E se non fosse il cambiamento climatico il problema principale per il futuro dello sci?

(Articolo pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 04 luglio 2024.)

È ormai una realtà palese a chiunque che la carenza di neve sempre più marcata, nei mesi invernali (quest’anno ha nevicato parecchio ma ormai in primavera, quando la stagione turistica era quasi del tutto “andata”) e l’aumento incessante delle temperature medie, che limita molto anche la possibilità di produzione di neve artificiale, sta letteralmente togliendo la terra da sotto i piedi dell’industria dello sci, rendendo il suo equilibrio di stagione in stagione sempre più precario.

Ma c’è un altro fattore che rischia di influire non poco sul futuro dello sci, almeno per come lo si è inteso fino a oggi cioè la principale attività ludico-ricreativa di massa praticata sulle montagne, e addirittura potrebbe determinare effetti deleteri ancora più rapidi di quelli causati dalla crisi climatica: è il fattore economico-sociale. La possibilità del cittadino medio di spendere soldi per praticare lo sci e alimentarne il comparto turistico, in parole povere.

Da tempo ormai si osserva che nel nostro paese il potere d’acquisto delle persone va sempre più scemando: al proposito, nei giorni scorsi, in relazione alla stagione turistica estiva ormai avviata, sulla stampa si leggeva che 6,5 milioni gli italiani quest’anno non andranno in vacanza e, fra loro, ben 3,7 milioni hanno dichiarato che il motivo della rinuncia è di natura economica; altrove si quantifica in 1000 Euro in cinque anni la diminuzione media del potere di acquisto degli stipendi italiani. Di contro, lo sappiamo tutti bene (purtroppo!), i prezzi di qualsiasi cosa continuano a salire: per certi versi inevitabilmente, visti i costi di produzione in pari aumento, per altri versi deprecabilmente, in forza di una diffusa spinta speculativa che da dopo il Covid ha spostato parecchio i prezzi verso l’alto.

Dunque, nel caso specifico del turismo invernale – da analizzare più di altri in quanto assolutamente significativo nell’ambito della montagna, sia per il peso economico generale e sia per quanto il suo andamento rifletta emblematicamente quello del mercato, non solo turistico – sciare costa sempre di più ma le stazioni sciistiche non possono fare altrimenti per sostenere le proprie spese crescenti necessarie alla gestione dei comprensori.

Per fare un esempio concreto, già lo scorso marzo, a stagione sciistica ancora in corso, il Dolomiti SuperSki, tra i principali comprensori sciistici italiani, ha annunciato per il prossimo inverno 2024/2025 un “adeguamento” dei prezzi degli skipass tra il 3,7 e il 5,2%. Questo dopo alcuni anni di aumento costante, che nella scorsa stagione hanno raggiunto punte del 25% rispetto a quella precedente. Sommando tali aumenti, si va oltre il 30% nei soli quattro anni post-Covid, ai quali vanno aggiunti quelli delle strutture ricettive, delle scuole di sci, dell’attrezzatura, dell’abbigliamento… Insomma, se all’inizio della stagione scorsa la spesa media per una settimana bianca era quantificata tra i 1.500 e i 1.750 Euro a testa – e quella di una sola giornata sugli sci per una famiglia ben oltre i 300 Euro, anche fino a 500 Euro – e se consideriamo il dato media prima citato dei 1000 Euro in meno di potere d’acquisto degli stipendi italiani, è facilmente intuibile che lo sci sia in preda pure a una grave questione economica e sociale, appunto, almeno se osservato nella dimensione che l’ha caratterizzato fino a oggi, un’attività di massa, che è poi quella che ha fatto la sua fortuna (almeno fino a che la variabile climatica non ha cominciato a sortire i propri effetti).

