Scrivere è leggere

[Foto di Devanath da Pixabay]
Se Ralph Waldo Emerson aveva assolutamente ragione quando affermava che «chi scrive per se stesso scrive per un pubblico immortale» (asserzione che si era annotato anche Nietzsche nei suoi Appunti Filosofici), è altrettanto vero che l’atto della scrittura letteraria è sempre – per così dire – una pratica “di lettura”.

E non nel senso più ovvio del termine: è lapalissiano che se qualcosa è stato scritto per essere pubblicato, quel qualcosa sarà (dovrà essere) letto da qualcuno. No, io intendo dire che ogni scrittura deve saper farsi leggere, se non vuole restare un mero esercizio di estetizzante retorica o di futile “talentuosismo”: e penso sia una cosa alla quale noi autori poniamo sempre troppa poca attenzione, per trascuratezza, imperizia o per vanagloria. Scrivere bene per farsi leggere male è forse l’errore più grande che un autore possa fare, quasi peggio che lo scrivere male tout court, cosa che quanto meno rende obiettiva l’incapacità nella pratica letteraria. Senza dimenticare peraltro che lo “scrivere bene per leggere bene” è pure un esercizio di reciproca maturazione ed evoluzione della qualità letteraria: ed è un esercizio costante e continuo, che richiede da parte dell’autore il massimo impegno per migliorare il proprio lavoro di scrittura e da parte del lettore la più perseverante sensibilità nel ricercare e considerare il valore dei testi da leggere. Il tutto, tenendo ben presente quell’assunto di Emerson, la cui importanza è data anche dal correlare saldamente lo scrittore e il lettore grazie al testo letterario, scritto e letto.

Anche in questo sta la meraviglia della letteratura, pratica culturale che forse come nessun altra (ma magari sono di parte, non so) unisce l’utile con il dilettevole, l’impegno e la passione reciproca, il divertimento e l’insegnamento, il materiale e l’immateriale ovvero la realtà con la fantasia, il sapere sempre di più col sapere di non saperne mai abbastanza… potrei continuare a lungo ma, credo, non servirebbe, almeno non quanto leggere un buon libro e, per un autore, scriverne di altrettanto buoni. Ecco.

La geografia ci salverà

[Foto di piviso da Pixabay ]
Stavo chiacchierando telefonicamente, oggi, con un amico cartografo con il quale collaboro in vari progetti di quell’ambito, e il parlare con lui di cose varie al riguardo mi ha fatto riflettere su una cosa – un’altra cosa che può scaturire, forse, da questo periodo così strano e difficile. Una cosa magari paradossale eppure indispensabile, anche perché proprio ora così evidente.

Viviamo giorni, appunto, nei quali siamo costretti, salvo rari casi, a restare al chiuso delle nostre case, in spazi domestici più o meno ampi ma certamente che nulla sono rispetto al territorio che abbiamo intorno, sia esso urbano o naturale. In pratica, siamo in un momento di – se così posso definirlo – negazione quotidiana della geografia personale: la nostra “mappa temporanea” è fatta di qualche decina di metri quadri o poco più, priva di coordinate che non siano quelle funzionali all’ambito domestico e di riferimenti che ci possano risultare necessari per renderci consapevoli di dove siamo e dove andiamo. Non ci serve saperlo, in fondo, conosciamo bene la nostra casa e i suoi spazi, sappiamo dove dobbiamo andare per muoverci in essa e in che punto della casa stiamo in ogni momento, senza bisogno di mappe, bussole o che altro. E tuttavia, ribadisco, così siamo in una condizione non geografica, in uno stato di “assenza referenziale”: un po’ come se fossimo ritornati alla notte dei tempi, quando i nostri antenati vivevano nelle caverne e non si muovevano da questi loro ripari che per brevi tratti e in forza di mere necessità sopravvivenziali, unico interesse concreto per farlo.

Ma l’uomo primitivo ha potuto diventare Sapiens anche nel momento in cui ha deciso di vincere i propri timori ancestrali e rispondere alle domande sempre più pressanti dell’intelletto in formazione, decidendo di allontanarsi dalla propria “tana” e conoscere spazi sempre più ampi del mondo che aveva intorno. Ciò non solo per poter acquisire maggiori risorse vitali ma, in forza della matrice intellettuale di tale atto “rivoluzionario”, per conoscere il mondo attorno a sé, per riconoscerne forme, elementi, territori, ambienti, “paesaggi” e dunque per saperli identificare e per identificarsi in essi. È stato un processo culturale fondamentale, questo, che per molti aspetti ha contribuito a sancire la superiorità della razza umana rispetto alle altre sul pianeta, permettendo all’uomo di annettere culturalmente lo spazio che aveva intorno e quindi di adattarlo alle proprie esigenze evolutive, in senso materiale ma pure, in senso immateriale, di acquisire la coscienza costante, crescente e razionale della propria presenza nel mondo, con la conseguente certezza di saper sempre bene in quale direzione andare – non soltanto metaforicamente. In un certo senso questo processo rappresenta la “nascita” della geografia o, direi meglio, della consapevole percezione geografica del mondo nonché, di rimando, dell’uomo nel mondo. Una percezione fondamentale, se vogliamo continuare ad affermare noi stessi nello spazio in cui viviamo, abitiamo, viaggiamo, lavoriamo, ci muoviamo per qualsiasi motivo, e per non ritornare a quello stato cavernicolo dei primordi della civiltà umana che tuttavia, come ho detto, per certi versi siamo costretti a subire e vivere per colpa dell’emergenza in corso ma che alcuni già manifestavano prima, da tempo, proprio per la mancanza di consapevolezza o per indifferenza geografica, nelle forme di dissonanze cognitive, stati di alienazione, spaesamenti, confusione identitaria, eccetera.

