«CHE SCHIFO I SENTIERI DI MONTAGNA!»

[Il percorso “ciclopedonale” in corso di realizzazione in Valle Imagna. Immagine tratta da www.lavocedellevalli.it.]
E «che schifo frequentare l’ambiente naturale quando sia veramente tale!», «che brutta cosa il silenzio dei boschi!», «poveri stupidi quelli che semplicemente camminano nel paesaggio alpestre!» e via di questo tono… Viene da credere che molte amministrazioni locali pensino questo delle loro montagne, a giudicare dalla proliferazione crescente da esse patrocinata di piste agrosilvopastorali, spacciate per viabilità al servizio di aree agricole e forestali ma in verità parte di una ormai chiara strategia politica di infrastrutturazione a favore del turismo di massa, definita con il termine di “valorizzazione” che però per tale strategia significa messa a valore, cioè (s)vendita dei territori coinvolti sul mercato turistico senza nessun reale vantaggio per le comunità residenti in loco.

Vi cito due casi recenti, ultimi di una ormai troppo lunga e inaccettabile serie.

Nel Parco delle Orobie Valtellinesi – dunque in un’area protetta, se questo vocabolo ha ancora un senso in questo paese – si vorrebbero realizzare 47 chilometri di nuovi tracciati VASP (Viabilità Agro-Silvo-Pastorale) presentati al servizio di «attività del settore primario, quindi agricoltura e silvicoltura» ma che risulta evidente abbiano un “secondo” fine turistico, come la cronaca recente dimostra, per il fatto che spesso raggiungono alpeggi e boschi abbandonati da tempo e per come gli stessi enti pubblici che li presentano in quel modo dimostrino di (non) sostenere l’agricoltura e la silvicoltura di montagna: cioè con risorse risibili che non aiuteranno mai chi vorrà lavorare in quei settori e dunque che potrebbe avere bisogno della nuova VASP. Che nel solo Parco delle Orobie Valtellinesi – in un’area di tutela naturale, ribadisco – assomma a quasi 450 chilometri di strade (!).

[Un tratto di ciclovia di recente realizzazione in Val Gerola, nel Parco delle Orobie valtellinesi. Per saperne di più cliccate qui.]
Tutto ciò viene denunciato da varie associazioni di protezione ambientale e realtà territoriali valtellinesi, che chiedono di fermare immediatamente la Variante presentata nel corso della Conferenza pubblica del procedimento di Valutazione Ambientale Strategica (VAS), indetto dal Parco il 4 febbraio 2026, per le molte criticità e per i danni pressoché inevitabili che le nuove strade provocherebbero, non solo all’ambiente naturale di aree classificate come “molto vulnerabili” ma pure alla viabilità escursionistica storica come la Gran Via delle Orobie o quella che raggiunge i manufatti della Linea Cadorna. La Variante infatti ammetterebbe la distruzione dei percorsi originali qualora la conservazione in situ non fosse ritenuta “fattibile”: una cosa che personalmente reputo vergognosa e che di sicuro comporta violazioni del Codice dei Beni Culturali – salvo che non si trovi il modo “all’italiana” di svicolare da tale certezza.

Sul caso valtellinese trovate maggiori dettagli in questo articolo di “Sondrio Today”.

Ancora più sfacciato, per certi versi, è l’intervento previsto in Valle Imagna: qui si sta realizzando un nuovo tracciato di 12 chilometri da Roncola a Costa Imagna lungo il versante orientale dei Monti Linzone e Tesoro che sarà sfregiato da una strada – chiamiamola con il suo vero nome – «con una larghezza media della pista pari a 3 metri che permetterà di far passare due biciclette nei due sensi di marcia». Tre metri, avete letto bene. Il tutto senza nemmeno nascondersi dietro pretese di supporto ad attività primarie di montagna ma dichiarando fin da subito che «la finalità del percorso è principalmente di tipo turistico-escursionistico» e spendendo la bellezza di 4,5 milioni di Euro di soldi pubblici (da Regione Lombardia tramite Bando Itinerari e Piano Lombardia per un totale di 3,6 milioni, dalla Comunità Montana Valle Imagna per 240mila euro, dal Ministero del Turismo per 140mila euro, mentre la restante parte è stata coperta dai Comuni di Roncola e Costa Valle Imagna per 260 mila euro ciascuno). Per di più intaccando l’integrità paesaggistica peculiare della Valle Imagna, una delle poche zone montane della provincia di Bergamo priva di turistificazioni eccessivamente impattanti, per le cui montagne viene così avviata la più deprecabile banalizzazione culturale.