Posta tale situazione, è ormai cosa risaputa, anche perché pacificamente sostenuta dai gestori delle grandi aree sciistiche, le quali si stanno rapidamente adeguando al riguardo, che lo sci diventerà sempre più un’attività da benestanti se non, riguardo certe località particolarmente lussuose, da ricchi – o tornerà a esserlo come alle sue origini, quando le villeggiature invernali sui monti se le poteva permettere una minima fetta della popolazione. Di contro il mondo di oggi, e la società che lo vive, non è certamente paragonabile a quella di decenni fa e tanto meno del periodo del boom economico; i gestori dei grandi comprensori sciistici non fanno mistero di voler mirare le proprie offerte e i relativi servizi soprattutto a chi possa permettersi di sostenerne i costi sempre maggiori, come per voler bilanciare il calo di sciatori e relativi introiti con l’aumento dei prezzi e la modifica del target commerciale. Percorrendo questa strada, con tutta evidenza si metterà definitivamente la parola fine al periodo dello sci come attività “di massa”: cosa che in Italia lo sci è stato in senso relativo rispetto alla propria storia novecentesca (ringraziando un certo Alberto Tomba e le sue vittorie trasmesse in diretta TV), non certo in modi paragonabili agli sport realmente nazional-popolari come il calcio. D’altro canto molto del business turistico attuale dell’industria dello sci si è sviluppato in quegli anni di boom e ancora oggi per certi aspetti si poggia su quei modelli e sui volumi economici, di presenze e di incassi che garantivano, soprattutto rispetto al tanto celebrato (o famigerato) indotto. Un turismo sciistico mirato a un pubblico con potere di spesa superiore rispetto al passato ma quantitativamente meno cospicuo inevitabilmente costringerà buona parte dell’indotto a adattarsi alle nuove condizioni ovvero, gioco forza, a togliersi dai giochi. È un processo di adattamento verso il quale alcune grandi stazioni sono già portate mentre numerose altre più piccole no, peraltro non essendo in grado di attrarre il citato nuovo pubblico benestante. Certamente potranno diventare le mete predilette – o per meglio dire obbligate – di chi voglia sciare ma non si possa permettere una Cortina o una Zermatt: tuttavia fino a che punto – e fino a quando – sapranno reggersi e risultare economicamente sostenibili, non potendo comunque evitare certi costi di gestione dei comprensori proporzionalmente simili a quelli dei grandi ski resort (come ad esempio i costi dell’innevamento artificiale) e di contro non potendo di certo aumentare eccessivamente, dunque ingiustificatamente, i prezzi dei propri skipass?

[Foto di Hans da Pixabay.]
D’altro canto: se pure i grandi comprensori sciistici, che come detto stanno decisamente puntando sul turismo del lusso il quale tuttavia non garantisce un pubblico infinito, peraltro conteso da diverse località al vertice del mercato turistico iper-concorrenziale odierno, si illudessero d’aver trovato la via per resistere anche in futuro nonostante la crisi climatica e le variabili economiche o geopolitiche mentre in realtà stessero per infilarsi (forzatamente, appunto) in un letale cul-de-sac?

Consci di tale realtà, gli impiantisti hanno già rilevato che dal loro punto di vista «non c’è una possibile criticità legata ai costi e non c’è il rischio che la pratica ritorni gradualmente a essere elitaria» ma senza dubbio gli effetti degli aumenti dei prezzi imposti negli ultimi tre/quattro anni potranno essere materialmente accertati solo tra qualche stagione, anche in relazione al divenire della situazione economica generale diffusa. Insomma: che non sia la neve quella che le stazioni sciistiche da qui ai prossimi anni dovranno accertarsi che cada ma i dati e gli utili di bilancio, e non controllare tanto l’ascesa delle temperature quanto quella dei debiti è una possibilità che non sembra affatto campata per aria.

Le divinazioni del tempo

(Quella che qui ripropongo è una personale, annosa battaglia contro i mulini a vento, lo so bene. Ma ci tengo a “combatterla”, anche da solo, e quindi amen.)

Spettabili servizi meteorologici che diffondete i vostri bollettini meteo sui media: per favore, smettetela di proporre previsioni che vadano oltre le 48 ore. Già a volte siete poco affidabili nelle ventiquattr’ore, figuriamoci dopo. Ma, pure al netto dell’affidabilità più o meno alta, se nelle 24/48 ore le potete definire “previsioni”, le vostre, quelle che diffondete oltre le dovreste denominare divinazioni. Ancor più quando vi azzardate a prevedere cose del tipo «la tendenza» per l’estate o per le feste di fine anno settimane prima: che senso ha farlo? Ricordatevi che la meteorologia è una scienza e la scienza non credo sia qualcosa che deve dire ciò che altri vogliono sentirsi dire, altrimenti quando va sui media perde lo status di scienza e diventa una mera telepromozione. Del nulla però.