Ecco: ora che siamo rinchiusi nelle nostre case e comunque impossibilitati a muoverci se non su distanze minime e necessarie, e nel mentre che da qualche anno le discipline geografiche sono state sempre più ritenute secondarie e trascurabili, non solo nell’ambito scolastico, potrebbe invece essere il momento buono per riscoprire, riconsiderare, ridare valore e comprendere nuovamente la fondamentale, indispensabile, imprescindibile conoscenza della geografia. Anche nel modo più elementare e didascalico, inizialmente, ma comunque importante a metterci nel posto giusto al mondo e darci coscienza costante di dove siamo e cosa abbiamo intorno. Questo maledetto coronavirus ci fa sentire “smarriti” di fronte all’ignoto che così paurosamente rappresenta: be’, è un po’ ciò che accade al viandante che smarrisce la strada e la propria posizione geografica e non ha a disposizione mappe, strumenti e soprattutto quelle nozioni grazie alle quali saprebbe ritrovare la giusta via o quanto meno capire dove si trova con accettabile approssimazione, sapendo così pure la direzione da riprendere per continuare il viaggio. Senza contare che, banalmente ma nemmeno tanto, poi, una certa sensibilità verso la geografia e le sue cose consentirebbe di sentirci molto meno “in gabbia”, chiusi in casa come siamo, e di poter viaggiare con la mente e il pensiero – che d’altro canto è l’espressione di più totale libertà che noi umani avremmo a disposizione – verso qualsiasi territorio, luogo, spazio, tempo, e verso le conoscenze che da ciò potrebbero venire. Con il privilegio, ribadisco ancora, di sapere sempre dove siamo e cosa abbiamo intorno, cioè di identificare il mondo e identificarci nel mondo (è un’affermazione di unicità individuale in effetti, no?), di marcare il nostro posto in esso – e solo nostro, appunto, – con la massima consapevolezza del caso. Il che, a mio modo di vedere, è d’altro canto una delle conquiste intellettuali e culturali più grandi che da sempre l’Homo Sapiens può conseguire.

Insomma, credo proprio sia un buon momento per fare tutto ciò, questo. O vogliamo ritornare allo stato di uomini di Neanderthal e restare acquattati nelle nostre caverne, seppur oggi dotate di banda larga, smart TV e aria condizionata? Non credo che sia il caso, visti i già tanti problemi che il genere umano sa cagionarsi di suo. Ecco.

Ri-vedere, ri-sentire, ri-leggere

[…] Quanto tempo dedichiamo a riflettere su ciò che stiamo guardando? Ne abbiamo poco, è vero, qualcuno direbbe che ne avremo sempre meno: piuttosto che insistere sulla concentrazione, cediamo volentieri allo scroll e passiamo oltre. Se è vero che viviamo nella cosiddetta “civiltà delle immagini”, è altrettanto vero che alle immagini spesso riserviamo sguardi sbadati, occhiate veloci. E non lo facciamo solo con quelle che riteniamo banali o poco interessanti: usiamo lo stesso approccio anche con quelle “in cornice”.
Quale terapia, allora? Non possiamo offrire soluzioni definitive, di certo una delle strade da percorrere sarebbe quella di “tornare a vedere”, in senso letterale si intende, cioè di ri-vedere. Antonio Martino, in uno degli scritti raccolti da Pendragon in Disegno dal vero, avanzava una simile proposta per la lettura, anzi per il ri-leggere. “Si rilegge perché siamo stanchi dell’editoria delle classifiche e di un abbassamento della qualità. Questa è una buona ragione. […] Ma la ragione che sento più vicina mi dice che si rilegge perché guardiamo noi stessi, con il distacco e la saggezza necessaria che il tempo ha scolpito in noi, scoprendo il nuovo che siamo oggi. Leggiamo ora nello stesso libro, quello che eravamo”. Se in questa proposta sostituissimo la parola libro con immagine, troveremmo sicuramente alcuni consigli utili sulle ragioni di un necessario ritorno alla visione, di una re-visione. […]

È un brano tratto da un ottimo editoriale di Claudio Musso, intitolato Educazione al margine, tratto da “Artribune#52 (cliccate sull’immagine in testa al post per leggerlo interamente), nel quale l’autore riflette sulla necessità di ri-attivare la nostra capacità più sensibile e consapevole di visione delle cose del mondo, che dovrebbe a suo modo ricordare l’abitudine di tornare a rileggere un capoverso o un passaggio d’un libro per poterlo capire al meglio. Vedere e rivedere, appunto, per cogliere e capire ciò che osserviamo.

