Cambiamento?

[Immagine tratta dal web.]
Una delle parole che più viene spesa, in questo periodo pandemico e emergenziale, è sicuramente “cambiamento”. Il coronavirus chi ha cambiato la vita, dovremo cambiare le nostre abitudini, c’è la necessità di un cambiamento dei nostri stili di vita, niente sarà come prima e tutto cambierà, eccetera.

Ok, tutto giusto, tutto comprensibile.

Ma cosa vogliamo intendere, poi, con la parola “cambiamento”?

Ci sto pensando di frequente, in questi giorni, leggendo appunto un po’ ovunque di questi inviti o di intenti sul cambiare, e mi pare che, a fronte di quanto sia invocata la parola con tutti i suoi derivati, molto meno ci si esprima concretamente sul cosa cambiare, come, quanto, perché.

A parte che già molti, in filosofia, hanno cercato di disquisire sulla questione fin dai tempi antichi, da Aristotele – che sosteneva (nella Fisica) che se c’è il tempo c’è il cambiamento e solo se c’è un cambiamento può esistere il tempo – in poi, e di recente è uscito questo interessante libro di Federico Sollazzo che offre uno sguardo moderno-contemporaneo sul tema. Ma qui, senza andar troppo sul filosoficamente difficile, vorrei mantenere la mia riflessione su un piano più pratico e quotidiano, in particolare riguardo cosa si possa considerare un “vero” cambiamento, nel presente e nel mondo in cui viviamo.

In primis, mi viene da dire che Aristotele aveva ragione, anche intendendo il “tempo” per come lo fa la fisica contemporanea cioè qualcosa di sostanzialmente inesistente, dacché espressione di moto nello spazio: ma pure il moto a ben vedere è cambiamento – di posizione, di velocità, a volte di forma, e così via. Aveva ragione nel senso che l’esistenza del mondo e della vita è cambiamento, e se così non fosse di vita al mondo ce ne sarebbe ben poca! Similmente l’evoluzione della vita – umana, nello specifico, anche come nell’espressione della sua “civiltà” – deve necessariamente comportare un continuo cambiamento, al punto da poter dire che la normalità, che sovente noi intendiamo con fissità e costanza delle cose, è in realtà il frutto di un continuo cambiamento che, per quanto sopra, non intendiamo (più) come tale: un processo fatto di ininterrotte minime variazioni che assimiliamo inconsciamente negli automatismi della quotidianità ed effettivamente ci cambiano e cambiano il mondo che abbiamo intorno ma, appunto, quasi sempre senza che ce ne rendiamo conto.

D’altro canto viviamo pure una quotidianità che, da queste italiche parti, ha reso fondamentale (anche immaterialmente) il gattopardiano principio del “tutto cambi affinché nulla cambi”, cioè quel modus vivendi e operandi artificioso e deviato – per fini sovente ben poco nobili, inutile rimarcarlo – che arrota il processo di cambiamento su se stesso vanificandone gli effetti e cortocircuitando la sua aristotelica “normalità”. Non è un caso, infatti, che la vitalità civica e culturale del paese sia a dir poco asfittica se non già alquanto comatosa – per non dire pure di peggio.

Dunque, cosa dobbiamo e possiamo intendere con “cambiamento”? Non poterci più abbracciare o dover far la coda distanziati di un metro fuori dal panettiere è un cambiamento? Per me no. Acquistare un paio di sneakers on line al posto di andare al negozio di scarpe è un cambiamento? No, nella sostanza non lo è. Il coronavirus insomma, ci ha cambiato la vita? Io credo di no, semmai ha variato la forma di certe azioni quotidiane ma non la sostanza, che resta sempre quella di prima. A volte nemmeno eventi ben più radicali provocano un autentico cambiamento – una guerra, oppure una catastrofe naturale, ad esempio – ma producono assestamenti più o meno profondi che generano le stesse cose di prima in forme diverse ma con identiche sostanze, ribadisco. Non sono “cambiamenti”: semplicemente, la meta resta quella di prima ma la si raggiunge da una via parallela (o differente ma non troppo, visto dove conduce) alla precedente.

Invece, se leggo dell’etimologia del termine cambiare – mi studio spesso l’origine delle parole perché in essa vi si trova facilmente il loro senso autentico, che resta sempre valido anche quando quelle parole abbiano assunto altri significati, a volte persino antitetici a quelli originari – scopro che avrebbe una possibile correlazione con il greco antico σκαμβός (skambós), “piegato, curvo”; leggo pure che in greco “kampè”, che proviene dalla stessa radice etimologica, significa giravolta. Cioè, il termine ha a che fare con un cambio piuttosto netto di direzione, addirittura un dietrofront o quasi. Da questo punto di vista, credo sia facile convenire che di cambiamenti autentici ve ne siano in atto molto pochi, in questi momenti, e ancor meno se ne vedano all’orizzonte, forse. Nel passato sì, ce ne sono stati parecchi di cambiamenti, dalla ruota in poi, ed è stato grazie a quelli se la civiltà umana è arrivata al punto evolutivo in cui è – be’, nel bene e nel male di ciò, ovvio. Anche il web è stato un bel cambiamento, ma che forse non ha (ancora?) generato tutta la portata dei suoi effetti potenziali e che d’altro canto per molti versi non ha realmente “deviato di netto” la nostra vita quotidiana, pur variando molte delle sue azioni quotidiane. Nemmeno la conquista della Luna è stata un cambiamento o, meglio, le è stato impedito di esserlo, ma di sicuro se un domani si potesse andare a vivere sulla Luna o su Marte adattando a tali mondi e alla loro diversità nei confronti della Terra le nostre vite allora sì, per chi lo affronterebbe sarebbe un gran cambiamento – ma solo banali esempi, questi, tra i miliardi che si potrebbero proporre al riguardo.

