Il vero impatto economico della cultura – di montagna

[Foto di Joel & Jasmin Førestbird su Unsplash.]

Il patrimonio, se opportunamente salvaguardato, vissuto e accresciuto con nuove realizzazioni contemporanee, può e dovrebbe essere una risorsa per aiutarci a vivere e capire meglio il mondo in cui viviamo, per avvicinarci alla cultura prima di tutto per migliorare la nostra qualità della vita, per renderci più curiosi e più attenti verso il mondo che ci circonda. Il vero impatto economico della cultura non deriva dai ricavi dei biglietti staccati nei musei o nei teatri e nemmeno dagli incassi al botteghino del cinema. Deriva piuttosto dai cambiamenti comportamentali che suscita in noi, migliorando il nostro benessere psicologico (e a volte persino la nostra salute), la nostra capacità innovativa, la nostra coesione sociale, persino la nostra sensibilità verso le sfide ambientali. Tutti questi effetti della cultura, che hanno potenzialmente un impatto economico e sociale enorme e che stiamo imparando a misurare sempre meglio dal punto di vista scientifico, sono in grado di cambiare un Paese se diventano il centro di un nuovo modo di intendere la politica culturale.

Queste osservazioni (tratte da qui) del professor Pier Luigi Sacco, figura sempre illuminante nelle proprie dissertazioni sui temi della cultura, trovo che siano particolarmente adatte, ovvero adattabili, anche alla montagna e alla gestione dei territori in quota – non fosse altro perché la montagna è un patrimonio anche culturale, la cui valenza si riverbera in chi ne gode con modalità che effettivamente rimandano a quelle della fruizione artistica, intesa come manifestazione primaria della “cultura”.

Provo a adattare il testo di Sacco all’ambito montano:

La montagna, se opportunamente salvaguardata, vissuta e accresciuta con nuove realizzazioni contemporanee, può e dovrebbe essere una risorsa per aiutarci a vivere e capire meglio il mondo in cui viviamo, per avvicinarci alla cultura alpina prima di tutto per migliorare la nostra qualità della vita, per renderci più curiosi e più attenti verso il mondo che ci circonda. Il vero impatto economico della montagna non deriva dai ricavi degli skipass staccati nei comprensori sciistici o negli hotel e nemmeno dagli incassi delle altre attrazioni turistiche. Deriva piuttosto dai cambiamenti comportamentali che l’ambiente montano suscita in noi, migliorando il nostro benessere psicologico (e a volte persino la nostra salute), la nostra capacità innovativa, la nostra coesione sociale, la nostra sensibilità verso le sfide ambientali proprie innanzi tutto dei territori in quota. Tutti questi effetti della montagna, che hanno potenzialmente un impatto economico e sociale enorme e che stiamo imparando a misurare sempre meglio dal punto di vista scientifico, sono in grado di cambiare un Paese se diventano il centro di un nuovo modo di intendere la politica culturale e ambientale.

Ecco. Come vedete, poche “correzioni” (quelle in grassetto, ovvio) sono sufficienti per costruire un discorso pur succinto ma di notevole valore politico potenziale, che è in grado di indicare chiaramente, tra i tanti “paradigmi” che da più parti si invoca di ripensare, modificare, innovare per la realtà montagna contemporanea e futura, in primis rispetto l’ambito turistico, quale sia il paradigma “a monte” dal quale si derivano tuti gli altri ovvero ne deriva la loro più benefica innovazione: quello culturale. Già, perché la gestione di un territorio così particolare per innumerevoli aspetti e così differente da ogni altro come la montagna, nonché così pregiato e delicato al contempo, è innanzi tutto una questione culturale. E lo è in alto e in basso, presso le istituzioni e nella società civile, a partire dal politico importante e influente fino all’ultimo montanaro e all’ultimo turista. Senza questa presa di coscienza culturale compiuta e collettiva su cosa è veramente la montagna, cosa può essere e cosa non deve essere, cosa ci si può fare e cosa no – proprio perché è montagna, un luogo speciale e non un altro ambito – temo che nessun reale cambio di paradigma sia possibile e che così permanga dunque quella dimensione politica, sociale e culturale superficiale e poco consapevole, ovvero parecchio incosciente se non alienata, per la quale sui monti si fanno cose del tutto fuori contesto e parecchio deleterie senza che la maggioranza (più o meno “qualificata”) si possa rendere conto della loro perniciosità e delle conseguenze che avranno.

