Preoccupazioni e diffidenze inevitabili

Lo so, si rischia di risultare noiosi a riferire di cosa sta accadendo con le Olimpiadi di Milano Cortina. Tuttavia, obiettivamente, a fronte di ciò che riferisce la stampa e pur formulando tutta la positività, la benevolenza, l’indulgenza verso l’evento olimpico, come si fa a non essere preoccupati o diffidenti al riguardo?

Di sicuro non per le gare olimpiche, quelle andranno come andranno ovverosia bene, soprattutto per chi le vincerà, e in fondo nemmeno per l’evento in sé – al netto di certe infrastrutture parecchio esecrabili, delle quali la nuova pista di bob di Cortina è forse la più nota (ma ve ne sono altre similmente emblematiche).

Semmai, si è preoccupati e diffidenti rispetto a chi sta gestendo le Olimpiadi e per come lo sta facendo. Aspetti sui quali è ormai pressoché inutile commentare, basta constatare la realtà effettiva delle cose – il contrasto di ciò che riferiscono i due articoli sopra riportati mette bene in evidenza lo stato dell’arte.

Le Olimpiadi per i territori coinvolti sarebbero potute essere una grande occasione di sviluppo sensato e sostenibile, stanno diventando sempre più un’occasione sprecata, rischiano seriamente di trasformarsi in un disastro epocale. Intanto mancano 125 giorni – alla fine di Olimpiadi e Paralimpiadi, quando i nodi cominceranno a venire al pettine. Già.

P.S.: per chi non lo sapesse, Fabio Saldini è il Commissario straordinario per le opere olimpiche e Amministratore Delegato di Simico S.p.A., la società che si occupa della progettazione e realizzazione delle opere necessarie per i Giochi Olimpici; la Corte dei Conti è l’organo costituzionale italiano con funzioni di controllo e giurisdizione in materia di contabilità pubblica e amministrazione nonché di garante della legalità e della correttezza nella gestione delle finanze statali.

Quanto manca all’inizio… anzi, alla fine delle Olimpiadi di Milano Cortina?

[Il cantiere della nuova cabinovia Apollonio-Socrepes a Cortina, opera “olimpica” in grave ritardo peraltro rimasta ferma molti giorni a causa di una frana causata proprio dai lavori. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Voci di Cortina“.]
Lo scorso 29 ottobre sono stati “celebrati” i 100 giorni dall’inizio delle Olimpiadi di Milano Cortina, la cui inaugurazione è appunto fissata per il 6 febbraio 2026. Dunque oggi (6 novembre) ne mancano 92.

Ovviamente la ricorrenza è stata celebrata con grande entusiasmo pro-olimpico da parte degli organizzatori istituzionali e non, anche troppo: ad esempio, che sia «tutto pronto» per le Olimpiadi è palesemente non vero, e lo sanno per primi gli abitanti dei territori nei quali si stanno realizzando le opere olimpiche, moltissime delle quali sono in ritardo e non saranno pronte né per i Giochi e né per ancora qualche anno. Senza contare poi le varie criticità aperte, elencate ad esempio nel rapporto “Open Olympics” e raccontate da numerosi libri, dossier e articoli di stampa.

[Un articolo al riguardo pubblicato da “La Provincia-Unica TV”; cliccateci sopra per leggerlo.]
D’altro canto è legittimo augurare che le Olimpiadi vadano per il meglio, non solo dal punto di vista sportivo e non tanto perché così verrà solennemente affermato (vedi qui): speriamo vadano bene anche al di là degli slogan che al riguardo sentiremo in gran profusione!

Tuttavia, vista la realtà di fatto e le circostanze che l’hanno determinata, io penso che il conto alla rovescia più giusto e logico da tenere monitorato è questo:

Ovvero, i giorni che ad oggi mancano al 16 marzo 2026, il giorno successivo alla fine delle Paralimpiadi invernali (le quali inizieranno il 6 marzo) e dunque dell’intero periodo olimpico milano-cortinese (potete calcolarli anche da voi ad esempio qui).

Sarà da quel giorno, e per i mesi (e gli anni) successivi, che potremo capire se le Olimpiadi saranno andate veramente bene, se le opere realizzate e aperte saranno funzionali e se non avranno cagionato danni di alcun genere ai territori e al paesaggio delle località coinvolte – dunque anche alle comunità residenti –, se realmente le opere rimaste incompiute saranno continuare portate a termine con la dovuta solerzia, se i benefici economici e culturali per i territori saranno concreti e diventeranno persistenti, se la cosiddetta “legacy olimpica”, così tante volte invocata, citata e magnificata (preventivamente), sarà veramente tangibile e vantaggiosa per i territori olimpici oppure, malauguratamente, diventerà una promessa mancata insieme alle tante altre nonché una causa di danno e di degrado per quei territori e i loro abitanti.