[Un’altra veduta del percorso “ciclopedonale” della Valle Imagna. Immagine tratta da www.lavocedellevalli.it.]
Anche qui si tratta di una cosa vergognosa, lo ribadisco, messa in atto da amministratori locali (spalleggiati con insuperabile impegno da Regione Lombardia, sempre capace a essere “sovranista” con le montagne degli altri (semi-cit.) e raramente attenta a difendere le proprie) che, evidentemente, hanno ormai dimenticato il rispetto, la sensibilità e la tutela verso i propri territori montani e hanno come unico pensiero quello di svenderli sul mercato turistico per mere ragioni di propaganda elettorale, suppongo. Perché non c’è nulla, in queste iniziative, che comporti un’autentica «valorizzazione» dei territori coinvolti. E infatti il termine è ormai talmente abusato e travisato – dacché inteso come messa a valore, esattamente come si fa con un bene di consumo da vendere, ripeto – da aver perso ogni buon senso, lessicale e non solo.

[Altra veduta del percorso “ciclopedonale” della Valle Imagna. Immagine tratta da www.lavocedellevalli.it.]
La strategia è palese, come detto, ben aderente ai principi della lunaparkizzazione delle montagne, della riproposizione dei modelli turistici massificati tipici dell’industria dello sci (ormai prossima alla fine) che puntano a trasformare i territori montani in “divertimentifici” al servizio del turismo mordi-e-fuggi, senza alcuna attenzione alla loro cultura, alla tutela ambientale e del paesaggio, senza alcuna visione e progettualità organica di medio-lungo termine, palesando l’incapacità di costruire una proposta turistica realmente consona ai territori, specifica, attrattiva e non così banale e scopiazzata come questa, con sconcertante disinteresse verso i reali bisogni delle comunità residenti. Una strategia che butta sul territorio innumerevoli opere ad mentula canis, sovente malfatte tant’è che in breve tempo imporranno ulteriori esborsi di denaro pubblico per la loro manutenzione, che diventeranno nuove piste per i soliti motociclisti fuorilegge (e regolarmente impuniti) i quali con i loro transiti a tutto gas ne accelereranno il dissesto e acuiranno l’impatto ambientale generale, e per le quali le promesse su che «Non è previsto il passaggio di mezzi a motore» suonano da subito come ulteriori beffe oltre ai danni, perché lo sanno anche i sassi che questa cosa non potrà mai essere realmente garantita. Intanto le strade vengono fatte, il precedente è messo in atto e, in questi casi, vale sempre (ovvero con rarissime eccezioni) la teoria delle finestre rotte: se un edificio presenta i vetri tutte le finestre intatte, a nessuno verrà in mente di romperle; appena ne verrà rotta una, presto verranno rotte tutte le altre. Ecco, tutte queste nuove strade sulle montagne sono vetri rotti, esattamente questo. Se pur qualche tracciato potrebbe essere ammissibile e realmente utile per i rispettivi territori, si tratterebbe di una minimissima parte di quelli previsti. Tutto il resto dà forma a un potenziale gran disastro per le nostre montagne. Della cui effettiva concretizzazione tuttavia, sia ben chiaro, chi ne è stato artefice dovrà pagarne le conseguenze giuridiche.