Quanto sopra, ovviamente, vale anche dalla parte opposta, cioè per chi si affida fin troppo a quelle divinazioni meteorologiche facendosene condizionare (per poi magari prendersela in caso di previsione errata). D’altro canto, salvo i casi estremi solitamente annunciati non tanto dalle previsioni del tempo quanto dalle allerte meteo diramate dalle autorità competenti, sappiate che se anche in montagna o altrove vi coglie un acquazzone non vi succede nulla, anzi: con la pioggia la Natura – tutta, non solo quella montana – diventa per molti versi ancora più affascinante. Per il resto, molto più di previsioni strombazzate qui e là sui media e sul web, con il tempo e i suoi fenomeni vi bastano due dita di testa e un tot di buon senso. Ecco.

Il mistero irrisolto della Civetta

[Tramonto sul paese di Alleghe sovrastato dalla mole della Civetta illuminata dall’ultimo Sole. Foto di Riccardo Trimeloni su Unsplash.]
Le Dolomiti sono una delle regioni più affascinanti delle Alpi non solo per la particolare bellezza delle loro montagne ma pure perché questa bellezza è alimentata da tanti altri fattori intriganti, e uno dei maggiori è certamente quello della toponomastica. Le vette dolomitiche in effetti hanno spesso degli oronimi particolari, molti dei quali con un’origine che tutt’oggi appare incerta e “misteriosa”.

Il monte Civetta, ad esempio, che delle Dolomiti è una delle vette più belle oltre che alpinisticamente più ambite. C’entra con l’oronimo il noto rapace, seppur sia ben poco diffuso sulle Alpi? E perché poi molti lo chiamano al femminile, la Civetta?

Il monte Civetta viene citato per la prima volta in un documento del 1665 con il nome di derivazione dialettale Zuita, mentre compare per la prima volta nella cartografia ufficiale in una mappa del Tirolo del 1774. Nella carta del Regno Lombardo Veneto del 1833 viene indicato con il nome di «M. Civita»: in effetti alcuni studiosi, tra i quali Domenico Rudatis – che passò alla storia anche come eccellente alpinista – fanno risalire il toponimo alla parola latina civitas, che indica un insediamento urbano non organizzato (una città non urbanizzata, in pratica). Anche Antonio Stoppani, nel suo Bel Paese, descrisse il monte Civetta così: «Avete mai visto una montagna più bella e più orrida? È la Civìta, detta anche Corpassa» definendola simile a una grande «città turrita e merlata», immagine che la visione della vasta e alta parete nord-ovest dalla zona di Alleghe e dell’alto Agordino può certamente suscitare, sebbene con buon uso di immaginazione.

Tuttavia il suddetto omonimo uccello notturno in qualche modo c’entra con la denominazione della montagna. Secondo alcune fonti, infatti, il riferimento alla civetta è dato dall’incombenza paurosa della montagna, la cui citata parete nord-ovest è tra le più alte delle Dolomiti (viene sovente definita la parete delle pareti), e per questo la stessa montagna venisse considerata stregata, portatrice di disgrazie proprio come il rapace notturno della superstizione popolare, che nel dialetto locale veniva chiamato la zuita, femminile, e ovviamente non al zuita, maschile. Il grande scalatore Emilio Comici virò tale interpretazione in chiave alpinistica sostenendo che veniva chiamata in questo modo «parchè la incanta»: egli d’altronde non si fece incantare più di tanto dalla montagna, visto nel 1931 che firmò, con Giulio Benedetti, una delle vie più famose e difficili che superano la suddetta parete nord-ovest. Un altro grande scalatore dell’alpinismo pioneristico, Paul Grohmann, confermò l’interpretazione ornitologica del nome sostenendo, molto semplicemente, che la montagna «assomiglia a una civetta», forse con ciò dimostrando di esserne rimasto incantato fin troppo.

