2025.03.08

Sembra che la miriade di coriandoli colorati sparsi oggi per le vie del paese durante il corteo di Carnevale siano volati tra i prati trasformandosi in fiori, che ora esplodono di una vitalità policromatica incredibile.

Sono grossi “coriandoli” gialli, soprattutto, diventati primule le quali compongono bouquet talmente belli che nemmeno il più bravo giardiniere saprebbe fare meglio.

Ne resto incantato, è un’esplosione di vigoria naturale che riverbera nell’animo una gioia palpabile. Una magia, per molti versi.

Certo, è qualcosa che accade ogni anno, è la “normalità”. Puntualmente a ogni primavera i prati si riempiono di fiori d’ogni genere e colore, e io altrettanto puntualmente ogni volta li osservo e mi dico caspita, che bellezza!

Di primo acchito, per ciò, penso che la mia meraviglia sia fin troppo ingenua e bambinesca. In fondo è la stessa, nella sostanza, che provavo da marmocchio nelle passeggiate pomeridiane con il nonno per boschi e campi, una delle attività che più mi ha legato alle montagne e alla natura.

Ma passa solo qualche attimo affinché mi risponda che per fortuna manifesto ancora una tale meraviglia bambinesca.

Credo che osservare il mondo con lo sguardo di un bambino, anche e soprattutto quando si è grandi, sia una manifestazione di sensibilità e vivacità intellettuale, non certo di ingenuità o di superficialità. È il primo atto con il quale percepire e comprendere la bellezza che abbiamo intorno, dunque anche per salvaguardarla.

Se perdessimo interesse verso di essa, se smarrissimo quello sguardo facilmente meravigliabile, se considerassimo “normali” fenomeni così belli pur nella loro semplicità, sarebbe un gran brutto segno. Per noi stessi, innanzi tutto, e subito dopo per il nostro mondo.

A diventare troppo adulti, da grandi, si finisce per adulterarsi.

Mi torna in mente ciò che raccontò al riguardo proprio un artista tra i più originali e creativi del Novecento, Mario Schifano, dunque uno abituato ad avere a che fare con la bellezza – dell’arte nel suo caso:

Forse per me l’infanzia non è mai finita, neppure ora che sono piuttosto avanti con gli anni. Non vorrei apparire presuntuoso ma per infanzia io intendo la possibilità di continuare a osservare il mondo con uno sguardo… magico.

[Mario Schifano, Fiori Vari, smalti e acrilici su tela, 1984.]

Quando il bosco si fa confidenziale

Mi sto rendendo conto, peraltro ora che la primavera è sempre più prossima, che negli ultimi tempi ho sviluppato una sorta di sentimento di affetto, di benevolenza, forse di “compassione” – ma senza le accezioni negative e cristiane del termine legate al distorto concetto di “pietà”, semmai nel senso di comunione spirituale intima – verso il bosco d’inverno. E non penso solo agli spazi silvestri come le grandi abetaie alpine oppure a certe maestose faggete, luoghi sempre potenti e impressionanti, anzi, al contrario: mi riferisco al bosco di media montagna, quello delle mie parti, a volte ancora ben tenuto ma molto più spesso disordinato, intricato, confuso, selve che conservano storie che più nessuno vuole ascoltare, manifestazioni del ritorno inesorabile e selvatico della natura in spazi un tempo antropizzati e poi abbandonati e dimenticati.

Scrivo «negli ultimi tempi» pensando alla mia frequentazione di questi boschi anche per come sia stata accresciuta dalle ristrettezze di movimento nel periodo dei lockdown da Covid-19, un intervallo forzato e drammatico ma grazie al quale ho avviato un’esplorazione sistematica e una mappatura mentale di ogni angolo selvatico dei miei monti alla ricerca di antiche o più recenti relazioni antropiche con il loro territorio e di piccole-grandi sorprese naturali celate e conservate nel fitto di queste mie foreste un po’ sgarrupate ma anche per ciò inopinatamente affascinanti.

