Un po’ come devastare un bene di gran pregio mettendoci dentro una discoteca o una sala slot

[Veduta dei monti dell’alta Valle Seriana, sopra Lizzola, con al centro il Pizzo Coca. la maggiore vetta delle Orobie. Immagine di Giorgio Guerini Rocco tratta da www.outdooractive.com.]
Immaginatevi una bellissima villa, un capolavoro architettonico di gran pregio, tutelato dai vincoli delle Belle Arti, per di più ricca di opere d’arte altrettanto notevoli in grado di meravigliare chiunque… un gran posto, insomma, che abbisogna di cure per rimanere tale e conservare la sua mirabile bellezza così che possa essere ammirata da tutti.

Ecco, ora immaginatevi che i soggetti ai quali è stata demandata la cura della villa decidano di non curarsene affatto e non solo ciò, ma pure di trasformarla in un ordinario disco pub, spostando o abbattendone i muri per ricavarci una pista da ballo con luci laser e musica ad altissimo volume, sale slot, maxischermi per le partite di calcio e quant’altro di funzionale al divertimento più facile e dozzinale.

Sarebbe una situazione accettabile, secondo voi?

Bene, quanto sopra è più o meno ciò che sta succedendo sulle montagne tra Colere e Lizzola, luoghi in altura di grande bellezza e notevolissimi pregi paesaggistici e naturalistici in grado di meravigliare chiunque (appunto), dunque tutelati da varie normative ambientali, che qualche soggetto in loco vorrebbe invece trasformare in un dozzinale luna park turistico ignorando totalmente la bellezza di quelle montagne, le loro valenze e i tanti pregi che posseggono e di contro impattando pesantemente sul territorio e l’ambiente locali senza curarsi delle conseguenze. Per di più, spendendo una somma spropositata di denaro pubblico (almeno 50 milioni di Euro, destinati inesorabilmente ad aumentare): soldi dei contribuenti sperperati per danneggiare il luogo a mero e unico vantaggio di chi ne gestisce le sorti turistiche, senza alcun beneficio per la comunità locale.

MA SIAMO PAZZI?

È questa la sorte, questo il futuro che certi soggetti vogliono imporre alle nostre montagne e alle comunità che le abitano? La distruzione di un paesaggio montano così mirabile, della sua realtà socioeconomica e parimenti dell’identità culturale delle sue comunità?

Solo un paese che abbia completamente smarrito la relazione e la comprensione del proprio territorio, nonché la cognizione della realtà che lo caratterizza e della quotidianità di chi lo vive, potrebbe permettere cose del genere. Ma, quando ciò accade, solo la società civile può impedirlo. E deve farlo, per il bene di quelle montagne, che sono patrimonio di tutti, e del paese stesso.

Per saperne di più su questa assurda vicenda, potete leggere i vari articoli che vi ho dedicato oppure visitare il sito web del Collettivo TerreAlt(r)e, che si sta opponendo al progetto in questione.

Il nuovo ponte turistico della Valvarrone, che sospenderà il luogo sul nulla

[Veduta della Valvarrone verso occidente; il grosso centro abitato visibile a destra è Premana.]
In Valvarrone (provincia di Lecco) sono iniziati i lavori per un nuovo ponte sospeso, già annunciato come «il ponte pedonale più alto d’Europa». Un’opera contro la quale mi sono espresso più volte, vedi qui, e insieme a me altri soggetti del mondo della montagna, ad esempio la Commissione Tutela Ambiente Montano del CAI Lombardia (vedi sotto) oppure il magazine “Le Montagne Divertenti” con un bell’articolo pubblicato sul numero 69 – estate 2024, oltre a tanti frequentatori e appassionati delle montagne che hanno manifestato dubbi vari e assortiti.