[I cantieri “olimpici” sui versanti sciistici del Mottolino a Livigno qualche giorno fa. Immagine tratta da “La Provincia-UnicaTV“.]
Ribadisco: mi auguro vivamente che ciò non succederà. Tuttavia, vista la cronaca di questi anni di iter olimpico – cioè dal 24 giugno 2019, data di assegnazione delle Olimpiadi da parte del CIO, il Comitato Internazionale Olimpico, a Milano e Cortina – è logico non lasciarsi vincere dal troppo facile entusiasmo e coltivare un sano, razionale, civico dubbio. Ecco.

A Bormio sta per arrivare il treno?

No, non sta per arrivare il treno a Bormio, come forse molti penseranno nell’osservare la nuova passerella pedonale sul torrente Frodolfo inaugurata qualche giorno fa. Sembra in tutto e per tutto un ponte ferroviario, già, ma l’idea concepita più di un secolo fa di far continuare la linea ferroviaria della Valtellina oltre Tirano fino a Bormio e poi collegarla a quella altoatesina tramite un traforo sotto lo Stelvio è ancora mera utopia, purtroppo.

Fatto sta che, al netto della sua utilità e funzionalità, la nuova passerella è veramente brutta e fuori contesto. D’altro canto fa il paio – anzi, il terno* – con il nuovo Ski Stadium in costruzione per le Olimpiadi, che ha le forme di un ordinario capannone industriale (date un occhio qui e ditemi se non è vero), e con la sua “Family Lounge”, soprannominata “l’acquario” oppure “la fermata degli autobus” per quanto li ricordi. Niente a che vedere con una bella e ben pensata architettura montana, in pratica. Li vedete entrambi qui sotto:

Opere brutte, ribadisco, che non generano alcun dialogo con la geografia montana locale e con il paesaggio che la contraddistingue: è ammissibile che a fronte della loro poca o tanta utilità si debba accettare tale loro bruttezza? Oppure bisogna temere che le forme disgraziate e decontestuali che le caratterizzano siano un’ennesima manifestazione della scarsa cura, attenzione e sensibilità dei decisori pubblici e politici nei confronti del territorio amministrato nonché di quanto degradata sia la relazione culturale che essi intrattengono con le loro montagne?

[Per dire: questa è la nuova passerella pedonale sulla “Gola” del torrente Valsura/Falschauer a Lana (Bolzano). Come paragonare l’oro con il fango, insomma.]
Ribadisco il mio pensiero: la montagna è un ambito tanto meraviglioso quanto delicato che non può ammettere un’eccessiva superficialità negli interventi che vi vengono realizzati, i quali invece abbisognano di logica, contestualizzazione, reale (non solo presunta) sostenibilità e, soprattutto, di cura nei riguardi del territorio in cui vengono inserite. Purtroppo a Bormio, ultimamente, non mi pare che ciò stia accadendo.

Insomma: voi che speravate di poter raggiungere la Magnifica Terra bormina in treno dovrete aspettare ancora qualche anno. O lustro, o secolo, visto come vanno certe cose nel nostro paese.

In ogni caso a breve “tornerò” a Bormio, per occuparmi di nuovo dell’altra grossa, inquietante questione che minaccia la località valtellinese, quella della “Tangenzialina dell’Alute”. C’è poco da stare allegri, lassù.

(*: secondo alcuni è addirittura una quaterna, con riferimento alla ristrutturazione del “Pentagono”, il centro sportivo comunale.)

Breve e suggestiva storia del Vernagtferner, uno dei ghiacciai più raffigurati e temuti delle Alpi

Nell’immagine qui sopra potete vedere quella che è la prima raffigurazione in assoluto di un ghiacciaio delle Alpi. È datata 9 luglio 1601 e mostra il Rofener Eissee, un bacino che si formò quando la lingua glaciale del Vernagtferner, uno dei più grandi ghiacciai delle Alpi Venoste in Tirolo a poca distanza dal confine italiano, nella Piccola Era Glaciale (cioè dalla metà del XIV alla metà del XIX secolo) avanzò fino al fondovalle della Rofental, a una quota di circa 2100 m, e la sbarrò completamente. Si formò così un grande lago, lungo 1,5 km e con un volume di acqua di 11 milioni di m3 sulla cui superficie navigavano numerosi iceberg di ogni taglia.

Tale circostanza, nel luglio 1601, indusse le autorità tirolesi a inviare una missione di indagine e sorveglianza del fenomeno «affinché la valle Ötztal e soprattutto la valle dell’Inn non subissero alcun danno». La raffigurazione del ghiacciaio e del lago proglaciale, attribuita a Abraham Jäger e custodita presso il Tiroler Landesmuseum di Innsbruck, correda i resoconti di quella missione “glaciologica” primigenia, che tuttavia non poté fare nulla contro le numerose esondazioni del Rofener Eissee che si susseguirono fino a metà dell’Ottocento, spesso in modi catastrofici e con ondate di piena che giunsero persino a Innsburck, a più di 100 km di distanza.