[Un’altra ciclovia di recente e famigerata realizzazione, quella che sale al Passo del Muretto in Valmalenco: a sinistra in fase di realizzazione nell’estate 2023, a destra come si era ridotta soltanto un anno dopo, tra piogge intense e transiti eccessivi. Per saperne di più cliccate qui.]
In ogni caso la situazione è chiara: camminare su sentieri di montagna ordinari, o anche andarci con una mountain bike se si è in grado di farlo e non si arreca pericolo ad altri non va più bene, è qualcosa da disincentivare, è da sfigati. Servono strade, le più larghe e comode possibili che arrivino ovunque perché tutti hanno diritto (sic!) di andare ovunque in montagna e di andarci comodamente come in città o quasi. Con buona pace della frequentazione responsabile, del rispetto, della consapevolezza di cosa è realmente la montagna. E delle popolazioni locali, che dove non siano così stolte da essere concordi con tale scellerata strategia (e se lo sono è soltanto perché sperano di ricavarci qualche tornaconto personale) sono costrette ad assistere alla svendita, alla banalizzazione e alla devastazione delle proprie montagne.

Ma sia chiaro anche questo che di nuovo ripeto: chi è stato e sarà artefice di tutto ciò dovrà pagarne le conseguenze giuridiche. Punto.

P.S.: invierò queste mie considerazioni ai giornali locali. Secondo voi qualcuno oserà pubblicarle, anche in forma di sunto? “Sondrio Today” lo ha fatto riprendendo la protesta delle associazioni di tutela ambientale intervenute sulle VASP valtellinesi e bisogna dargliene atto. Gli altri mi auguro che manifestino la stessa sensibilità: non tanto per le mie considerazioni quanto verso le nostre montagne.

L’hospitality lifestyle, pòta! (Un post ironico, ma nemmeno troppo)

[La zona di Polzone nel comprensorio sciistico di Colere. Immagine tratta da facebook.com/colereskiarea2200.]
Ultimamente in alcuni articoli (soprattutto qui e qui) mi sono occupato del vocabolario turistico contemporaneo, quello sovente utilizzato dal relativo marketing e spesso fatto proprio dai soggetti istituzionali, pubblici e privati che ne sostengono le attività. Un vocabolario nel quale certi termini sono divenuti ormai parecchio abusati e, in ciò, ne palesano il valore culturale – ovvero la sua assenza, cioè la sua sottomissione ai meri scopi commerciali dell’industria turistica (legittimi seppur a volte poco sensati) e a quei soggetti appena citati che la affiancano. L’impressione vivida che se ne ricava, comunque, è che un tale vocabolario così alterato nella forma lessicale e nella sostanza narrativa spesso sembra fatto apposta per rendere bello e attrattivo ciò che non lo è così tanto, sia una località, un hotel o un’esperienza turistica, ovvero per confondere da subito le idee dei potenziali fruitori che a fronte di certe parole e formule suggestive attivano una sorta di “sospensione di incredulità” che elimina dubbi e domande altrimenti (se si restasse un po’ più attenti e curiosi) inevitabili.

Per di più, molti di questi termini e formule pomposamente abusate sono pure di origine straniera, nella maggior parte dei casi anglosassone, il che dona alla loro suggestione confondente e straniante un quid di internazionalità e cosmopolitismo che ne accentua gli effetti. Di contro, tale aspetto cozza frontalmente con quella che oggi si considera una delle sfide principali che il turismo dovrà affrontare da qui al prossimo futuro, soprattutto quello montano:  sviluppare un racconto identitario dei territori e delle loro specificità culturali. Una narrazione peraltro sempre più richiesta e apprezzata da chi decide di passare le proprie vacanze e trascorrere del tempo in luoghi di pregio, come rilevano gli stessi grandi operatori del settore turistico. E se ciò vale a maggior ragione in montagna, ancor più lo vale in territori come quelli bergamaschi, dotati di specificità culturali e identitarie particolarmente spiccate e caratterizzanti.

Bene, detto ciò… A Colere, località sciistica posta proprio sulle Prealpi bergamasche – assurta da qualche tempo agli onori della cronaca in forza del mastodontico (anche finanziariamente, visti i 70 milioni di costo previsti, per buona parte pubblici) e osteggiatissimo progetto di collegamento del proprio comprensorio con quello di Lizzola, nell’adiacente Valle Seriana – è da poco stato aperto il nuovo “Colere 1600 by Cloud 7 Hotels”, un 4 stelle sorto dalla ristrutturazione di un precedente albergo posto a 1600 metri di quota.

