Ricercare e identificare il Genius Loci

Visto che qualcuno se n’è detto (ammirevolmente, o inopinatamente) interessato, cliccando sull’immagine qui sopra potrete scaricare il testo – in file pdf con tanto di diapositive della presentazione e relativo riferimento nel testo – della mia classroom sul tema Ricercare e identificare il Genius Loci: l’importanza dell’identità nei progetti culturali, per il ciclo “Alpes@Home” a cura dell’Officina Culturale Alpes (cliccate qui per saperne di più al riguardo).

Ringrazio di cuore i suddetti inopinati interessati e chiunque vorrà scaricare, leggere e persino apprezzare il documento.

P.S.: la presentazione la potete vedere anche qui sotto:

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Il viaggiatore post-covid

Pare che il viaggiatore post-covid sia perfetto per le destinazioni di prossimità, per la montagna dimenticata, dove gli stili di vita sono ancora genuini, l’ambiente e il territorio assistiti da modalità di vita sociale non troppo invasiva, dove il rapporto con la natura e la sua biodiversità può trovare una sensata armonia, grazie a pratiche di frequentazione gentili e consapevoli.
Gran parte di questi patrimoni appartengono alle montagne, dai boschi e torrenti nascosti di fondovalle alle vette, passando per i villaggi a mezzacosta vestiti di pietra abbandonati.
Tutto ciò che non rientra nei desideri del turismo d’assalto e nei fenomeni economici collegati può ritrovare una nuova dignità?
Un’occasione per dar spazio ad una vera e propria rivoluzione creativa dell’andar per montagne?
Una possibilità di andare oltre l’ovvio, spingersi alla ricerca di cosa si nasconde in questi spazi da sempre maltrattati e incompresi?
Forse è tempo per iniziare a pensarci seriamente, fuggendo dalla nevrosi da “plexiglass da spiaggia”, da “sanificazioni” forzate e da protocolli inattuabili sulle rupi.

(Michele Comi, sempre bravissimo e illuminante – trovate qui i post che gli ho dedicato – in un articolo che traggo dal “Diario” del suo sito “Stile Alpino“, dal quale viene anche l’immagine lì sopra. Da leggere sempre, appunto.)

In dialogo con il Genius Loci… su Zoom, domani!

Spesso in luoghi di grande valore paesaggistico, culturale e sociale vengono concepiti progetti e realizzati eventi di varia natura – e magari assai prestigiosi – del tutto scollegati dal luogo stesso e dalle sue peculiarità, che per questo alla fine risultano di successo mediatico ma troppo autoreferenziali e decontestualizzati – anche in casi nei quali sembra che “parlino” del luogo. Questo alla lunga, ma di frequente anche in tempi molto brevi, può generare non vantaggi ma autentici danni al luogo che li ospita, e certamente ne offusca la cultura peculiare e l’identità col rischio potenziale (e paradossale) di trasformarlo infine in un ennesimo non luogo.

Come si può invece pensare a progetti culturali che realmente valorizzino i luoghi ospitanti nel modo più ampio possibile e conseguano per essi risultati proficui e duraturi nel tempo? Su quali buone basi si potrebbe agire, per lavorare al meglio in questo senso?

Ne parleremo domani, mercoledì 22 aprile alle ore 17, nella classroom che avrò l’onore di tenere su Zoom per il ciclo Alpes@Home curata da Alpes, intitolata Ricercare e identificare il Genius Loci. L’importanza dell’identità nei progetti culturali.

Cliccate sull’immagine in testa al post per avere ogni informazione utile al riguardo, oppure qui. Vi aspetto!

La geografia ci salverà

[Foto di piviso da Pixabay ]
Stavo chiacchierando telefonicamente, oggi, con un amico cartografo con il quale collaboro in vari progetti di quell’ambito, e il parlare con lui di cose varie al riguardo mi ha fatto riflettere su una cosa – un’altra cosa che può scaturire, forse, da questo periodo così strano e difficile. Una cosa magari paradossale eppure indispensabile, anche perché proprio ora così evidente.

Viviamo giorni, appunto, nei quali siamo costretti, salvo rari casi, a restare al chiuso delle nostre case, in spazi domestici più o meno ampi ma certamente che nulla sono rispetto al territorio che abbiamo intorno, sia esso urbano o naturale. In pratica, siamo in un momento di – se così posso definirlo – negazione quotidiana della geografia personale: la nostra “mappa temporanea” è fatta di qualche decina di metri quadri o poco più, priva di coordinate che non siano quelle funzionali all’ambito domestico e di riferimenti che ci possano risultare necessari per renderci consapevoli di dove siamo e dove andiamo. Non ci serve saperlo, in fondo, conosciamo bene la nostra casa e i suoi spazi, sappiamo dove dobbiamo andare per muoverci in essa e in che punto della casa stiamo in ogni momento, senza bisogno di mappe, bussole o che altro. E tuttavia, ribadisco, così siamo in una condizione non geografica, in uno stato di “assenza referenziale”: un po’ come se fossimo ritornati alla notte dei tempi, quando i nostri antenati vivevano nelle caverne e non si muovevano da questi loro ripari che per brevi tratti e in forza di mere necessità sopravvivenziali, unico interesse concreto per farlo.