Ma si sa che al giorno d’oggi, quando ci sono di mezzo opere del genere, l’interlocuzione tra le amministrazioni locali e la società civile, anche quando competente sui temi in questione, è pressoché pari a nulla. Ed ecco che già il nuovo ponte «nelle intenzioni dei promotori, proietterà la Valvarrone in una dimensione internazionale, attirando visitatori da tutto il mondo e trasformandosi in un simbolo di innovazione e valorizzazione del territorio». Affermazioni ovviamente tanto belle da sentire nella forma quanto campate per aria nella loro sostanza: in concreto quella della Valvarrone sarà l’ennesima giostra da “instagrammazione” del luogo, una mera attrazione turistica da luna park alpestre che nulla di vantaggioso e benefico apporterà al territorio e alla comunità locale. Con tutta probabilità nei primi tempi attirerà numerosi visitatori, ovviamente molto interessati all’attrazione in sé e poco o nulla al contesto territoriale e alla cultura del luogo – ormai questo è un modello di fruizione consumistica dei luoghi ben risaputo il cui funzionamento si conosce bene –, ma saranno risultati peraltro più d’immagine che d’altro i cui effetti nel medio-lungo periodo svaniranno rapidamente nel nulla.

[Immagine tratta da “La Provincia-UnicaTV“.]
[Immagine tratta da “Lecco Today“.]
Non mi pare che intorno all’opera si sia elaborato un progetto articolato di sviluppo del territorio e di messa in rete delle sue valenze paesaggistiche, dei suoi soggetti economici, delle esigenze della sua comunità, di riattivazione e salvaguardia dei beni ecosistemici, della tutela dell’identità locale: tutte cose indispensabili a fare che una giostra turistica come quella in questione non si “mangi” il territorio consumandone ogni energia fino a che, una volta passata la “moda”, il territorio si ritroverà ancora più povero, degradato e privo di futuro di prima, oltre che con un manufatto inutile e da smantellare. D’altro canto la Valvarrone è un territorio particolarmente difficile e delicato tanto morfologicamente quanto socio-economicamente, come aveva ben rimarcato il documento dal titolo Il ritratto territoriale dell’alto Lago di Como e Valli del Lario curato dal gruppo di lavoro del DAStU – Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, e pubblicato nel 2023: in esso, insieme a molti elementi significativi riguardo la realtà locale, si metteva in chiaro come non tanto l’attrattività turistica fosse importante per la Valvarrone ma che «Sono tre i temi posti all’attenzione degli attori locali: la transizione demografica: accesso ai servizi, spopolamento tra relazioni transfrontaliere e processi di polarizzazione locale; la cura del territorio e la prevenzione dei rischi ambientali, in relazione alle economie radicate nell’area e ai loro possibili sviluppi; un ultimo tema è quello della governance e della capacità istituzionale». Solo all’interno di questo quadro territoriale, e nella gestione organica e coordinata dei temi indicati atta alla risoluzione delle relative criticità, il turismo può rappresentare un’economia aggiuntiva importante e benefica: ma non certo attraverso iniziative da luna park come quella del ponte sospeso, semmai con una frequentazione turistica variegata consona ai luoghi, alle sue possibilità d’accoglienza, alle peculiarità del territorio, alla cultura locale, all’interazione con la comunità residente. Invece, così come è stato presentato il progetto in Valvarrone e sta per essere realizzato, saranno di sicuro più gli svantaggi che i benefici per il territorio. È inevitabile che finirà così.

Posto tutto ciò, non mi resta che augurare alla Valvarrone di non subire troppe conseguenze negative da quanto gli sta per essere imposto, e ai suoi abitanti di continuare la riflessione sul futuro del loro territorio, su cosa veramente essi chiedono e vogliono per le loro montagne e i loro paesi, continuando di concerto a coltivare e alimentare la relazione culturale con i luoghi abitati e vissuti. Anche ora che un enorme manufatto d’acciaio funzionale solo al mero divertimento turistico spezzerà l’armonia naturale e disturberà la visione del peculiare paesaggio della valle. Paesaggio che è fatto anche dei suoi abitanti, i quali dunque è come se ora si ritrovassero “addosso” quel ponte. Spero almeno che se ne rendano conto di ciò e di cosa potrà comportare in futuro.