[La parete nord-ovest della Civetta. Immagine di pubblico dominio.]
A definire meglio l’interpretazione oronomastica legata al rapace notturno ci pensò Giovanni Angelini, grande conoscitore di queste montagne che sulla Civetta (al femminile dunque, perché sia valida l’interpretazione della città turrita, sia quella del rapace notturno, sempre di quel genere si tratta) ci scrisse alcuni libri. In uno di essi, Civetta per le vie del passato, scrive che l’immagine a cui si deve fare riferimento non è quella del piccolo rapace notturno, cioè occorre pensare non alla civetta appollaiata in agguato precisa Angelini ma bisogna figurarsela nell’atto di spiccare il volo ad ali aperte, con vista da nord est, cioè dalle alture zoldane al confine con la Forcella Staulanza. Soltanto così, di scorcio, la bella sommità si erge rostrata. Cosa che verrebbe dimostrata dal fatto che la montagna venga chiamata Zuita sia sul versante agordino che su quello zoldano, dal quale la grande parete nord-est non è visibile il che casserebbe l’interpretazione della civitas turrita.

Mistero risolto, dunque? Niente affatto, perché pare che la gente dei territori ai piedi della Civetta sostenga ancora che il nome non abbia alcun legame con l’italiano “civetta” ma si riferisca a quel termine latino civitas dal quale viene l’oronimo primitivo «Monte Civita», riportato sui vecchi documenti, come già visto, ai quali essi conferiscono una maggiore e più affidabile ufficialità toponomastica.

Il “mistero” permane, quindi. Ma, nel caso della Civetta come di altre montagne dal toponimo dubitabile, mi sembra di poter dire che tale incertezza non va affatto a scapito della bellezza e del fascino della montagna, ma, anzi, ne rappresenta un ulteriore elemento di fascino e di attrattiva. Come se tale suggestivo “mistero” toponomastico conferisca e alimenti un costante interesse, curiosità, desiderio di maggior conoscenza dunque, per molti versi, doni vitalità alla montagna tanto nella geografia locale quanto, e anche più, nella mente e nell’immaginazione dei residenti e dei visitatori i quali, che nelle sue forme ci vedano una città turrita oppure una civetta con le ali spiegate, credo vi ritrovino comunque lo spettacolare, attraente fulcro di un paesaggio di rara magnificenza.

L’immaginario con il quale oggi vediamo le montagne? È ancora quello del secolo scorso (nel bene e nel male)

(Articolo pubblicato in origine il 24 giugno su “L’AltraMontagna”, qui.)

I modi con i quali oggi noi percepiamo e interpretiamo le montagne – quelli che nel complesso formano l’immaginario collettivo al riguardo – e che determinano la nostra frequentazione (nel bene e nel male) delle terre alte, seppur inevitabilmente legati al momento storico nel quale si manifestano, non nascono certo ora ma sono l’ultima evoluzione di una dinamica sociale e culturale (e poi ovviamente economica e politica), che viene da lontano, fin dall’epoca del Grand Tour sulle Alpi (e non solo qui), quando si posero le basi per la nascita del turismo moderno e contemporaneo. Lo stesso overtourism, oggi tanto citato, analizzato, vituperato, da molti considerato alla stregua di un flagello biblico per territori pregiati e delicati come quelli montani, non è un fenomeno comparso dal nulla di recente ma è da almeno mezzo secolo che lo si è identificato nelle sue dinamiche fondamentali. Da queste analisi ne sono scaturiti variegati avvertimenti sugli effetti dell’eccessiva presenza turistica in quota, perfettamente ignorati per decenni e ora, improvvisamente appunto, echeggiati e diffusi un po’ ovunque ma quando ormai il fenomeno è esploso in tutta la sua potenza, risultando in molti casi risulta difficilmente marginabile se non attraverso soluzioni radicali che inevitabilmente scontentano tutti.

Che l’immaginario collettivo sulle montagne non sia nato oggi ma venga dal passato lo si coglie benissimo dalle vecchie locandine turistiche, dell’epoca nella quale la vacanza era ancora cosa riservata a pochi benestanti e le località di villeggiatura (come si chiamavano un tempo) erano ben poco infrastrutturate rispetto al presente. Eppure, su quelle locandine c’erano già raffigurati tutti gli elementi e i simboli, materiali e immateriali, che ancora oggi stanno alla base della frequentazione turistica delle montagne e ne determinano l’impatto sui territori interessati.