Un’esplorazione che il periodo invernale – con tutto che “non ci siano più gli inverni di una volta”, come ormai ci siano dovuti abituare a dire – rende favorevole e oltre modo suggestiva. Il silenzio e la quiete più assoluti regnano tra gli alberi, l’unico rumore prodotto, che a volte sembra quasi un suono o, se così posso dire, il frusciante sussurrio con il quale si richiama l’attenzione del bosco, è quello dei passi lungo sentieri a volte quasi scomparsi e ricoperti dalle foglie cadute, la luce radente getta lame scintillanti tra i tronchi generando di contro ombre lunghe e misteriose, innumerevoli rami contorti strappati dal vento dagli alberi irrigiditi giacciono inerti sul terreno, un’idea accidentale ma essenziale dell’equilibrio tra la vita e la morte che in natura non solo è sempre presente ma è un elemento imprescindibile che genera il divenire reale del mondo selvatico. E su tutto, l’inverno col suo gelo – quando ancora si manifesti, ribadisco – cristallizza ogni cosa in un’attesa inerte, una sospensione vitale che fa del bosco una comunità immobile, silente, meditabonda, genuflessa al dominio del tempo e delle stagioni che impongono inerzia ma non per questo dotato d’una propria presenza e di una particolare energia: solo latenti, quiescenti fino al primo cenno di rinascita che prima o poi si manifesterà.

Per tutto questo trovo il bosco d’inverno un ambito bonario come pochi altri, placido, confidenziale e suo modo accogliente, uno spazio dove la quiete sovrana sviluppa il pensiero spontaneo e agevola la calma interiore, dove il dialogo con il paesaggio naturale riecheggia più che in altre occasione dentro me stesso, dove per così dire sono portato a farmi albero a mia volta, tranquillo, quiescente, in attesa di percepire minimi ma intriganti segnali di vitalità e nel mentre cullato dalla leggera brezza che smuove le foglie rinsecchite sul terreno come per il respiro disteso di un sonno profondo che accoglie ogni cosa silvestre intorno a me nel letargo stagionale ristoratore. E accoglie un po’ anche me, umano che non può permettersi – ahimè! – sospensioni letargiche ma certamente anela di sentirsi accolto dal bosco, anche protetto ovvero celato, almeno per qualche momento, dal resto del mondo che al di fuori della comunità arborea strepita di continuo fin troppo incurante del ciclo naturale della vita e di tutte quelle cose minime e all’apparenza trascurabili ma che in effetti sono le più genuine manifestazioni dell’anima del mondo.

(Articolo pubblicato in origine qui sul blog esattamente 2 anni fa, il 6 marzo 2023.)

2025.02.23

[Foto di Iso Tuor da Pixabay.]
Questa sera il segretario Loki sta valutando con particolare cura il punto nel quale effettuare l’ultima minzione quotidiana.

Forse lo fa per godere più a lungo della serata piacevolmente mite, conseguenza di una giornata di Sole che di invernale aveva ben poco, a parte qualche bruma mattutina.

Così, nell’attesa che Loki faccia ciò che deve fare (cioè, fornirmi garanzie adeguate di non dovermi svegliare e alzare in piena notte per farlo uscire in giardino), cerco di elencare mentalmente i segnali che ho riscontato fino a ora dell’arrivo ormai imminente della primavera – al netto di quelli più palesi, come le giornate sempre più lunghe, le fioriture nei prati e le nuove gemme sui rami degli alberi.