Piazzatorre: 15,4 milioni di Euro buttati al vento, insieme al futuro della sua comunità

[Veduta del territorio di Piazzatorre. Immagine tratta da www.in-lombardia.it.]
Riguardo l’evoluzione del clima in corso sulle montagne, in particolar modo su Alpi e Prealpi, la scienza fornisce dati incontrovertibili: le temperature sono in costante aumento, le regioni alpine nel complesso sono un hot spot climatico, ovvero un ambito nel quale gli effetti del riscaldamento globale sono più marcati rispetto alla media globale; le nevicate sono in diminuzione da anni mentre lo zero termico medio invernale sale sempre più in alto: già oggi sulle Prealpi italiane è posto tra i 1700 e i 1800 metri, il che sposta la possibilità di permanenza continuativa della neve al suolo in inverno oltre i 2000 metri. Ciò si ripercuote direttamente sulla pratica dello sci, per la quale c’è sempre meno neve, resta al suolo per meno tempo e le temperature in aumento impediscono di produrre quella artificiale, rendendo i comprensori sciistici post sotto i 2000 metri insostenibili non solo climaticamente e ambientalmente ma anche economicamente. Infatti, non a caso, di gente che sale sui monti per sciare ce n’è sempre meno e quando ci va si dedica ad altre attività meno dipendenti dagli effetti della crisi climatica.

Posta tale realtà di fatto inoppugnabile, come detto, e d’altro canto sotto gli occhi di tutti, a Piazzatorre, in alta Valle Brembana (Provincia di Bergamo), si spenderanno 15,4 milioni di Euro pubblici per riqualificare un comprensorio sciistico posto interamente sotto i 1800 metri di quota, cioè dove non nevica più e non ci sono le temperature adatte per produrre neve artificiale e mantenerla al suolo per un tempo funzionale alla pratica sciistica.

Sono soldi buttati al vento. Punto.

Non c’è altro da dire al riguardo (e la questione l’avevo già denunciata tempo fa, qui).

Non vi sarà nessun «accrescimento dell’attrattività e del potenziale economico favorendo, quindi, il contrasto al fenomeno dello spopolamento» come affermano dalla Regione Lombardia che metterà la gran parte dei soldi – peraltro le solite frasi fatte enunciate in tali occasioni, alle quali ormai credono solo gli allocchi – e nemmeno la pretesa “destagionalizzazione” (altra parola del tutto abusata) porterà alcun vantaggio al territorio in questione, perché nessun vantaggio concreto può venire da una frequentazione turistica basata esclusivamente sulla fruizione in stile luna park del territorio montano che produce flussi incostanti e relativi fenomeni di overcrowding, cioè di sovraffollamento temporaneo, con tanta gente nei fine settimana e il deserto nei giorni feriali.

[La località Gremelli sul Monte Torcola Vaga, sopra Piazzatorre, in un recente inverno senza neve. Foto di Andrea Comi tratta da www.komoot.com.]
Vantaggi reali e concreti per i territori come quello di Piazzatorre si producono invece con un piano di sviluppo territoriale strutturato, articolato nel lungo periodo, che sostenga e metta in rete tutte le economie locali, senza che quella turistica risulti predominante e assoggettante, e che abbia come obiettivo principale da un lato il potenziamento dei servizi ecosistemici a supporto della comunità locale e dall’altro la cura ambientale e culturale del territorio, anche a favore della rigenerazione del senso di comunità. In cose del genere avrebbe assolutamente senso spendere tutti quei soldi pubblici, non certo in progetti insensati, fuori dal tempo, già in partenza destinati al fallimento e che provocheranno un ulteriore inaccettabile degrado del territorio nonché della relazione culturale con esso dei suoi abitanti.Sono 15,4 milioni – quindici-virgola-quattro milioni – di Euro buttati al vento, ribadisco. E con questo denaro pubblico viene buttato al vento il futuro di un intero territorio e della sua comunità.

[Il centro di Piazzatorre. Immagine tratta da www.altobrembo.it.]
Nel frattempo, nella stessa Valle Brembana a poca distanza da Piazzatorre, un’altra scuola di montagna chiuderà: quella di Laxolo, e ciò in forza dei mancati investimenti pubblici atti a favorirne la permanenza degli alunni su volontà dei genitori, che si sono visti costretti a mandare i propri figli in altri plessi al momento più attrezzati (ma chissà fino a quando).