Ma l’uomo primitivo ha potuto diventare Sapiens anche nel momento in cui ha deciso di vincere i propri timori ancestrali e rispondere alle domande sempre più pressanti dell’intelletto in formazione, decidendo di allontanarsi dalla propria “tana” e conoscere spazi sempre più ampi del mondo che aveva intorno. Ciò non solo per poter acquisire maggiori risorse vitali ma, in forza della matrice intellettuale di tale atto “rivoluzionario”, per conoscere il mondo attorno a sé, per riconoscerne forme, elementi, territori, ambienti, “paesaggi” e dunque per saperli identificare e per identificarsi in essi. È stato un processo culturale fondamentale, questo, che per molti aspetti ha contribuito a sancire la superiorità della razza umana rispetto alle altre sul pianeta, permettendo all’uomo di annettere culturalmente lo spazio che aveva intorno e quindi di adattarlo alle proprie esigenze evolutive, in senso materiale ma pure, in senso immateriale, di acquisire la coscienza costante, crescente e razionale della propria presenza nel mondo, con la conseguente certezza di saper sempre bene in quale direzione andare – non soltanto metaforicamente. In un certo senso questo processo rappresenta la “nascita” della geografia o, direi meglio, della consapevole percezione geografica del mondo nonché, di rimando, dell’uomo nel mondo. Una percezione fondamentale, se vogliamo continuare ad affermare noi stessi nello spazio in cui viviamo, abitiamo, viaggiamo, lavoriamo, ci muoviamo per qualsiasi motivo, e per non ritornare a quello stato cavernicolo dei primordi della civiltà umana che tuttavia, come ho detto, per certi versi siamo costretti a subire e vivere per colpa dell’emergenza in corso ma che alcuni già manifestavano prima, da tempo, proprio per la mancanza di consapevolezza o per indifferenza geografica, nelle forme di dissonanze cognitive, stati di alienazione, spaesamenti, confusione identitaria, eccetera.

Ecco: ora che siamo rinchiusi nelle nostre case e comunque impossibilitati a muoverci se non su distanze minime e necessarie, e nel mentre che da qualche anno le discipline geografiche sono state sempre più ritenute secondarie e trascurabili, non solo nell’ambito scolastico, potrebbe invece essere il momento buono per riscoprire, riconsiderare, ridare valore e comprendere nuovamente la fondamentale, indispensabile, imprescindibile conoscenza della geografia. Anche nel modo più elementare e didascalico, inizialmente, ma comunque importante a metterci nel posto giusto al mondo e darci coscienza costante di dove siamo e cosa abbiamo intorno. Questo maledetto coronavirus ci fa sentire “smarriti” di fronte all’ignoto che così paurosamente rappresenta: be’, è un po’ ciò che accade al viandante che smarrisce la strada e la propria posizione geografica e non ha a disposizione mappe, strumenti e soprattutto quelle nozioni grazie alle quali saprebbe ritrovare la giusta via o quanto meno capire dove si trova con accettabile approssimazione, sapendo così pure la direzione da riprendere per continuare il viaggio. Senza contare che, banalmente ma nemmeno tanto, poi, una certa sensibilità verso la geografia e le sue cose consentirebbe di sentirci molto meno “in gabbia”, chiusi in casa come siamo, e di poter viaggiare con la mente e il pensiero – che d’altro canto è l’espressione di più totale libertà che noi umani avremmo a disposizione – verso qualsiasi territorio, luogo, spazio, tempo, e verso le conoscenze che da ciò potrebbero venire. Con il privilegio, ribadisco ancora, di sapere sempre dove siamo e cosa abbiamo intorno, cioè di identificare il mondo e identificarci nel mondo (è un’affermazione di unicità individuale in effetti, no?), di marcare il nostro posto in esso – e solo nostro, appunto, – con la massima consapevolezza del caso. Il che, a mio modo di vedere, è d’altro canto una delle conquiste intellettuali e culturali più grandi che da sempre l’Homo Sapiens può conseguire.

Insomma, credo proprio sia un buon momento per fare tutto ciò, questo. O vogliamo ritornare allo stato di uomini di Neanderthal e restare acquattati nelle nostre caverne, seppur oggi dotate di banda larga, smart TV e aria condizionata? Non credo che sia il caso, visti i già tanti problemi che il genere umano sa cagionarsi di suo. Ecco.

Luoghi, non luoghi, neo luoghi

Un “luogo”, in forza di processi di variegato degrado materiale e immateriale, può diventare un non luogo – come da tempo ha ben spiegato Marc Augé – ovvero uno spazio abitato/vissuto ma privo, o privato, della sua identità peculiare. A volte prima diventa iper luogo, sovraccaricandosi di significati via via meno consoni ed emblematici che ne intaccano lo spirito, fino al punto di implodere nella propria negazione. Di contro un non luogo può essere recuperato e tornare a essere luogo, a volte addirittura neo luogo, con una propria rivitalizzata identità.

Ma allo spazio che è “luogo” eppure, per varie motivazioni, non viene più riconosciuto come tale oppure viene frequentato in forme e modi banali e convenzionali, dunque del quale si può dire che non è non luogo ma non ancora neo luogo, che potrebbe succedere? Quali processi di identificazione e definizione lo possono condizionare, dunque definire? E come poterli attivare, con quali strumenti e progettualità che possano rendere virtuosi quei processi e non invece svilenti, come invece non di rado (e pur con tutta l’eventuale buona fede del caso) avviene?

Ne parleremo mercoledì 22 aprile, alle ore 17, nella classroom che avrò l’onore di tenere su Zoom per il ciclo Alpes@Home curata da Alpes, intitolata Ricercare e identificare il Genius Loci. L’importanza dell’identità nei progetti culturali.
Cliccate sull’immagine in testa al post per avere ogni informazione utile al riguardo, oppure qui. Vi aspetto!