[Per leggere l’articolo, tratto da “Myvalley.it“, cliccate sull’immagine.]
Nella presentazione del nuovo hotel della quale la stampa locale ha dato notiziatenete presente quanto avete appena letto lì sopra su turismo, cultura e identità! – si legge che è stato dato in gestione al gruppo Kerten Hospitaliy:

Si tratta di un operatore internazionale nel settore dell’hospitality lifestyle. Il brand propone soluzioni dal design moderno e dallo stile vivace, pensate per offrire comfort, esperienze autentiche di social living e un’ospitalità autentica. Ogni struttura riflette il carattere e l’anima del luogo, combinando formule di soggiorno flessibili con una vera immersione culturale, rendendola la scelta ideale per viaggiatori curiosi e famiglie in cerca di avventure uniche.

Ehm… «carattere e l’anima del luogo», «una vera immersione culturale»… e poi hospitality lifestyle, brand, social living?

Forse mi sbaglio, ma non mi pare d’aver mai sentito, nella pur celeberrima parlata dialettale bergamasca, particolarmente peculiare, quelle parole e formule!

Quindi, tutta questa immersione culturale nell’anima del luogo, dov’è? Le considerazioni sulle sfide narrative dei territori che il turismo contemporaneo e del prossimo futuro deve elaborare, che fine hanno fatto?

Posto tutto quanto avete letto fin qui, ho deciso di fare una cosa: ho affidato all’IA la traduzione di quegli anglicismi, suggestivi ma del tutto avulsi al territorio montano e alla realtà culturale, nel dialetto bergamasco. Ecco la risposta che l’IA ha elaborato e mi ha proposto:

Ci ho riprovato una seconda volta, aggiungendo qualche dettaglio ulteriore:

Be’, sapete che, effettivamente, già ora l’intelligenza artificiale si dimostra più intelligente e sensata di certa intelligenza umana?

Insomma, parliamoci chiaro: non è una questione di esterofobia linguistica, sia lode e gloria alle nuove parole di qualsivoglia origine quando arricchiscono la lingua, ma non quando la impoveriscono e scompaginano! Perché in queste circostanze il problema non è nemmeno nell’uso (e a volte abuso) di certe parole e definizioni, ma sta nella perdita di cognizione del senso di esse, del significato rispetto al contesto al quale si riferiscono, del valore semantico che viene trascurato per fare di quelle parole e definizioni delle scatole vuote entro cui mettere tutt’altro che con esse, e con la narrazione entro la quale si trovano (o vengono infilate a forza) non c’entra nulla ma è funzionale ad altri scopi, quasi sempre molto materiali e gretti. Una realtà, questa, che contribuisce a degradare e banalizzare l’esperienza turistica contemporanea, a danno sia dei turisti che dei luoghi – e sarebbe il caso che il turismo massificato odierno, già degradato e degradante, non finisca per imporre questa ulteriore zavorra ai luoghi nei quali (legittimamente, ma non troppo) vuole fare affari.

Bene, ora, per finire, non mi resta che contattare la struttura di Colere e suggerire questo testo rivisto dalla IA, magari non filologicamente correttissimo ma di sicuro più consono all’anima culturale delle montagne locali:

Si tratta di un operatore internazionale nel settore della manéra de vif de l’acetì. Ol nòm propone soluzioni dal gàrbu moderno e dallo stile vivace, pensate per offrire cumudità, esperienze autentiche d’ol viv in compagnia e un’ospitalità autentica.

Molto meglio così, vero?

A che punto è l’emblematica questione del collegamento sciistico tra Colere e Lizzola?

È ormai passato un anno da quando il “caso Colere-Lizzola” – cioè il progetto da oltre 70 milioni di Euro di collegamento tra i due comprensori sciistici sulle Prealpi bergamasche posti in gran parte sotto i 2000 metri di quota e in zone variamente sottoposte a tutela ambientale – è scoppiato in tutto il suo fragore, echeggiato sulla stampa locale e nazionale nonché nei vari incontri pubblici organizzati al riguardo dai soggetti che si sono mossi contro il progetto e a tutela dei territori montani coinvolti. Qui trovate i numerosi articoli che anch’io gli dedicato.

