccato. Serve a evitare l’assalto dei fantasmi della mente. Esiste però il divieto di essere irresponsabili. Essere umani non significa abdicare al più elementare diritto naturale di evoluzione spirituale e culturale, propellente ecologico per esercitare il senso di responsabilità. In questo tempo difficile, dopo il quale nulla sarà uguale a prima, aiutarci a svilupparlo significa prepararci a ciò che verrà dopo. Lasciateci fare due passi, saremo cittadini migliori e più responsabili. Grazie.

Il Principio di Peter e l’Italia

P.S. (Pre Scriptum): questo articolo l’ho scritto prima che “scoppiasse” l’emergenza coronavirus. Lo dico nel caso qualcuno ci volesse trovare riferimenti alla situazione attuale: se ci sono, sono certamente casuali.

C’è un principio, nella psicologia applicata alla gestione delle strutture gerarchiche, che sembra scritto apposta per l’Italia e per molti ambiti della vita istituzionale e pubblica (ma non solo) italiani: è il cosiddetto Principio di Peter, dal cognome dello psicologo canadese Laurence J. Peter, che lo formulò nel 1969 pubblicandone poi i dettagli in un libro intitolato proprio The Peter Principle, di grande fortuna editoriale in America.

Il principio, apparentemente paradossale – ma, appunto, apparentemente, in verità del tutto razionale in forza della sua oggettività nel rappresentare un diffuso vulnus nelle comunità sociali strutturate – dice:

«In ogni gerarchia, un dipendente tende a salire fino al proprio livello di incompetenza.»

Tuttavia il paradosso del principio diventa effettivo, in tutta la sua prorompente gravità, negli ambiti in cui le salite lungo scale gerarchiche venga determinate non più da competenze effettive ma da altri fattori che riescono a metterle in posizione secondaria. In poche parole: la politica odierna, nella quale i “leader” non sono più le figure più capaci e più preparate ma quelle che si sanno vendere meglio, spesso proprio sfruttando la loro incompetenza attraverso – ad esempio – sparate propagandistiche che si possono diffondere grazie alla rispettiva incompetenza culturale presente nell’opinione pubblica, che impedisce di svelare quelle sparate per ciò che quasi sempre effettivamente sono, delle gran scempiaggini.

In pratica, il Principio di Peter rappresenta un concetto antitetico, nelle strutture delle comunità democratiche, a quello di “meritocrazia”, che per certi ambiti non sarebbe a sua volta esente da critiche ma che per situazioni sociopolitiche parecchio degradate come quella italiana rappresenterebbe una buona soluzione al fine di rimettere in equilibrio le cose e promuovere un successivo sviluppo maggiormente virtuoso.

Guarda caso, in Italia il libro Il Principio di Peter (del quale in cima al post vedete la copertina originaria e quella dell’edizione più recente americane) non ha goduto di gran fortuna e oggi risulta fuori catalogo e non disponibile. Guarda caso, eh!

Consigli di lettura: Tim Ingold, “Antropologia”

Ovvero: di libri che non ho ancora letto ma so per certo – cioè per vari e giustificati motivi, anche senza averli ancora letti – che siano interessanti e importanti da conoscere subito. E che ovviamente leggerò presto.

Antropologia. Ripensare il mondo, di Tim Ingold, a cura di Matteo Meschiari, traduzione di Gaia Raimondi, Meltemi Editore, 2020.

L’umanità si trova a un bivio. Le crescenti disuguaglianze, l’acuirsi della violenza a livello politico, i fondamentalismi in conflitto e una crisi ambientale di proporzioni planetarie rappresentano l’attuale scenario cui far fronte. Come modellare un mondo che abbia spazio per tutti, incluse le generazioni future? Quali le possibilità per un vivere collettivo? A queste urgenti questioni cerca di rispondere l’antropologia, mettendo in campo la saggezza e l’esperienza delle persone, indipendentemente da background e percorsi di vita. L’autore ripercorre le tappe di sviluppo di questo campo di studi; nato per supportare gli ideali del progresso, crollato tra le rovine della guerra e del colonialismo, rinasce oggi come disciplina della speranza, destinata ad assumere un ruolo centrale nel dibattito sulle impellenti questioni intellettuali, etiche e politiche contemporanee. Con appassionate argomentazioni, Tim Ingold dimostra perché l’antropologia è importante per tutti noi. (Dalla presentazione dell’editore.)