Dunque…

  1. Il gran cinguettare antelucano degli uccelli, quando fino a qualche giorno fa, alla stessa ora mattutina, il silenzio ornitologico era assoluto.
  2. I guaiti delle volpi che provengono dal bosco, più frementi del solito: forse sono le madri che segnalano e salvaguardano la presenza dei cuccioli appena nati, ovvero il parto imminente.
  3. Il verde brillantissimo delle radure prative in mezzo ai boschi ancora spogli, già ricoperte di nuova erba che pare retroilluminata per tanto che splende.
  4. Il buio del cielo notturno, che è meno buio di qualche settimana fa.
  5. Orione (la costellazione, intendo) che notte dopo notte scende e s’allontana sempre più oltre le montagne che chiudono il mio orizzonte visivo a meridione.
  6. Il moscone (l’insetto, intendo, non il natante altrimenti detto pattino) assolutamente vispo che mi ha sorvolato quand’ero ben oltre i 1000 metri di quota.
  7. Non tanto la quantità di fiori che compare nei prati quanto la dimensione delle corolle: vi sono ellebori grossi ormai quasi quanto dei cd.
  8. La fine dei lavori di taglio dei boschi, i cui tipici rumori vanno ormai svanendo.
  9. Il profumo dell’aria. Forse si tratta solo di una mera suggestione (d’altro canto di cosa è fatta la vita in gran parte, se non di suggestioni alle quali conferiamo veridicità più o meno giustificate?), ma da sempre sono convinto che ogni stagione effonda un proprio profumo che si coglie ad ogni suo inizio, quando si fa più evidente la differenza con quello della stagione in conclusione. La primavera, banale dirlo ma tant’è, profuma di nuovo.
  10. Per fare cifra tonda, una volta avrei potuto aggiungere la fiacchezza che a ogni sentore di primavera mi coglieva (subito contrastata da mia madre con qualche “ricostituente” che non ho mai capito se funzionasse veramente o se per un effetto placebo maternamente indotto) e che invece adesso non mi coglie più. Dunque, temo che questo non possa più considerarlo un segno del prossimo arrivo della primavera ma dell’ingresso imminente nell’autunno – anagrafico!

Tuttavia, forse il segno invariabilmente più forte che preannuncia il ritorno della primavera è proprio la gioia più o meno vaga che ad un certo punto di febbraio percepiamo dentro di noi. Anche colui che sia un grande appassionato dell’inverno (per quel poco che ne resta, oggi), sono certo che, al percepire qualsiasi pur minima cosa tipicamente primaverile, un moto di esultanza ce l’abbia, in cuor suo.

Già.

Buonanotte.

Primavera non bussa, lei entra sicura,
come il fumo lei penetra in ogni fessura,
ha le labbra di carne, i capelli di grano,
che paura, che voglia che ti prenda per mano.
Che paura, che voglia che ti porti lontano.

[Fabrizio De André, Un chimico, in Non al denaro, non all’amore né al cielo, Produttori Associati, 1971.]

Il delirio di onnipotenza turistica che finirà per distruggere il Monte San Primo

A proposito dell’assurdo e sconcertante progetto di nuovi impianti sciistici sul Monte San Primo, del quale un paio di giorni fa scrivevo qui con inevitabile sarcasmo, ne ho parlato in una bella e eloquente chiacchierata pubblicata su “L’AltraMontagna” mercoledì 19 febbraio con Roberto Fumagalli, portavoce del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” il quale rappresenta non solo decine di associazioni unite nella contrarietà al progetto ma pure una vastissima massa critica che a livello nazionale e internazionale ha manifestato la propria opposizione allo scriteriato assalto ad un monte tanto bello e fragile come il San Primo quanto ricco di grandi potenzialità per il turismo dolce.

Eccovi qui sotto un passaggio dell’intervista:

La recente delibera (datata 9 gennaio 2025) della Comunità Montana del Triangolo Lariano, uno degli enti pubblici ai quali fa capo il progetto di rilancio dell’ex comprensorio sciistico del San Primo, ne modifica parzialmente le versioni precedenti; nonostante ciò il vostro coordinamento conferma la forte contrarietà all’impostazione e ai contenuti del progetto. Come è stato modificato il progetto e perché permane la vostra opposizione?
La ‘revisione’ del progetto consiste, in pratica, solo nell’aver introdotto piccole modifiche e una rimodulazione delle spese: di fatto solo un’operazione di maquillage.
Il focus del progetto continua, purtroppo, a essere incentrato sullo sci e sull’innevamento artificiale. Circa la metà degli oltre 5 milioni di euro stanziati, verrebbero utilizzati per la sistemazione di 3 piste, per 3 tapis roulant, per i cannoni sparaneve, per il laghetto artificiale indispensabile per la neve programmata. Un progetto, quello per la parte sciistica e di innevamento artificiale (inclusi tapis roulant e altre opere connesse) che non tiene conto del cambiamento climatico, che già da decenni sta determinando – a livello globale e locale – un aumento delle temperature anche invernali e una sempre minore nevosità.
Oltre a questo, sono previsti altri interventi impattanti, come i nuovi parcheggi (300 mila euro per creare 160 nuovi posti auto): solo per la realizzazione di un nuovo mega parcheggio da 100 posti, verrà deturpata una vasta area boschiva, con conseguente taglio di alberi e un consistente riporto di terra artificiale per livellare le forti pendenze. Il nuovo parcheggio coprirà un’area di oltre 2 mila metri quadri. Sono poi previsti altri parcheggi per ulteriori 60 posti, che altrettanto comporteranno sbancamenti e taglio di alberi di pregio.