Un caso che è diventato rapidamente emblematico al pari di altri (Monte San Primo, Vallone delle Cime Bianche, Tangenzialina dell’Alute, le varie infrastrutture olimpiche, eccetera) circa la più opinabile turistificazione delle montagne, in forza dell’enorme investimento previsto – per la gran parte pubblico – a fronte della limitatezza e dell’attrattività del comprensorio sciistico rispetto ad altri ben più grandi e strutturati posta alla stessa distanza da Milano (ovvio bacino d’utenza primario della località), della sua vulnerabilità agli effetti della crisi climatica, del territorio coinvolto estremamente pregiato e delicato, dei bisogni ben diversi e insoddisfatti utili alla quotidianità delle comunità locali, e così via.

Dunque, dopo la pubblicazione del progetto di collegamento definitivo, lo scorso anno, e le varie iniziative di sensibilizzazione e di opposizione ad esso, qual è ad oggi il punto della situazione?

Lo delinea dettagliatamente il recente comunicato stampa delle associazioni che si stanno muovendo contro il progetto, cioè Orobievive, TerreAlt(r)e, Valle di Scalve bene comune, Lipu, APE, Legambiente Bergamo, FAB/Flora Alpina Bergamasca e Italia Nostra, che vi propongo di seguito, ringraziando di cuore Angelo Borroni che me l’ha inviato.

A che punto è il collegamento sciistico Colere-Lizzola?

A maggio 2024 RSI, la società che gestisce il comprensorio di Colere, presenta il progetto di collegamento sciistico delle stazioni di Colere e di Lizzola.

A luglio 2025 le relazioni economica-finanziaria e legale, redatte dai consulenti incaricati dagli stessi Comuni, evidenziano le carenze del progetto che pretende la quota prevalente di investimenti effettuata con denaro pubblico, riservandosi per 60 anni la eventuale redditività dell’impresa.

Questi pareri confermano tutte le obiezioni che in questi mesi sono state indicate dai cittadini di buon senso e dalle associazioni, senza dimenticare la devastazione ambientale che coinvolgerebbe anche la Val Conchetta e l’alta Val Sedornia, finora non antropizzate, compromettendone la bellezza e pure la fruibilità turistica estiva, che viene raccontata come “destagionalizzazione”.

Questo progetto acquisisce di fatto la certificazione di non poter stare in piedi.

Le Amministrazioni devono di fatto prendere atto che il collegamento sciistico non è economicamente e giuridicamente sostenibile: il Comune di Colere ha votato contro la richiesta di RSI di allargare alla Val Conchetta la convenzione già in essere; nel Comune di Valbondione l'inserimento del progetto di collegamento sciistico fra le Opere di Pubblica Utilità viene paradossalmente votato dalla minoranza con l’astensione della maggioranza.

Nel frattempo occorre sottolineare che viene negato l’accesso agli atti per conoscere l’evoluzione del progetto. Il Comune di Colere ha inserito nel suo sito una sezione che dovrebbe comprendere il materiale relativo ai rapporti Comune-RSI, ma in realtà molti documenti non sono pubblicati; invece il Comune di Valbondione nega semplicemente tutte le informazioni dopo ormai più di un anno dalla richiesta.

E la stazione di Colere, come sta?

Il bilancio 2024/2025 di RSI srl, società di gestione della stazione di Colere, è ulteriormente peggiorato rispetto al 2023/2024, in quanto:

a) lo stato patrimoniale fotografa una situazione sicuramente non solida dell’impresa, dove i debiti pesano per oltre il 60% del valore delle strutture e dei beni;

b) il conto economico dice che i costi di gestione sono aumentati, mentre gli incassi sono diminuiti, in quanto gli accessi invernali hanno continuato a calare (da 76000 nel 2023/2024 ai 70000 nel 2024/2025);

c) le perdite di esercizio passano da 328.000 a 1.449.000 Euro, gravate dai costi di gestione, cioè consumi energia elettrica, gasolio e acqua, dai costi per il personale, dal peso degli ammortamenti e soprattutto dagli oneri finanziari, che ammontano a 1.143.000 Euro, dovuti all’indebitamento bancario che ha raggiunto i 18.526.000 Euro, la quota prevalente dei debiti pari a 22.737.000 Euro.