In mezzo secolo nei venti comuni dell’alta Valle Brembana le scuole elementari sono scese da 25 a 4 – ma si contino anche quanti presidi sanitari hanno chiuso, quanti uffici postali e sportelli bancari, quante linee di trasporto pubblico sono state soppresse, quanti interventi concreti a favore delle comunità residenti e della loro quotidianità sono stati messi in atto… E poi si spendono più di 15 milioni di Euro di soldi pubblici in impianti sciistici dove non nevica più? Oltre agli altri progetti in corso, ovviamente, con ancora più denaro pubblico in ballo: buttato in tali assurdità e così tolto a interventi veramente necessari alla popolazione locale.

Ma di cosa stiamo parlando?
O, per meglio dire: ma di quale devianza mentale e morale stiamo parlando?
Veramente crediamo che la montagna si salverà così?

P.S.: non bisogna dimenticare che Piazzatorre detiene un altro primato (o quasi) piuttosto sconcertante: duemilacinquecento seconde case – 2.500! – a fronte di sole duecento prime case. E riaprire il suo comprensorio sciistico peraltro insostenibile sarebbe sul serio la cosa principale da fare, lassù?

I parchi e le aree di tutela naturale? Che gran fastidio!

Non mi sorprende più di tanto quanto leggo sul quotidiano piemontese “La Voce” sulla nomina del nuovo presidente del Parco del Po dietro indicazione della Regione*. Perché è l’ennesimo esempio della scarsa o nulla considerazione che la politica italiana riserva alle aree protette e alla loro buona gestione nonché, in generale, alla salvaguardia dell’ambiente naturale, evidentemente visto non per ciò che è, un patrimonio collettivo di inestimabile valore e ineludibile importanza, ma un fastidio, un impiccio, qualcosa che va tolto di mezzo alla svelta e tutt’al più utile per altri scopi – ad esempio come poltronificio, oppure per praticare un bel green washing propagandistico, o per altre attività poco o per nulla virtuose piuttosto in voga dalle nostre parti.

[Il Lago Bianco al Passo di Gavia e il cantiere che vi venne aperto nell’estate 2023.]
Il pensiero corre all’assurda vicenda del Lago Bianco al Passo Gavia, in zona di massima tutela del Parco Nazionale dello Stelvio, che si voleva trasformare in un bacino di alimentazione dell’impianto di innevamento artificiale di Santa Caterina Valfurva con il tacito assenso del Parco stesso, o al recente tentativo politico di ridurre i confini del Parco Naturale Regionale dell’Adamello per agevolare l’antropizzazione, oppure ancora del progetto di una nuova arteria stradale che stravolgerebbe buona parte del territorio tutelato dal Parco dei Colli di Bergamo… e cito solo tre dei tanti casi lombardi al riguardo ovvero del territorio nel quale vivo, ben sapendo quanti ce ne siano anche nelle altre regioni e senza contare le violazioni perpetrate o progettate delle aree che non sono formalmente istituite a “parco” ma risultano parimenti protette dai vari SIC, ZSC, ZPS, Rete Natura 2000, eccetera.

[Uno scorcio del Parco dei Colli di Bergamo. Immagine tratta da fondoambiente.it.]
Tuttavia la questione non finirebbe qui, visto che da tempo si vocifera di iniziative parlamentari che mirerebbero a deprimere di molto il valore, l’importanza e le possibilità di salvaguardia naturale delle aree di tutela italiane attraverso varie e profonde modifiche alle leggi attualmente vigenti. Di certo l’atteggiamento istituzionale verso di esse non fa pensare al contrario ovvero a una maggiore cura del patrimonio naturale e ambientale nazionale nel prossimo futuro, ciò anche per le risapute carenze educative e culturali della società civile italiana al riguardo che agevolano quell’atteggiamento e lo rendono spesso indisturbato.

Occorre dunque restare vigili, tutti quanti, alimentando per ciò che ci è possibile la consapevolezza sull’importanza della tutela del patrimonio naturale e ambientale collettivo – come peraltro rimarca la stessa Costituzione italiana agli articoli 9 e 41 – e denunciando qualsiasi evidente condotta che appaia per essi dannosa e pericolosa. Ancor più se manifestata da quei soggetti istituzionali e politici che invece dovrebbe rappresentare per conto nostro i primi garanti di quel patrimonio tanto inestimabile quanto fragile che abbiamo.