Accrescere la cognizione culturale diffusa sulla montagna e sulle sue realtà è IL fondamentale obiettivo per il quale lavorare e sviluppare iniziative ad esso funzionali. Un compito fondamentale che, sia chiaro, non è da considerare riservato solo a certe figure potenzialmente competenti al riguardo ma è di tutti, perché tutti possiamo e dobbiamo capire cosa è la montagna, e farlo doverosamente quando in montagna ci stiamo e ne godiamo della bellezza del paesaggio. Non c’è da aspettare l’illuminazione di chicchessia, ma dobbiamo cominciare tutti quanti a osservare, percepire, comprendere, conoscere meglio la montagna, per quanto ci è possibile; d’altro canto è pure il modo grazie al quale godercela ancora di più restandone insuperabilmente appagati. Ogni “rivoluzione” importante è sempre la somma di innumerevoli prese di coscienza singolari, che vi conferiscono forza, sostanza, vivacità: e la cultura è sempre rivoluzionaria, perché è lo strumento che la civiltà umana possiede per costruire il proprio futuro, ovunque essa viva ma, per certi versi, sulle montagne anche di più.

Due incontri interessanti

Venerdì e sabato prossimi vi saranno due incontri alquanto interessanti – lo dico anche perché verteranno su temi dei quali mi occupo spesso – e per molti versi correlati. Venerdì 13 a Inveruno (Milano) si torna a parlare e a difendere il meraviglioso Vallone delle Cime Bianche, l’ultimo vallone selvaggio delle Alpi valdostane, dall’assalto scriteriato degli impiantisti; sabato 1 aprile a Varzi (Pavia), una nuova presentazione del libro Inverno Liquido sarà funzionale anche a mettere in evidenza l’ennesimo assurdo progetto sciistico sull’Appennino pavese, alle solite quote ridicole.

Per chi fosse della/nella zona, due eventi assolutamente interessanti e illuminanti, da non perdere. Cliccate sulle locandine per ingrandirle e avere ulteriori dettagli.

La siccità (non) fa rima con volontà

[Il fiume Po, ovvero quel che ne rimane, a Polesine Zibello (Parma). Foto di Paolo Panni tratta da www.oglioponews.it.]

È ormai risaputo che il cambiamento climatico causa un aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi meteorologici estremi, come alluvioni e siccità, ma per la comunità scientifica non è immediato ricondurre un singolo fenomeno di questo tipo all’aumento della concentrazione atmosferica di gas serra. Per accertare eventuali rapporti di causa ed effetto servono studi appositi. Nel caso della siccità che da più di un anno sta colpendo il Nord Italia oltre che la Francia, la Svizzera e altre regioni europee, causando molti problemi sia al settore agricolo che a quello della produzione di energia, ne è stato pubblicato uno da poco: dice che il cambiamento climatico l’ha aggravata.
Semplificando i risultati dello studio, è emerso che siccità analoghe a quella di questi mesi erano meno estese geograficamente e meno lunghe: il riscaldamento globale sembra aver ampliato le zone di alta pressione e causato una maggiore evaporazione dell’acqua dal suolo e dalle piante.

[Da La siccità nel Nord Italia sembra legata al cambiamento climatico, articolo pubblicato su “Il Post” il 4 marzo 2023. Lo potete leggere interamente anche cliccando sull’immagine lì sopra.]

Che una regione geografica come la Pianura Padana ovvero l’Italia settentrionale in generale, ai piedi della più importante e elevata catena montuosa europea con i suoi ghiacciai pur in sofferenza e i numerosi vasti bacini imbriferi delle sue vallate, possa soffrire la siccità appare ancora oggi una cosa incredibile. E invece sta accadendo, per il secondo anno di fila e in modo vieppiù grave.

Forse anche per questo non siamo così sensibili nei confronti della crisi climatica in atto, così repentina e in certi casi drammatica: fatichiamo a credere che qualcosa di tanto rilevante stia accadendo, non ce ne capacitiamo, restiamo aggrappati alla convinzione che sia qualcosa di occasionale, che presto tutto quanto tornerà come prima quando invece ogni evidenza scientifica segnala il contrario. Di qualsiasi entità sarà l’effetto dei cambiamenti climatici in corso (speriamo non troppo grave) dovremmo finalmente e globalmente progettare, sviluppare e attivare la più efficace resilienza possibile. Cosa che possiamo benissimo fare se lo vogliamo, ovvero se la massa critica della società imporrà ai governi e alle istituzioni di farlo senza più tentennamenti. Potrebbe facilmente uscirne una grande occasione di progresso globale, per giunta, a tutto vantaggio in primis proprio di governi e istituzioni.

