Una nuova libreria, in mezzo alle Alpi (e “sotto” una diga)

Mi rende veramente orgoglioso il poter collaborare con Fusta Editore con il quale ho pubblicato il mio ultimo libro Il miracolo delle dighe, e da sabato scorso 8 luglio anche di più, se possibile: grazie all’apertura della “Libreria Alpina e di Viaggio” a Casteldelfino, comune montano della meravigliosa Valle Varaita. Un atto «coraggioso e visionario», come lo descrive l’articolo dell’ANSA che potete ingrandire e leggere cliccando sulle relative immagini qui sotto oppure qui, nel quale viene anche citato il mio libro. Che d’altro canto qualcosa c’entra con il luogo, visto che tra i “paesaggi idroelettrici” che racconto nel libro c’è anche quello della diga e del lago di Castello, posto poco a monte di Casteldelfino lungo la valle e la strada che sale al Colle dell’Agnello: una diga con una storia assolutamente emblematica riguardo la costruzione dei grandi impianti idroelettrici alpini nel corso del Novecento e la conseguente modificazione del paesaggio e della relazione degli abitanti con esso.

Dunque non posso che fare i più calorosi auguri di successo e lunga vita, alla Libreria di Fusta a Casteldelfino: e chissà che tra qualche tempo non ci si veda proprio lassù, tra quelle bellissime e affascinanti montagne…

Una diga come testimonial turistica, in Austria

È molto interessante constatare come la Carinzia, uno degli stati austriaci con i più importanti flussi turistici legati principalmente alla frequentazione delle montagne carinziane, dedichi una delle immagini principali (quella lì sopra) del proprio marketing stagionale al riguardo, e dunque vi affidi il relativo messaggio promozionale, al paesaggio idroelettrico della Maltatal (nella regione alpina degli Alti Tauri) ove ha sede la più grande diga austriaca, quella di Kölnbrein, soggetto centrale dell’immagine come vedete. Non a caso, d’altronde, essendo a mio parere una delle più belle dighe delle Alpi, con la sua ampia e snella vela a doppia curvatura di cemento chiaro alta 200 metri che dà l’impressione di essere gonfiata dal vento che risale la valle, seguendo e armonizzandosi alla forma della vallata sommersa dal lago, a quasi 2000 m di quota, che a sua volta si incurva tra i fianchi delle montagne che culminano con la cima dell’Ankogel (3.252 m), la seconda più elevata della zona. Peculiarità speciali che la rendono pure una delle dighe in assoluto più visitate delle Alpi, un vero e proprio “monumento idroelettrico” turisticizzato assolutamente identitario per la Carinzia, con tanto di hotel sopra la spalla sinistra dello sbarramento (lo vedete qui sotto) che «offre una vista mozzafiato sulla diga Kölnbrein e la Valle di Malta», come recita il sito.

Proprio in forza di ciò della diga di Kölnbrein ho scritto nel mio libro Il miracolo delle dighe: l’alta Maltatal è un territorio il cui paesaggio è stato territorializzato e profondamente rimodellato proprio dalla diga e dalle infrastrutture idroelettriche legate ad essa (nonché alla sottostante diga di Galgenbichl, più piccola, visibile nell’immagine promozionale lì sopra) e funzionali alla fruizione della zona, la quale ha così assunto connotazioni culturali differenti rispetto al senso del luogo originario, soprattutto con la trasformazione in frequentata meta turistica, come ho detto. Nel bene e nel male che ciò ha comportato, ma di questo aspetto (e di tanti altri variamente conseguenti) ne scrivo nel libro, appunto. Peraltro quella di Kölnbrein credo sia anche la più grande diga completata nelle Alpi dopo il disastro del Vajont, che non solo in Italia rappresentò uno shock tremendo e fortemente frenante per il settore idroelettrico, al punto che tutt’oggi in qualsiasi dibattito relativo ai paventati progetti di nuove dighe sulle Alpi inevitabilmente viene citato, prima o poi: spesso impropriamente ma d’altro canto comprensibilmente.

[Scorcio dell’alta Maltatal in vista della diga di Kölnbrein. Foto di Hedwig Storch, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
In ogni caso Kölnbrein rappresenta un esempio emblematico del portato sul paesaggio – inteso nel senso più ampio del termine – generato dalla presenza di una grande diga nel territorio alpino: questo è uno dei temi principali sui quali ho scritto ne Il miracolo delle dighe e dai quali sono partito per raccontare le Alpi da un punto di vista – definizione non solo metaforica ma pure da intendersi letteralmente – insolito, originale e, spero, intrigante.