[Un panorama recente del Vernagtferner. Immagine tratta da http://vernagtferner.de/.]
La storia così drammatica del Vernagtferner l’ha reso uno dei ghiacciai più osservati e studiati delle Alpi, cosa che contribuì qui più che altrove a gettare le basi della moderna scienza glaciologica. Le frequenti avanzate e ritirate della fronte destavano tanto interesse negli scienziati quanta preoccupazione negli alpigiani, che sovente e in pochi anni vedevano sparire i loro pascoli sotto il ghiaccio avanzante generando fervide suggestioni e alimentando quelle tipiche superstizioni che immaginavano i ghiacciai come dei mostri ciclopici dal corpo di ghiaccio che periodicamente scendevano dalle montagne più alte per distruggere e/o “castigare divinamente” i poveri valligiani sottostanti. Al riguardo ho trovato una bellissima illustrazione (la vedete qui sotto), una sorta di graphic novel ante litteram del disegnatore Rudolf Reschreiter datata 1911, che raffigura il geografo e naturalista tedesco Sebastian Finsterwalder, il padre della fotogrammetria glaciale (la tecnica che utilizza la fotografia per ricostruire superfici tridimensionali a partire da foto bidimensionali), il quale viene aggredito, ingoiato e poi sputato dalla mostruosa fronte del Vernagtferner durante una delle ultime avanzate del ghiacciaio.

Ancora oggi il Vernagtferner è uno dei più estesi apparati glaciali delle Alpi Orientali nonostante la fortissima perdita di massa e di superficie che ha causato la scissione del ghiacciaio in due parti, occidentale e orientale, non più collegate: rispetto al fondovalle della Rofental che aveva “tappato” e che raggiungeva fino a metà Ottocento, oggi la fronte del Vernagtferner si trova a più di 4 km di distanza e a una quota superiore di quasi 700 metri.

[Foto di Whgler, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Particolarmente emblematiche – e inquietanti – sono le immagini che mostrano la vallata glaciale ad un secolo di distanza nei pressi del Rifugio Vernagthütte, a 2755 m di quota. L’immagine superiore è del 1915 e mostra una lingua glaciale ancora ben gonfia e imponente a poca distanza dal rifugio e quasi alla stessa altezza. Quella inferiore è invece del 2020: il ghiacciaio è scomparso e la Vernagthütte (nel circolo giallo) si trova a più di 150 metri sopra al fondovalle ove scorre il torrente di ablazione. Secondo le previsioni basate sull’attuale andamento climatico, entro pochi decenni il Vernagtferner, un tempo così enorme e minaccioso, si frammenterà in tanti piccoli apparati i quali, posta anche l’esposizione meridionale del loro versante e nonostante l’altitudine superiore ai 3500 m, finiranno per fondere e sparire completamente.

L’Alute di Bormio, il luogo dove dimora l’anima del territorio, che qualcuno vorrebbe distruggere

Qui sotto potete vedere – e/o riascoltare – l’intervento che ho proposto domenica 24 agosto a Bormio nel corso dell’incontro pubblico dedicato alle opere olimpiche in Valtellina e, nello specifico, alla questione della “Tangenzialina dell’Alute”, uno dei progetti più emblematici, discutibili e giustamente contestati tra quelli proposti per i prossimi Giochi Olimpici.

Nell’intervento ho cercato di spiegare, da forestiero che non ha alcun titolo per venire a dire ai bormini cosa fare del loro territorio ma pure da studioso dei paesaggi montani e della loro importanza per le comunità che li abitano, quanto io creda sia speciale un luogo come l’Alute per il territorio di Bormio e non solo, visto il suo potente e evidente valore culturale e identitario per tutta la regione montana circostante. E per ciò ho chiesto ai bormini, a prescindere da qualsiasi opera che verrà realizzata oppure no, di salvaguardare il più pienamente e il più a lungo possibile un luogo così speciale: perché l’Alute è Bormio e i bormini sono l’Alute, e ogni cosa che vi possa essere realizzata lascerebbe il segno non solo sul terreno ma pure, e soprattutto, sull’immagine della comunità e sull’anima dei suoi abitanti. Un luogo del genere non può essere svenduto ad interessi altri che poco o nulla c’entrano con l’anima del territorio e con l’identità della comunità, altrimenti saranno proprio quest’anima e tale identità a essere svendute – in tal caso per un orribile nastro d’asfalto a uso turistico del costo di oltre sette milioni di Euro. È proprio il caso che una circostanza del genere possa realizzarsi, e che un domani ci si veda costretti a raccontare com’era bella la piana dell’Alute, al passato, senza più poter affermare com’è bella?

Ma il mio intervento, ovviamente centrato sulla causa dell’Alute, è nei principi di fondo espressi valido per molte altre località alpine ciascuna delle quali ha la propria “Alute”, un luogo speciale che più di altri manifesta l’anima del territorio locale e della comunità che lo abita, e in tante di esse questi luoghi speciali sono minacciati da altrettanti progetti impattanti e privi di attenzione verso il paesaggio. Dunque, anche qui: sono veramente disposti gli abitanti di queste località, a svendere la propria anima e il proprio territorio ancora intatto per favorire gli interessi di pochi altri? E siamo disposti, tutti noi che frequentiamo le montagne, a perdere questi luoghi così speciali, patrimonio inestimabile di chiunque?

Ecco.

Buona visione e, se vi va, fatemi sapere che ne pensate di ciò che ho detto.