Ad esempio, quella qui sopra riprodotta (bellissima, peraltro) è del 1940. Nell’idilliaco paesaggio dolomitico, ove tra boschi e prati fanno bella mostra di sé i più immediati elementi referenziali naturali (le montagne) e antropici (il tipico campanile sudtirolese) del luogo, a significarne il legame funzionale e a imporne l’apparente convenienza, ecco che c’è una funivia che ascende verso l’alto, elemento tecnologico che apre le alte quote a tutti senza più sforzo o pericolo e senza bisogno di doti alpinistiche, permettendo di conquistare l’intero ambito montano (anche quello assoluto, la vetta) senza più limiti, dominandolo; poi c’è un torpedone, che porta rapidamente e democraticamente grandi masse di turisti verso i monti (ai tempo l’auto privata non era ancora così diffusa) salendo lungo nuove e comode strade che giungono fino ai piedi delle vette (al posto delle secolari e malagevoli mulattiere, spesso cancellate dalle prime insieme al loro valore storico-culturale legato a una montagna dura, misera, scontrosa, che finalmente il nuovo turismo permetteva di dimenticare); c’è il grande albergo che ospita le masse di vacanzieri nell’edificio a tanti piani, un condominio alpino non dissimile a quelli urbani se non per una foggia architettonica più curata (i modelli urbanistici metropolitani inseriti a forza nel paesaggio naturale)…

Insomma, nella sua apparente innocuità (e nell’obiettiva bellezza grafica tipica delle locandine del tempo, vere e proprie opere d’arte) c’è già tutto quello che sta alla base del turismo massificato odierno, ovviamente lungo il tempo sviluppato nelle forme e nelle sostanze nonché dopato per reggere volumi sempre maggiori pur a discapito dei luoghi che li dovrebbero ospitare: l’overtourism è proprio questo, «la situazione nella quale l’impatto del turismo, in un certo momento e in una certa località, eccede la soglia della capacità fisica, ecologica, sociale, economica, psicologica e/o politica.» (Rapporto Peeters et al., Commissione per i Trasporti e il Turismo (TRAN) del Parlamento Europeo, 2018). Un eccesso che inevitabilmente richiede infrastrutture “eccedenti” i limiti del luogo ma pure, se non soprattutto, un pensiero eccessivo al riguardo, alimentato da un immaginario che con il passare del tempo si è conformato proprio per alimentare e giustificare quel pensiero, a sua volta legittimante gli interventi più invasivi.

Infine, nella locandina qui analizzata, ecco in primo piano dei bei fiori di montagna, funzionali a riportare l’occhio e l’attenzione verso canoni di soavità, di delicatezza, di natura incontaminata, come a voler rimarcare che l’impronta antropica vieppiù pesante nel territorio e nel paesaggio non andrà a intaccare quella bellezza naturale. Che è un po’ ciò che accade ancora oggi, con le immagini del marketing turistico attuale nel quale una bella veduta del paesaggio non manca mai, ovviamente priva di qualsiasi segno antropico troppo evidente e rinforzata nei testi a corredo con certa terminologia tanto in voga oggi come «eco», «green», «sostenibile/sostenibilità», eccetera. D’altro canto la costruzione (o la decostruzione?) dell’immaginario montano non si ferma mai: forse a volte prende vie oblique e piuttosto irrazionali ma in fondo l’obiettivo è sempre lo stesso, cioè il costruire l’immagine di ciò che piace in modo che sia conformata, condivisa, dunque accettata e creduta da più persone possibili, così che possa parimenti detenere un “valore”. Il che non significa affatto che sia pure ciò che è più bello, come recita quel noto adagio popolare: anche la bellezza diventa relativa, così che possa essere meglio venduta ad un pubblico più vasto possibile. La chiamano “valorizzazione” della montagna: peccato che a volte anche il pensiero e l’immaginario al riguardo sia diventato un bene (s)venduto all’hard discount del turismo contemporaneo.