In tal senso la posizione inspiegabilmente ostinata del Comune di Bellagio nel voler realizzare gli impianti, spalleggiata dalla Comunità Montana del Triangolo Lariano e da Regione Lombardia, risulta ancora più assurda. Bellagio, nel cui territorio comunale si trova il Monte San Primo, è già una delle località italiane più note al mondo, ormai sottoposta a flussi turistici fin troppo ingenti (tant’è che pure qui si comincia a parlare di overtourism); posto ciò cosa fa il Comune? Intende realizzare un luna-park sciistico (a 1100 metri di quota, dove la neve ormai non si vede più) dal costo di oltre due milioni di Euro di soldi pubblici per portare lo stesso modello turistico massificato e impattante anche sul San Primo, invece di progettarvi una frequentazione di matrice naturalistica ben più sostenibile e consapevole che proprio nel confronto con quella massificata del lago troverebbe buona parte del proprio senso e delle più vantaggiose potenzialità.

Una sorta di “delirio di onnipotenza turistica” che rischia di rovinare irrimediabilmente non solo il territorio e il paesaggio del Monte San Primo (per giunta sprecando una grossa somma di denaro pubblico) ma pure l’immagine internazionale di Bellagio, «il posto che pur di attrarre turisti distrugge le sue montagne».

Come fanno a non capire una cosa così evidente? Come si può essere così indifferenti rispetto alla realtà del luogo, alle sue autentiche specificità, alla sua peculiare bellezza? E come si possono sprecare così malamente così tanti soldi pubblici che potrebbero servire a finanziare mille altre cose ben più consone e utili?

Potete leggere l’intervista completa su “L’AltraMontagna” cliccando sull’immagine in testa al post.

Il nome giusto per il comprensorio sciistico sul Monte San Primo

Come forse avrete letto sui media d’informazione, gli enti promotori del progetto di nuovi impianti sciistici sul Monte San Primo a soli 1100 metri di quota (Comune di Bellagio, Comunità Montana del Triangolo Lariano, Regione Lombardia) hanno confermato di voler andare avanti con il progetto e di spenderci più di due milioni di Euro di soldi pubblici. Ciò nonostante la crisi climatica in corso e che sul San Primo da lustri non ci sono più le condizioni ambientali e non nevica a sufficienza per sciare (piove, semmai), nonostante i danni ambientali conseguenti e la palese insostenibilità economica degli impianti, nonostante i pareri contrari, solidamente motivati, di esperti d’ogni settore e l’opposizione generale, nonché rifiutando ogni confronto sul progetto e qualsiasi interlocuzione con la comunità locale.

[La quota delle piste in concessione sul Monte San Primo, tratto dall’“Elenco regionale delle piste dedicate agli sport sulla neve”, Decreto nr.8838 del 11/06/2024 di Regione Lombardia.]
Nonostante un progetto che da subito si manifesta sotto ogni aspetto come un disastro annunciato, in buona sostanza.

A questo punto, ai suddetti promotori degli impianti sul San Primo vorrei proporre il nuovo nome del comprensorio sciistico, che mi pare assolutamente consono alle circostanze e alla “filosofia” di fondo del progetto:


Ecco.

N.B.: per qualsiasi altra informazione al riguardo, potete visitare il sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, qui.