Aggiungo: libro assai interessante da un autore prestigioso, con un altrettanto prestigioso curatore, su una materia che diventa sempre più fondamentale, nella comprensione del mondo e della civiltà umana, almeno quanto diventi sempre più ignorata da chi invece dovrebbe fare dell’antropologia il principale strumento di visione della realtà e di gestione dei suoi meccanismi sociali.

Cliccate sull’immagine della copertina del libro per saperne di più.

L’infantilizzazione di massa

[Felice Casorati, “Tiro al bersaglio”, 1919.]

Il presente, questo presente, è spaventatissimo dall’idea che il futuro possa non essere identico a se stesso. E, quindi, esercita costantemente un controllo paternalistico su questo futuro, nella disperata speranza di addomesticarlo, di educarlo, di adattarlo a sé (attraverso gestionali e altri strumenti affini).
Questo presente tende a chiudersi preventivamente rispetto a – e a proteggersi da – l’imprevisto e l’imprevedibile.
A questo processo fa riscontro l’infantilizzazione di massa (ormai in atto da un quarantennio). Gli adulti vengono trasformati efficacemente – dalla politica, dallo spettacolo, dall’arte, dalla cultura, dalla moda, dal costume, dalla tecnologia – in “bambinoni”. Soggetti cioè la cui attenzione deve essere continuamente iperstimolata, privi di capacità di concentrazione, a cui vanno sottoposti messaggi sempre accuratamente semplificati e che sono preda di meraviglie e paure del tutto irrazionali, dunque soggetti che vanno sempre rassicurati, accuditi, protetti e controllati (per il loro bene, s’intende).

(Il sempre prezioso e illuminante – l’ho già detto di lui questo, e lo ribadisco convintamente – Christian Caliandro in Conquistando Luce, su “Artribune” il 11 novembre 2019 e su “Artribune Magazine” #51 di settembre/ottobre 2019; cliccate sull’immagine dell’opera di Casorati in testa al post per leggere l’articolo nella sua interezza. En passant, a proposito di “infantilizzazione di massa”, e dei suoi effetti tanto incompresi quanto deleteri, cliccate poi qui.)

Destra? Sinistra? Ancora?!

Destra, sinistra.
Destra, sinistra.
Destra, sinistra.
Destra, sinistra.
Sinistra, destra.
Destra, sinistra.
Sinistra, destra.
Sinistra, destra.
Destra, sinistra.

Se una cosa è di destra, non va bene alla sinistra.
Se una cosa è di sinistra, la destra protesta.

Destra, sinistra.
Sinistra, destra.

La sicurezza è di destra, il clima è di sinistra,
gli immigrati di sinistra e la Madonna di destra.

Sinistra, destra, destra sinistra.

Una bella minestrina è di destra, il minestrone è sempre di sinistra (cit.).
Gli operai erano di sinistra, oggi son di destra.
I “padroni” erano di destra, oggi son di sinistra.
Abbassare le tasse è di sinistra e pure di destra, ma sia la sinistra che la destra non le abbassano.

Destra, sinistra.
Sinistra, destra.
Sinistra, destra.
Destra, sinistra.

Il culatello è di destra, la mortadella è di sinistra (cit.).
Eccetera.

Ma veramente ancora oggi, nel 2019, siamo qui a dibattere di politica in questo modo che non solo è ormai retorico e anacronistico, ma pure – vista la realtà dei fatti – francamente idiota?
Non è forse che (come già osservavo qui) proprio questa presunta “alternanza”, che ci viene fatta credere come la quintessenza della democrazia, sia invece diventata il suo più pericoloso cancro? Non ci sarebbe bisogno, pure qui, di un bel cambio di paradigma, di molta più concretezza oggettiva e molta meno puerile retorica?

Chiedo, ecco.