Quindi? Be’, ammetto che una risposta al mio quesito inziale non ce l’ho, almeno per il momento, ovvero ne avrei che tuttavia avrebbero valore per me ma forse non lo avrebbero per altri. E questa osservazione, però, non è una risposta ma potrebbe esserne l’anticamera… Mi viene infatti in mente una citazione di Tolstoj, «Tutti pensano a cambiare l’umanità, e nessuno pensa a cambiare sé stesso», che mi pare assolutamente interessante sul tema. Cioè: e se il più vero e “curvante” cambiamento non fosse da ricercare e conseguire – ovvero da attendere e aspettarsi – intorno a noi ma dentro di noi? E se fosse primariamente immateriale, per poter poi essere materiale e pratico? Quanti cambiamenti vengono invocati per il mondo, in effetti, ma al contempo si resiste nel cambiare i nostri relativi atteggiamenti! Altrimenti, per fare un esempio, la “rivoluzione” delle energie sostenibili l’avremmo attuata da qualche decennio mentre al momento siamo ancora alle belle parole e ai pochi veri e utili fatti. O per restare in ambiti più quotidiani e nostrani: quanto spesso si invoca una maggior moralità e un più alto senso civico, nella società italiana, ma poi per primi se possiamo fare i furbi lo facciamo autoassolvendoci all’istante perché «massì, che sarà mai, una volta ogni tanto!» – e così, rapidamente, quella volta ogni tanto diventa la norma: un cambiamento anche questo, in fondo, cioè una retromarcia verso lo schianto prossimo contro il muro dell’ipocrisia!

Ma, ribadisco, al momento di risposte certe non ne ho, ho solo riflessioni, osservazioni, elucubrazioni, arzigogoli, scempiaggini forse, e certamente (ma inevitabilmente) qui non posso che trattare la questione in modo essenziale e sbrigativo. Tuttavia, quello sul cosa cambiare, come, quanto, perché cambiare è un tema al quale dovremmo pensare meglio, io dico, che dovremmo meglio definire, determinare, sviscerare, e comprendere a fondo nelle sue accezioni teoriche e pratiche. E dovremmo farlo partendo necessariamente da noi stessi, dal porci le domande e cercarci le migliori risposte possibili nella visione consapevole del mondo che abbiamo ovvero che vorremmo avere e conseguire, sentendoci ben coinvolti in essa e giammai estranei cioè pronti al far spallucce, allo scaricabarile o alla fuga. Altrimenti, temo, il “cambiamento” resterà solo l’ennesima bella parola da usare nei nostri discorsi sui massimi sistemi prima di tornare a perdere tempo nelle bazzecole dei social o di fumarci un’altra sigaretta per poi buttarne il mozzicone in terra. Come sempre, già.

La lettura fondamentale

[Foto di Mystic Art Design da Pixabay ]
(Prima leggete, poi vi dico.)

Si leggono spesso sui media e si dichiarano da più parti i numerosi vantaggi conseguibili grazie alla lettura di un buon libro: fa bene alla mente, ci consente di accrescere la nostra cultura e la conoscenza del mondo in cui viviamo, aiuta a combattere lo stress della quotidianità contemporanea, rende più coraggiosi e al contempo più sensibili, addirittura – secondo alcuni recenti e serissimi studi scientifici – consentirebbe di vivere più a lungo rispetto a chi non legga del tutto o soltanto saltuariamente.

A ben vedere l’elenco di tali vantaggi potrebbe continuare ancora a lungo: basterebbe una rapida ricerca sul web per infoltirlo a non finire. In ogni caso, a lato di ciò, personalmente non perdo mai occasione di rimarcare come il libro sia sotto tutti i punti di vista l’oggetto culturale per eccellenza: per accessibilità, diffusione potenziale, rapporto qualità/prezzo (salvo certa produzione odierna di natura assai consumistica, ovviamente) ed efficacia culturale e formativa. Per godere della bontà dei libri basta recarsi in una libreria o affidarsi ai negozi on line e rapidamente possiamo entrare in possesso di opere e scritti letterari che, in certi casi, arrivano a cambiarci la vita o, quanto meno, a illuminarci e ispirare la nostra visione delle cose del mondo.

Per tale motivo la lettura è una pratica semplicemente fondamentale per l’uomo, quand’esso si voglia definire (e mostrare) “intelligente”. A volte trascurata, minimizzata, banalizzata, da qualcuno purtroppo ignorata o rifiutata, eppure è sempre a nostra disposizione, anche per chi verso di essa dimostra di non nutrire alcun interesse e dunque di non comprendere la sua grande importanza.