Nel frattempo RSI continua a spendere con la ristrutturazione dell’albergo Pian del Sole al Polzone (costo 8 milioni), con il completamento dell’impianto di innevamento artificiale delle piste e con ulteriori edifici.

Questi interventi si aggiungono ad aggravare la passività nel prossimo bilancio con l’espansione dei costi, con il peso degli ammortamenti e di eventuali ulteriori oneri finanziari.

Ma il progetto non va in soffitta, anzi!

RSI, che ha già in tasca l’opzione di rilevare la società che gestisce Lizzola, ha manifestato l’interesse per la stazione di Spiazzi di Gromo, rendendosi disponibile a integrare il finanziamento (6,6 milioni), già assegnato dal Ministero del Turismo alla locale società di gestione IRIS per la sostituzione della seggiovia Vodala, con la prospettiva di rilevare interamente la società.

Nonostante le evidenze che certificano un incerto futuro per lo sci da discesa, nonostante le incontestabili condizioni climatiche sfavorevoli, nonostante i pareri contrari di tutti i consulenti tecnici (incaricati dai Comuni, su indicazione di RSI) e di tutti i responsabili tecnico/finanziari dei Comuni, i rispettivi Sindaci persistono nel voler portare avanti l'assurdo progetto. Come se si trattasse solo di rimuovere o aggirare fastidiosi ostacoli messi in campo da chissà quali nemici del progresso e non da pareri competenti e responsabili. Ma la parte pubblica, quella che dovrebbe rappresentare l'interesse di tutti noi, davvero intende gettare decine di milioni in progetti elitari e senza prospettive, che sottraggono risorse alle necessità prioritarie delle aree montane?

Ecco, questo è ad oggi lo stato di fatto della vicenda.

In chiusura, il comunicato accenna alle domande presentate da entrambe le società di gestione degli impianti di Colere e di Lizzola al bando del Ministero del Turismo per i comprensori sciistici di recente assegnazione (ne ho scritto qui.): 10 milioni sono stati richiesti da parte di Lizzola per la sostituzione delle proprie tre seggiovie attuali con unica cabinovia, una soluzione pensata per il collegamento ma che penalizza le piste di Lizzola; altri 10 milioni sono invece stati richiesti da Colere per la sostituzione di una delle seggiovie (la “Ferrantino”) del proprio comprensorio. Bene, come si evince dalle graduatorie pubblicate, il bando ministeriale ha respinto la richiesta di RSI (Colere), non ammessa perché la società non rientra nei parametri finanziari, mentre quella di Lizzola è stata classificata 31°, formalmente esclusa dall’assegnazione dei fondi ma in posizione potenzialmente funzionale a un eventuale ripescaggio. In ogni caso l’apposito provvedimento della Direzione ministeriale competente che sancisce la graduatoria definitiva non è stato ancora pubblicato, dunque questo aspetto dovrà essere rivisto prossimamente.

Dunque «ai posteri l’ardua sentenza»? No, niente affatto: per tutte le circostanze in corso il caso di “Colere-Lizzola” credo si risolverà presto e mi auguro in modi assolutamente positivi per il territorio locale e la comunità che lo vive.

Nelle Orobie cadono frane, gli ospedali chiudono, non c’è segnale telefonico, ma ci saranno tante nuove seggiovie!

[Le montagne dell’Alta Valle Brembana nella zona dei Laghi Gemelli, in comune di Branzi. Immagine tratta da https://primabergamo.it.]
Anche le valli montane bergamasche stanno sempre più diventando un caso emblematico in tema di gestione (o non gestione) politica dei territori montani.

Notizie recenti sulla stampa locale: le valli montane della Provincia di Bergamo, secondo l’Ispra, sono al 16° posto nella classifica nazionale per rischio frane (in una Lombardia che risulta la regione con il numero più alto di frane censite), ciò evidenziando la necessità di maggiori fondi pubblici per prevenire il dissesto idrogeologico e intervenire in caso di emergenze.