Per saperne di più sul mio libro cliccate sull’immagine qui sotto.

“Il miracolo delle dighe” sul nr.117 del magazine “Dislivelli”

È veramente un grande onore, per chi vi sta scrivendo, vedere il proprio ultimo libro Il miracolo delle dighe, ospitato sul numero 117 – dedicato proprio al tema dell’acqua – del magazine dell’Associazione Dislivelli, uno dei soggetti italiani che lavora nei campi della ricerca e della comunicazione sulla montagna tra i più avanzati e innovativi – non solo da questa parte della catena alpina. Ciò grazie alla considerazione e all’attenzione dedicata al libro da Luca Serenthà, che per Dislivelli cura il podcast “Dislivelli Fatti” in partnership con il sito “Fatti di Montagna” – sul quale Il miracolo delle dighe è già apparso.

Per leggere il magazine cliccate sull’immagine in testa al post: le pagine dedicate al libro sono le 39 e 40.

Dunque ringrazio di cuore Luca Serenthà per quanto ha fatto e la redazione del magazine per aver concesso un tale prestigio al libro, sul quale potete avere ogni informazione utile cliccando sull’immagine qui sotto:

Cancellare cose, in montagna

«Il turismo di massa invade le vallate di montagna; gli impianti sciistici sono sempre più attrezzati per ogni comfort; nuove e imponenti strutture piano piano sovrastano la natura selvaggia di boschi e prati».
Alessandro Di Lenardo e Chiara Boccardi, studenti del Corso di Fotografia di IED Torino, intraprendono un lavoro di sensibilizzazione legato al fenomeno di iper-urbanizzazione della montagna, indagando il sentimento di un luogo che sta perdendo la sua autenticità, violentato da un desiderio di conquista che gli manca continuamente di rispetto. Per enfatizzare il tema, gli autori attuano un intervento digitale che cancella ma allo stesso tempo evidenzia le strutture che risultano di troppo nel paesaggio, quali pali, cannoni sparaneve, stazioni, piloni.
Il titolo del progetto è Alte Terre, che riprende l’uso dell’espressione “terre alte”, affermatasi da alcuni anni per indicare le regioni di montagna occupate e vissute dall’uomo, e rappresenta il risultato di un percorso biennale di ricerca che inizia nel secondo semestre del primo anno e si conclude nel primo semestre del terzo anno con l’esame del modulo Metodologie e Tecniche del Contemporaneo. I due studenti hanno lavorato dapprima in modo individuale, su due temi diversi ma connessi al mondo della montagna, e hanno poi deciso di unire i loro sforzi nel progetto Alte Terre.

Così si può leggere su “Artribune”, in un articolo del 18 marzo scorso che anticipa l’uscita del numero 71 del magazine, del progetto Alte Terre, veramente molto interessante e di grande forza, sia simbolica che espressiva, che offre numerosi spunti di analisi e riflessione sui temi indagati parimenti intensi. Giusto per citarne un paio: è molto significativo che un progetto del genere, e la visione critica che propone rispetto alla montagna contemporanea, venga da due giovani, rappresentati di una fascia generazionale che nuovamente si dimostra ben più attenta e sensibile di quelle più “adulte” nei confronti della realtà del mondo contemporaneo e più capace di coglierne le contraddizioni e le storture presenti con grande consapevolezza – oltre a essere quella che dovrà gestire e possibilmente risolvere i danni perpetrati al mondo dalle generazioni precedenti. Inoltre, l’idea delle «montagne che spariscono» perché inghiottite dalle infrastrutture del turismo di massa rimandano direttamente – e forse consapevolmente, mi piacerebbe chiederlo ai curatori del progetto – a quel meraviglioso brano di Giovanni Cenacchi, tratto da Dolomiti cuore d’Europa e che ho riportato in questo mio recente post,  nel quale Cenacchi racconta della “scomparsa” delle celeberrime Tre Cime di Lavaredo, cancellate dalla visione banalizzante di esse prodotta dal turismo di massa che frequenta il luogo.

Alte Terre è un progetto e un lavoro da conoscere e apprezzare parecchio, insomma. Cliccando sull’immagine in testa al post (che “farà” la copertina del #71 di “Artribune”) potrete visitare il sito web del magazine e leggere l’intervista ai curatori del progetto; qui invece potrete saperne di più al riguardo e vedere altre immagini che ne fanno parte.

P.S.: grazie di cuore a Lorenzo Manenti, amico, docente e a sua volta artista pregevole, che mi ha dato notizia del progetto.