Come scrisse Spinoza, «La volontà e l’intelletto sono la stessa e unica cosa.» Ecco forse perché, nell’incapacità di pensare, concepire, comprendere ovvero di sensibilizzare l’intelletto alla realtà in corso, non sappiamo nemmeno ricavare la volontà di sviluppare la necessaria resilienza per noi stessi. Fino a quando possiamo andare avanti, così?

Speriamo che torni, la neve

P.S. – Pre Scriptum: il testo che leggete qui l’ho steso qualche tempo fa, verso metà febbraio. Stavo recandomi in Valtellina per un evento e lungo la strada, uscendo dall’ultima galleria della “variante di Morbegno” all’altezza di Ardenno, mi sono ritrovato davanti la visione panoramica di buona parte del solco vallivo valtellinese, da lì pressoché rettilineo, fino ai monti ormai prossimi al bormiese. Monti già piuttosto elevati, in alcune vette prossimi ai 3000 metri di quota, ma inopinatamente spogli di neve, scarsamente presente solo molto in alto o nei canaloni più profondi. Sembrava una visione tardo primaverile e invece era la metà di febbraio, periodo nel quale quelle montagne dovevano apparire completamente bianche di neve fino a quote basse. È stato sgomentante constatare tutta quella miseria nivale, e inquietante pensare che era (è stato) già il secondo inverno così avaro di neve, con gravi ripercussioni sulla presenza di acqua nei fiumi e sullo stato dei ghiacciai, che infatti la scorsa estate si sono fusi come mai era accaduto prima.

Da tutto ciò sono nati i pensieri che poi, uniti ad altri che il mio sguardo sui monti elabora di continuo, hanno portato al testo che leggerete. Forse avrei dovuto pubblicarlo prima, in periodo invernale; d’altro canto anche la primavera sarebbe stagione propizia, alle quote medio-alte, per nevicate abbondanti e salvifiche, ma in fondo la mia – per quel poco che pare e per quanto banale possa essere – è una sorta di invocazione che, stante la realtà che stiamo vivendo e probabilmente vivremo sempre più negli anni futuri, assume un valore atemporale costante. Nell’ovvia speranza che venga esaudita, per il bene delle montagne e di noi tutti.

[Foto di Karl Hedin su Unsplash.]
Speriamo che torni, la neve.

Speriamo veramente e non dico una nevicata ogni tanto, magari copiosa ma che rapidamente il clima trasforma in un ricordo bello e un po’ triste. Speriamo invece che torni con abbondanza e con costanza ad ammantare le montagne, a regalare loro il fascino più gelido e al contempo più fervido che vi sia, a coprire con metri e metri di sublimi preziosi cristalli ogni cosa, sui monti.

Speriamo che torni e vi si possa sciare sopra senza più quella terribile piaga della neve artificiale, deleteria imitazione che offende le montagne per rallegrare chi non le rispetta, e per divertirsi con essa come con nessuna altra cosa fin da bambini e ancora da grandi possiamo e sappiamo fare. Speriamo che torni per ridare alla montagna d’inverno la sua peculiare bellezza, la sua dignità, la sua insostituibile identità, e per ridarle il suo tempo più naturale ritmato dal variare delle stagioni.

Speriamo che torni per curare e nutrire i ghiacciai, per dare vita persistente e spumeggiante ai ruscelli, ai torrenti, ai fiumi, per far scintillare pienamente i laghi, per dissetare ogni creatura vivente e allontanare qualsiasi arido e sterile incubo.

Speriamo che la neve torni così da farci riconoscere le montagne per ciò che realmente sono e saranno ancora, non per quanto sembrano ma non sono o per ciò che erano e non sono più.

Speriamo che torni portando con sé la compagnia del freddo, che ci potrà far rabbrividire fuori ma al contempo ci farà comprendere quanto sia importante essere caldi dentro, e speriamo che torni perché chiunque, anche i bambini di oggi, possano restare sommamente affascinati, sorpresi, stupiti,  bocca aperta nell’ammirare il volteggiare infinito dei fiocchi che dal cielo fluttuano verso terra.

Speriamo che torni perché la montagna senza neve è come un capolavoro pittorico privato del colore, col rischio che qualcuno ce ne metta dell’altro che non c’entra nulla e lo abbruttisca, facendogli perdere buona parte del suo valore e della sua bellezza.

Speriamo che torni, la neve, quanto prima. E che torni quando saremo ancora qui, ma anche se non sarà così non fa nulla: l’importante è che torni, prima o poi, e che le montagne d’inverno si possano imbiancare come prima e più di prima, che le loro vette possano scintillare nel cielo gareggiando con la luminosità diurna e stellare, ammantate del bianco che come nessun altro è sintesi e compendio assoluti di qualsiasi colore che può avere la vita.