[Scorcio della Val Adamé, una delle zone più mirabili del Parco dell’Adamello.]
È uno sforzo in fondo piccolo, quello che dobbiamo fare al riguardo, ma dai risultati enormi: perché tutelare la Natura significa tutelare noi stessi che siamo Natura. E poi, come scrisse Walt Whitman (in Nuovi argomenti, da Giorni rappresentativi e altre prose, Neri Pozza Editore, 1968, pag.148):

Dopo aver esaurito quel che t’offrono affari, politica, allegri simposi, amore e così via – e aver scoperto che niente di tutto ciò alla fine soddisfa o dura in eterno – che cosa ti resta? Resta la Natura; portar fuori dai loro torpidi recessi le affinità tra un uomo o una donna e l’aria aperta, gli alberi, i campi, il volgere delle stagioni – il sole di giorno e le stelle del firmamento la notte.

*: ovviamente a me non interessa nulla delle idee politiche del nuovo presidente, evidenziate dall’articolo de “La Voce”. Non è proprio una questione di ideologie politiche e anche se lo fosse per me contano il suo portato concreto, le conseguenze effettive, non altro di qualsivoglia “colore” sia.

I Carabinieri Forestali in Lombardia: tanti? Pochi?

Leggo sulla stampa che in tutta la Lombardia, regione nella quale vivo, sono oggi operativi 270 Carabinieri Forestali, organizzati in 70 nuclei provinciali.

Faccio un po’ di conti, che servono sempre a capire meglio la realtà delle cose.

La Lombardia ha una superficie di 23.860 km², di cui quasi la metà (47%) è pianura, il 41% montagna e il restante 12% collina: al netto che anche in pianura vi sono foreste e aree non antropizzate, significa che più di 12.600 km² sono territori formalmente rurali. In questi, la superficie forestale è di 619.726 ettari che equivale al 26% dell’intero territorio regionale, oltre a circa 28.310 ettari di pioppeti e “alberi fuori foresta”.

Da ciò si evince che, posta la sopra indicata superficie collinare-montana, ciascun Carabiniere Forestale lombardo (ipotizzando che tutti siano operativi sul campo, cosa ovviamente improbabile) deve teoricamente far fronte a una superficie di 46,6 km², dei quali più di 2400 ettari sono di territorio prettamente boscato, pari a circa 24 km².

Per la cronaca, i Carabinieri Forestali hanno competenze che spaziano dalla tutela dell’ambiente e del territorio alla sicurezza agroalimentare, con un focus specifico sulla prevenzione e repressione dei reati ambientali. Le loro attività comprendono la vigilanza su foreste, parchi, riserve naturali, e la lotta contro l’inquinamento, gli incendi boschivi e il dissesto idrogeologico; inoltre, svolgono funzioni di polizia giudiziaria in materia ambientale, collaborando con altri enti per accertamenti tecnico-scientifici, e possono intervenire anche nella tutela del patrimonio culturale legato all’ambiente.

Ecco: per fare tutto ciò e coprire l’intero territorio sopra specificato, in Lombardia ci sono 270 Carabinieri Forestali. Solo duecentosettanta, dal mio punto di vista: un dato che, temo, sia significativo ed emblematico riguardo la cura e l’attenzione che le istituzioni rivolgono al proprio patrimonio naturale.

Giusto per un immediato raffronto, in Piemonte i Carabinieri Forestali sono circa 400, in Toscana oltre 500, in Sicilia circa 1.100 (dati ricavati grazie a AI Overview di Google).

Lascio a voi le considerazioni del caso, qualsiasi esse siano.

N.B.: ovviamente so bene che, in aggiunta ai Carabinieri Forestali, ci sono altri soggetti istituzionali che detengono competenze nella tutela ambientale, ad esempio le Polizie Provinciali. Tuttavia in questo post ho voluto mantenere il focus sui primi; degli altri, a loro volta molto spesso sotto organico e depotenziati rispetto a quanto dovrebbero fare, ne parlerò prossimamente.