Nel principio sono osservazioni che si ricollegano a quelle da me proposte solo qualche giorno fa, in questo articolo dedicato all’inopinato silenzio, o quasi, generato dalla sospensione delle attività per l’emergenza coronavirus. Ecco: provare a risintonizzare i nostri sensi, a “pulire” la ricezione dalle frequenze inutili e fastidiose per poter recepire meglio ciò che è veramente importante e utile. Un’altra cosa che ci può impegnare proficuamente, forse, in questo gravoso periodo emergenziale.

(Nella foto: Maurits Cornelis Escher al lavoro. Immagine tratta dall’articolo di “Artribune”.)

Maestri e allievi

[Foto di Sasin Tipchai da Pixabay ]
Il professor Mauro Paoloni, docente di Economia Aziendale all’Università degli Studi Roma Tre, ha scritto qualche giorno fa per “Il Sole 24 ORE” un articolo molto bello, intitolato Il piacere umile di ritornare a essere allievi, con il quale mette in evidenza come l’attuale difficile periodo pandemico segnali, se non imponga, una rinnovata importanza dei ruoli e delle relative competenze al fine di risolvere al meglio possibile la problematica situazione nella quale tutti stiamo, eliminando di contro le troppe parole vuote e inutili dacché immotivate e infondate che si spendono al riguardo. Un aspetto quanto mai fondamentale, in un paese come l’Italia nel quale l’incompetenza è ritenuta una dote da curriculum sia a livello di opinione pubblica – il celeberrimo “popolo di commissari tecnici della nazionale di calcio”, che oggi è invece diventato un “popolo di virologi”, a quanto pare! – e sia, per terribile paradosso, a livello di classi politiche e dirigenti. Quando invece un vero, autentico, bellissimo principio che non dovremmo mai dimenticare è quello che, nella vita, non si finisce mai di imparare! E in primis imparare a riconoscere chi abbia veramente qualcosa da insegnarci, ecco.

Vi propongo un brano dell’articolo del professor Paoloni, che potete leggere interamente (fatelo, che merita, e meditateci sopra, poi) cliccando qui.

Il sostantivo “Maestro” è presente nella vita di ciascuno di noi dal momento in cui siamo in grado di intendere e volere. La nostra evoluta società dell’apprendimento lo utilizza, ormai, da molto tempo coniugandolo nelle diverse modalità: da quelle che lo vedono inserito nella scala gerarchica dei titolari degli insegnamenti nelle scuole di ogni ordine e grado che ne coniugano le tipologie; facendole iniziare con il maestro di scuola materna fino a mutarne la denominazione in professore per tipizzare la specifica disciplina che impartisce (professa); fino ad arrivare a coloro che riconoscono nel Maestro colui che, titolare dell’esperienza “di qualcosa” o “per qualcosa” è in grado di potere e sapere traferire questa esperienza a terzi. […] Non bisogna, tuttavia, compiere l’errore, almeno in tal caso vista la serietà della circostanza, di scambiare i ruoli di maestro e allievo. Noi, tutti noi, non medici specialisti, siamo umili, indistinti, inermi, timorosi e ignoranti allievi. Ognuno, quale allievo, faccia la sua parte con totale umiltà e destrezza, utilizzando, laddove possibile, i nostri rispettivi ruoli, quale contributo per fare in modo che i maestri possano essere messi nella condizione di insegnare meglio. Facciamo gli allievi modello. Questo non è un campionato di calcio, dove tutti anche con ilarità e simpatia siamo allenatori e, quindi, maestri. In tal caso non siamo in una competizione per lo scudetto o per una coppa. Per una serie di sfortunate circostanze stiamo vivendo una difficilissima fase della vita della società globalizzata e non possiamo assolutamente permetterci di invertire i ruoli per salvaguardare la vita di molti di noi. […]

Ozio e inattività

Nel nostro mondo l’ozio è diventato inattività, che è tutt’altra cosa: chi è inattivo è frustrato, si annoia, è costantemente alla ricerca del movimento che gli manca.

(Milan Kundera, La lentezza, Adelphi, 1995. L’immagine di Kundera è tratta da qui.)