Speriamo, già.

Il Vallone delle Cime Bianche, sempre più a rischio di devastazione

Il Vallone delle Cime Bianche, ormai dai più conosciuto come l’ultimo Vallone selvaggio delle Alpi valdostane, è sempre più a rischio di essere ignobilmente turistificato, dunque deturpato, dalla costruzione del collegamento funiviario e sciistico tra i comprensori di Cervinia-Zermatt e del Monterosa Ski. Una vicenda sconcertante e per molti aspetti folle sulla quale ho già scritto più volte e al cui riguardo si stanno muovendo tantissime persone appassionate di montagna variamente riunite in comitati o sotto l’egida delle associazioni alpinistiche, con capofila il team del progetto fotografico L’ultimo Vallone selvaggio. In difesa delle Cime Bianche e del sito web Varasc.it, promotore della petizione su Change.org in difesa del Vallone che ha ormai superato le 18.200 firme.

Vista la complessità della vicenda e la torbidezza delle azioni dei soggetti che sostengono il progetto funiviario, ho chiesto a Annamaria Gremmo e Marco Soggetto, referenti principali del progetto fotografico suddetto e di Varasc.it di aggiornarmi sullo stato delle cose ad oggi: li ringrazio di cuore per le informazioni dettagliate e chiare che mi hanno inviato e che vi ripropongo tali e quali di seguito, punto per punto, così da dare anche a voi la possibilità di vederci chiaro, sulla vicenda, ricavandone il senso sostanziale. Il quale (non è spoiler, questo) getta una pessima luce sui promotori del collegamento funiviario e di contro rende ancor più indispensabile la mobilitazione di chiunque alla salvaguardia del Vallone. Che poi è, come ho scritto fin da quando ho conosciuto la vicenda, un atto di difesa e salvaguardia di tutte le nostre montagne, ovunque esse siano e dovunque vi sia qualcuno che in barba a qualsiasi tutela ambientale e a ogni logico senso del limite voglia sfruttarle commercialmente e rovinarne il prezioso paesaggio per ricavarci dei tornaconti.

Cominciamo:

  • In data 30 gennaio 2020 la Regione Valle d’Aosta ha approvato, dopo una lunga impasse politica e grazie al voto decisivo di Rete Civica, il Documento di Economia e Finanza Regionale (DEFR 2020-2022) che prevede di (…) “Valutare la realizzabilità del collegamento tra i comprensori di Cervinia e Monterosa”. Alla voce “Attività previste”, il documento impone di (…) “Dar corso, da parte dei concessionari coinvolti, agli studi propedeutici, per giungere alla decisione basata sulle analisi di realizzabilità in termini di sostenibilità finanziaria, ambientale e urbanistica”.[1]
  • Nel mese di agosto 2020, il sindaco uscente di Ayas ha affermato alla stampa di aver (…) “Istituito un gruppo di lavoro per la progettazione” del collegamento, lamentando però la “discontinuità di referenti a livello regionale”.
  • Sempre durante l’estate 2020 si è costituito un comitato favorevole alla realizzazione del collegamento, il “Comitato collegamento Cervino/Monterosa” o “Cervino Monterosa Paradise” che ha subito precisato (senza citarne le fonti) il costo ipotetico dell’impianto: (…) “L’investimento, calcolato in circa 66 milioni di Euro, è tra i più grandi degli ultimi anni in opere di infrastruttura (impianti di risalita) di tutta la Valle d’Aosta.” Il costo totale calcolato dallo Studio di fattibilità del 2015 ammontava invece per “l’alternativa vincente” a 51 milioni di Euro, per un costo di gestione annuo di 1.335.340,00 Euro. Il neonato comitato ha sostenuto di voler procedere a una (…) “valorizzazione del territorio, nel pieno rispetto dell’ambiente”, garantendo un (…) “facile accesso ai disabili che avranno la possibilità di ammirare lo scenario delle grandi cime anche dalle alte quote” e perfino un (…) “polo museale che racconta la montagna, la sua fauna e flora”. Di particolare interesse, infine, la considerazione che (…) “una tale opera porterebbe infatti a un maggiore afflusso di turisti, con l’assoluta necessità di ampliare e potenziare le strutture turistiche in loco, dagli alberghi ai bar e ristoranti sulle piste”.
  • Il Vallone è quindi entrato nella campagna elettorale valdostana, in vista delle recenti elezioni regionali. È stato ad esempio citato dall’allora candidata Chiara Minelli (Progetto Civico Progressista), nominata poi il 21 ottobre 2020 Assessore all’ambiente, trasporti e mobilità sostenibile, in un video pubblicato il 3 settembre 2020 e girato proprio a Fiery.[2]