L’ASST locale chiede a gran voce aiuti alla politica per agevolare l’arrivo e la presenza di nuovi infermieri per gli ospedali di montagna, già in crisi di risorse da tempo come ben sappiamo, i quali altrimenti sono sempre più a rischio di chiusura.

In molte zone montane della provincia il segnale telefonico, per non parlare della connessione web, sono assenti, generando grossi problemi tanto ai residenti quanto a chi lassù vuole e vorrebbe lavorare in condizioni degne, per giunta in attività economiche che aiuterebbero i territori a mantenersi vivi. La scorsa settimana la questione «è stata sottoposta a Regione e deputati. Ma per ora, tutto resta fermo.»

Ecco, appunto: regione, deputati, enti pubblici… la politica.
Come risponde la politica a questi bisogni fondamentali per chi vive sulle montagne bergamasche?

Spendendo le risorse che dovrebbero essere impiegate per soddisfare i bisogni dei residenti per finanziare insensati progetti turistici come (un esempio tra i tanti) quello di Piazzatorre, in Valle Brembana: ben 15 milioni e rotti di Euro per un comprensorio sciistico posto sotto i 1800 metri di quota destinato per mille ragioni – climatiche, ambientali, economiche, socioculturali… – ad un inevitabile fallimento. Per non dire di Colere-Lizzola, dove le risorse pubbliche previste ammonterebbero (al momento) addirittura a 50 milioni di Euro.

Poste tali cifre, e viste le criticità sopra elencate (ma ve ne sarebbero altre di citare): va bene così?

È in questo modo che pensiamo di salvare le montagne dallo spopolamento, come ci viene continuamente ripetuto, e di rivitalizzarne le comunità e le economie locali? Costruendo impianti e piste dove non si scia più e lasciando franare strade, chiudere ospedali, e togliendo di fatto un servizio elementare come il telefono?

E quante altre situazioni simili possiamo constatare sulle montagne italiane, con la politica sensibilissima a certe iniziative molto d’immagine e invece poco o nulla nei riguardi dei bisogni concreti e delle necessità fondamentali delle comunità che in montagna vivono e vorrebbero continuare a farlo degnamente e non da cittadini di serie B o C?

Su certi sindaci dei comuni montani bergamaschi che stanno svendendo il futuro delle loro comunità

[immagine di instagram.com/marcosayan10/, che ringrazio molto per avermela inviata!]
So bene che fare il sindaco di un comune di montagna oggi, in Italia, sia quanto mai difficile: riscorse scarse, carenza di personale, criticità socioeconomiche crescenti e una realtà climatica e ambientale sempre più difficile da gestire. Tuttavia, questa situazione non può affatto giustificare l’assoggettamento di alcuni sindaci delle Valli Seriana e Scalve a un progetto tanto devastante come quello dell’ampliamento del comprensorio sciistico tra Colere-Lizzola, per il quale si vorrebbero spendere 70 milioni di Euro, dei quali 50 pubblici, per un progetto che nasce già fallito, sia per la realtà climatica in divenire e sia per l’impossibilità oggettiva di mostrarsi concorrenziale nei confronti di tante altre località sciistiche ben più strutturate peraltro a fronte della situazione del mercato sciistico attuale. Senza contare la devastazione del territorio soggetto all’ampliamento e la distruzione delle sue peculiarità naturalistiche e ambientali, rare se non uniche sulle Orobie, dunque il conseguente inaccettabile degrado culturale del paesaggio locale.

[Uno dei versanti del Pizzo di Petto interessati dal progetto di ampliamento del comprensorio sciistico. Immagine tratta da www.ecodibergamo.it.]
D’altro canto, a me pare che nella “presa di posizione” (quanto autentica e non indotta, poi?) degli amministratori in questione si riveli bene l’incapacità della politica locale contemporanea da un lato di leggere e comprendere la realtà dei propri territori e delle comunità che li abitano, e dall’altro di saper elaborare una visione progettuale di lungo termine e dunque un progetto di sviluppo territoriale articolato che sostenga tutte le economie presenti in funzione del benessere delle comunità e delle loro esigenze quotidiane. Una incapacità molteplice che al solito si lega allo sguardo cortissimo della politica, che non va oltre il mandato elettorale e punta a iniziative che facciano immagine e producano utile propaganda, invece di porsi veramente al servizio delle proprie cittadinanze lavorando per il bene autentico dei territori. Ma è una realtà che ormai in Italia conosciamo bene, d’altronde.