D’altro canto, sovente banalizzato è anche l’esercizio della scrittura letteraria, che in molti casi oggi pare non essere più così correlato, a mio modo di vedere, a una regola assolutamente basilare dello scrivere: l’aver qualcosa di interessante da dire e da raccontare. Una regola solo apparentemente scontata, quando invece scrivere senza comunicare nulla è un po’ come dire di aver visitato una città senza essere mai scesi dall’auto con la quale ci si è giunti. Come scrisse acutamente Karl Kraus, «Il pensiero è ciò che manca a una banalità per essere un pensiero.»

(Ecco, questo è l’incipit di un testo inedito – uno di quelli scritti un po’ di tempo fa e poi lasciati lì, a “maturare”, in attesa di evoluzioni narrative o editoriali che forse arriveranno domani, forse tra un mese, forse mai – nel quale, nonostante le apparenze, non disquisisco di lettura. O meglio: sì, disquisisco di lettura ma non di libri. Anzi, qui invero sì, disquisisco di lettura di libri ma, per tutto il restante testo, scrivo della lettura di qualcosa che è completamente diverso dai libri eppure totalmente scritto, esattamente come un libro. E come un libro in grado di raccontare infinite e affascinanti storie, già. Be’, insomma, magari più avanti vi dirò di più. Forse.)

Tra finedelmondisti e nientedicheisti

[Foto di Ryan McGuire da Pixabay ]
Scrivevo qui sul blog, qualche post fa, che le situazioni emergenziali mediatizzate, con tutta la pressione psicologica che scaricano su una società già gravata da problematiche varie, tra dissociazioni cognitive, alienazioni, fobie d’ogni genere e sorta, eccetera, tendono a estremizzare i limiti, in “alto” e in “basso”, degli atti e dei comportamenti diffusi, così che ad esempio i gesti nobili seppur ordinari divengono addirittura eroici mentre quelli meno nobili, ma altrettanto ordinari, assumono quasi tratti delinquenziali.

Sto notando che, appunto, questo “principio” vale anche per gli atteggiamenti con i quali certe persone si rapportano all’emergenza in corso: così, in questi giorni, mi trovo ad avere a che fare con dei catastrofisti assoluti-anche-più-del-solito, tanto da poter essere definiti anche come finedelmondisti o armageddonisti, gente già avvezza ad atteggiamenti del genere che ora ha rotto tutti i freni cognitivi possibili e «andrà tutto male!», «non ne usciremo più!», «è peggio di una guerra!» (quando poi nella maggior parte di casi la guerra, quella vera, tali persone non l’hanno mai vista; ma anche di questo particolare aspetto del periodo in corso ho disquisito qui). Di contro, mi ritrovo anche ad avere a che fare con i tipi opposti, quelli ben oltre il mero “andrà tutto bene”, i nientedicheisti – l’ultimo del genere l’ho “intercettato” ieri – che ti parlano come se non stesse accadendo nulla e ti propongono cose da fare tra qualche giorno o poco più, come se con un battimano la situazione potesse svanire di colpo senza lasciare alcun strascico, materiale e immateriale. Che a me, a quello di ieri, m’è venuto da ribattergli «Ma… stai dicendo sul serio?» e lui, come niente fosse, appunto, «Sì, perché?»

E dunque ci penso, a questi tizi, e mi chiedo quale sia peggio dei due tipi, quale che, alla lunga, provochi i danni peggiori – a chi gli sta intorno, dacché a se stesso sono affari suoi. Ovvero, rifletto su come la gestione mediatica di certe situazioni collettive  di natura sociologica – a prescindere dalle cause che le inducono – sia una pratica che abbisogni ancora di molto studio, in (e da parte di) certi settori della sfera pubblica. Uno “studio” peraltro iniziato molto tempo fa, come dimostrarono bene i marziani di Orson Welles già nel 1938. E forse alla fine, nonostante questo, il modus vivendi impostoci dalle nostre società occidentali, quando non mediato da un’atmosfera culturale adeguatamente e razionalmente virtuosa ovvero quando basato quasi esclusivamente sul sonno della ragione, genera mostri che risultano incontrollabili persino ai loro creatori. Il che, peraltro, è un processo prodromico alla tirannia più assoluta e spietata, unica forma di controllo, appunto, che certo “potere” è in grado di attuare (e al quale tende) per salvaguardarsi e salvaguardare i propri privilegi.

Poi, be’, ci mancherebbe: magari hanno ragione quelli, i finedelmondisti oppure i nientedicheisti, e siamo noi razionalisti a essere gli “anormali”, a stare (ed essere messi) ai margini dello “spettro comportamentale” nel quale si manifestano le azioni materiali e immateriali della società civile in cui viviamo, anche perché sempre molto poco gradita, la razionalità, dai suddetti poteri dominanti. D’altro canto, come diceva Goethe, «Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo». Che in effetti, nel caso, è una bella prova di mancanza di razionalità, ecco.