  • Sempre nel mese di ottobre 2020, in seguito e in ottemperanza a quanto stabilito dal DEFR, la partecipata Monterosa S.p.A. ha indetto il bando per un nuovo studio di fattibilità per la realizzazione dell’impianto, questa volta per un valore di oltre 742.000 Euro. Il bando ha descritto in grande dettaglio, nei suoi due documenti principali, ciò che si vorrebbe commissionare nel Vallone delle Cime Bianche: quattro tronconi di telecabine con le relative stazioni, infrastrutture di servizio e manutenzione. Oltre a ben due nuove piste da sci, di cui una estesa dal Colle Inferiore delle Cime Bianche all’Alpe Vardaz.
  • A luglio 2021 la società Monterosa Spa ha affidato lo studio di fattibilità ad uno studio tecnico di Bolzano per un totale di 403.000 euro, ribassando così la cifra iniziale stanziata. I primi risultati si attendevano per ottobre 2021.
  • A settembre 2021 sono state da noi rilevate, mappate e denunciate pubblicamente delle macroscopiche croci blu dentro e fuori dall’area protetta: dopo interrogazione in Consiglio Regionale valdostano, è stato ammesso che questi segni sono stati realizzati nell’ambito dello studio di fattibilità. La questione arrivò all’attenzione delle autorità competenti. Le croci, dopo l’inverno 2021-2022, risultano tuttora ben visibili. Il primo danno al Vallone.
  • In data 24 settembre 2021 l’Eurodeputata On. Tiziana Beghin ha presentato al Parlamento Europeo, in collaborazione con la collega On. Elisa Tripodi, un’interrogazione scritta in merito al progetto di collegamento intervallivo. Sempre l’On. Tripodi ha fatto seguire ad inizio ottobre 2021 un’interrogazione a Montecitorio sullo stesso tema. In data 15 novembre è stata recepita la risposta inequivocabile del Parlamento Europeo sulla Conservazione dei siti tutelati da Rete Natura 2000. Si attende la risposta all’interrogazione presentata in Parlamento.
  • Per l’autunno 2022 dovevano essere consegnati gli esiti dello studio di fattibilità la cui consegna tuttavia subisci continui inspiegabili ritardi.
  • Si apre una fase caratterizzata da una serie di anticipazioni ed indiscrezioni a mezzo stampa con un articolo del Sole24 Ore a metà dicembre: https://www.ilsole24ore.com/art/sci-cervinio-zermatt-piano-realizzare-580-km-piste-AE7qyeOC
  • E con un ultimo articolo del Telegraph in cui è contenuta una intervista a Maquignaz AD di Cervino Spa: https://www.ilsole24ore.com/art/sci-cervinio-zermatt-piano-realizzare-580-km-piste-AE7qyeOC. Il tutto senza che il Consiglio regionale valdostano riceva i documenti relativi allo studio (Munari AD di Monterosa accennava già a gennaio a problemi per l’aumento dei costi e promette poi a marzo la consegna a stretto giro al Consiglio Valle, che nel frattempo ha dovuto rieleggere il presidente, superando l’ennesima crisi). Le opposizione ovviamente insorgono. Persino la Lega chiede il rilascio dello studio, lamentando che è venuta meno la centralità del Consiglio.

Questo è quanto per ora.

Per finire, mi unisco idealmente alle opinioni riportate di seguito da Annamaria e Marco: il Vallone è una Zona Protetta ed un Bene Comune, un patrimonio naturalistico di tutti, alla cui difesa siamo quindi chiamati a partecipare attivamente, indipendentemente dalla nostra residenza e dal luogo di nascita.  La battaglia per la sua Conservazione è forse ad oggi la più importante causa sulle nostre Alpi Occidentali in cui l’opinione pubblica ha fondamentale rilievo e che non può quindi rimanere confinata tra le ristrette mura di un Consiglio Regionale.

Dunque, sempre e comunque: lunga vita al Vallone!

[1] Link: https://www.regione.vda.it/finanze/bilancio/pdf/2020_DEFR-testo-definitivo.pdf

[2] Link: https://www.facebook.com/watch/?v=331997731283811

P.S.: anche le foto presenti in questo post sono di Annamaria Gremmo.