Assolutamente emblematiche in tal senso sono le presunte “motivazioni” addotte dai sindaci a supporto del progetto sciistico: «Un’occasione da non perdere», dicono, utilizzando una delle consuete frasi fatte che saltano fuori in tali circostanze (è una delle varianti, l’altra è «l’ultimo treno da non perdere») e, ovviamente, infilandoci dentro “sostenibile”, termine ormai del tutto svuotato del proprio significato originario e diventato a sua volta strumento di propaganda oltre che di green washing.

È invece un’occasione da lasciar perdere, piuttosto, vista appunto la realtà climatica in divenire che già oggi rende difficile lo sci alle quote in questione, l’evoluzione nella fruizione turistica invernale delle montagne, che punta sempre meno allo sci su pista e molto di più ad altre attività, i costi spropositati che non si capisce perché debbano essere in gran parte scaricati sulla collettività – 50 milioni di Euro di soldi pubblici, ribadisco: perché noi tutti dovremmo pagare per un progetto destinato al fallimento? – che poi rappresentano risorse sottratte a uno sviluppo veramente vantaggioso per il territorio seriano e scalvino, al quale mancano e vengono continuamente tolti molti servizi di base, e per la totale assenza nel progetto di un piano di sviluppo organico del territorio locale, il quale invece verrebbe completamente assoggettato alla sola economia turistica così che, nel caso di crisi di questa, porrebbe inevitabilmente in crisi l’intero territorio con gravi danni alla comunità e alla necessità di favorirne la permanenza abitativa – la tanto sbandierata “lotta allo spopolamento”, altra frase fatta e iper-abusata, che si ritorcerebbe contro, in pratica.

[Sopra, una veduta delle attuali piste da sci di Colere e, qui, un’immagine satellitare delle stesse, che per giunta si sviluppano su terreni carsici estremamente vulnerabili. Il danno ambientale e paesaggistico è evidente ed è già stato accertato.]
Come possono, quei sindaci, sottomettersi a una visione così miope, consumistica e potenzialmente devastante dei loro territori? Come fanno a non capire che il futuro delle montagne come quelle bergamasche va in un’altra direzione ovvero –  repetita iuvantin uno sviluppo articolato, organico e di lungo periodo di tutte le economie locali a supporto innanzi tutto dei servizi di base e dei beni ecosistemici necessari alle comunità locali? Uno sviluppo nel quale ci sia anche il turismo, certo, ma non nei modi tanto impattanti quanto monoculturali come quello proposto dal comprensorio Colere-Lizzola (come d’altro canto ben delineato nel progetto sulla Valle di Scalve elaborato dal Centro Studi sul Territorio Lelio Pagani dell’Università di Bergamo: progetto ovviamente ignorato dalla politica locale)… perché non vogliono capire? Forse per insensibilità verso i loro territori, per incompetenze (ma non credo), per incapacità o mancanza di volontà nello sviluppare alternative più sensate e consone, per imposizione di soggetti terzi, per degrado politico? Mi piacerebbe molto saperlo.

[La Val Conchetta sul versante di Colere del Pizzo di Petto, dove si vorrebbero installare alcuni dei nuovi impianti di risalita con le relative piste da sci.]
La montagna è un territorio meraviglioso e delicato, ricco di criticità ma pure di infinite potenzialità e la cui complessità ha bisogno di soluzioni e iniziative articolate e elaborate, non di risposte troppo facili e per nulla ponderate funzionali solo ai tornaconti di alcuni ma sempre inevitabilmente dannose per i territori. “L’occasione da non perdere” di Colere-Lizzola rischia di far perdere qualsiasi speranza di futuro alle montagne locali e alle comunità che le abitano. Sarebbe il caso di evitarlo, un pericolo del genere.

P.S.: qui trovate tutti gli articoli che nel tempo ho dedicato alla questione “Colere-Lizzola”.