[Foto di Pexels da Pixabay.]Nelle città in cui viviamo, posta la realtà di fatto che presentano e ciò che ci aspetta nei prossimi anni, tra nuove strade per velocizzare il traffico veicolare e “Zone 30” per rallentarlo, tra la libertà dell’auto privata e il privilegio dei trasporti pubblici, tra un passato che vuol farsi futuro e un futuro che vuol tornare al passato, tra slogan che dicono cose e altri slogan che dicono cose opposte, io credo che per la salvezza delle città e di chiunque le abiti e le frequenti, stanzialmente o saltuariamente, la soluzione sia una sola:
Cioè niente auto, già.
Solo mobilità dolce e trasporti pubblici capillari e efficienti.
La città costruita attorno alle strade e ai mezzi che le percorrono è un controsenso assoluto, un paradosso derivato da uno sviluppo distorto – più o meno conscio, più o meno dettato da affarismi vari e assortiti – delle aree metropolitane. La città va camminata e va pedalata per poterla dire viva così come altrettanto vivi i suoi abitanti in relazione ad essa. Di contro il traffico motorizzato non solo ne ammorba l’aria ma pure l’anima urbana: pensare ancora, oggi, che possa essere l’auto il mezzo principale per attraversarla è una delle più grandi stupidaggini della nostra epoca ed è inquietante che così tanti amministratori pubblici se ne facciano megafono (per giunta definendola assurdamente una “libertà”).
Le “Zone 30” non sono soluzioni ma solo palliativi, utili al momento e solo se si punta rapidamente allo step successivo: la “Zona 0” appunto. Finché le vie urbane non torneranno a poter essere completamente camminabili e dunque vivibili da chiunque, i cittadini in primis, le nostre città saranno solo delle sceneggiate di urbanesimo e dei simulacri di civicità. Diventeranno preda da un lato della gentrificazione più bieca e dall’altro di una slumizzazione degradante. Un mega nonluogo destinato a decadere presto, inevitabilmente.
Le città italiane continuano a mostrare le stesse problematiche di invivibilità e insalubrità di cui si parla ormai da troppo tempo: tante aree urbane sono ancora vittime di traffico e inquinamento per i numeri record di veicoli privati in circolazione (666 auto ogni 1.000 abitanti in media in Italia, il 30% in più rispetto alla media di Francia, Germania e Spagna), e di danni alla salute da smog, con oltre 50.000 morti premature dovute all’inquinamento atmosferico. In questo contesto il ritardo infrastrutturale italiano rispetto agli altri grandi Paesi europei è enorme. Ma non è quello di cui si discute da almeno 30 anni, ossia un divario rispetto alle grandi opere (innanzitutto autostradali), bensì quello delle città e della mancanza di reti di trasporto pubblico veloci e capillari: – la lunghezza totale delle linee di metropolitane in Italia si ferma a poco meno di 256 km totali, lontanissimi dagli oltre 680 km del Regno Unito, dai 656,5 km della Germania e dai 615,6 della Spagna; – le reti di metropolitane in tutta Italia sono paragonabili a quelli di singole città come Madrid (291,3) o Parigi (225,2); – in Italia ci sono 397,4 km di tranvie rispetto agli 875 km della Francia, dove nel solo 2023 sono stati inaugurati ulteriori 40 km, e ai 2.042,9 km della Germania; – l’Italia è dotata di 740,6 km di ferrovie suburbane, mentre sono 2.041,3 in Germania, 1.817,3 km nel Regno Unito e 1.442,7 in Spagna. A fronte di questi ritardi abbiamo fatto ben poco, anzi abbiamo fatto più investimenti sulle infrastrutture per il trasporto su gomma che per realizzare nuovi binari o per migliorare velocità e frequenze dei treni su quelle esistenti. Le città italiane sono, dunque, ferme al palo, mentre l’Europa viaggia sempre più su ferro. Come condizione minima per avviare un recupero di questo ritardo serve fare uno sforzo aggiuntivo sulle risorse economiche fino al 2030, con nuove risorse pari a 1,5 miliardi l’anno (per realizzare linee metropolitane, tranvie, linee suburbane), recuperando i fondi dalle tante infrastrutture autostradali e stradali previste, rifinanziando i fondi per il trasporto rapido di massa e la ciclabilità, completamente svuotati perché in un’epoca di crisi climatica la questione cruciale è quella delle scelte che si fanno ora e che stanno decidendo il futuro di milioni di persone.
Dov’è lo sviluppo del paese, dove sono l’innovazione, la progettualità, la visione verso il futuro?
Dov’è l’attenzione nei confronti del benessere dei cittadini, dell’ambiente, del paesaggio? Dov’è quella per le nuove generazioni? Dov’è la presa di coscienza riguardo la crisi climatica e le sue conseguenze che già il paese subisce ampiamente?
Dov’è l’Italia, paese membro del G7, tra le maggiori economie del pianeta?
In questi giorni di un inverno che sembra primavera inoltrata, la visione dai monti prealpini della Pianura Padana dà l’idea vivida di un corpo ricoperto da un sudario. Un corpo le cui membra sono i rilievi e i piani che formano la morfologia del territorio, e un sudario che è lo smog che ricopre ogni cosa nascondendone i dettagli. Sarebbe quasi una visione suggestiva, se non fosse che al di sotto di quella venefica cappa uniforme e grigia vi abitano milioni e milioni di persone.
Avrei potuto scrivere «ci vivono milioni e milioni di persone» ma, obiettivamente, correlare un’idea di “vita” a questa situazione appare quanto mai sbagliato. Già, perché sotto quel sudario in verità muoiono 140 persone al giorno. Centoquaranta, la gran parte proprio in Pianura Padana, una delle zone europee più inquinate in assoluto da anni. E cosa si fa in concreto per evitare questa vera e propria strage da inquinamento? Nulla di che, anzi. Ormai è come se la considerassimo un inevitabile e dunque trascurabile “effetto collaterale” del nostro mondo e dello stile di vita con il quale lo abitiamo. Non fa neanche più notizia, salvo che per qualche raro caso, d’altronde come qualsiasi altra cosa che è diventata “normale”.
E allora avanti così, come se nulla fosse. Tanto prima o poi si muore tutti di qualcosa, no?
Già. Tuttavia, per quanto mi riguarda, ne resto lassù, sui miei monti. Forse con la loro aria che spero un po’ meno inquinata di quella laggiù qualche giorno in più di permanenza a questo mondo me lo garantisco, ecco.
[Immagine di macrovector su Freepik e di cai_305 da Pixabay, elaborata da Luca.]Visto l’andazzo della COP28 di Dubai, e posti i risultati concreti delle conferenze precedenti a fronte dei dati e degli eventi climatici al contempo rilevati dalla scienza, assegnare la prossima COP29 all’Azerbaijan, uno dei maggiori produttori di petrolio al mondo, mi sembra del tutto coerente.
Anzi, lo sarà ancor più se la conferenza si terrà proprio dentroun giacimento petrolifero, nel mentre che le trivelle pompano idrocarburi e espellono CO2 e gas serra in atmosfera contribuendo al riscaldamento globale. Così la COP potrà finalmente e pienamente adempiere agli scopi che con tutta evidenza, appunto, si è prefissa da parecchi anni a questa parte.
«La coerenza innanzitutto!», come si dice in questi casi. Ecco.
Istruire lo spirito del non fare così come si istruisce lo spirito del fare.
Elevare l’indecisione fino a conferirle dignità politica. Porla in equilibrio col potere. […]
Poco importa cosa spinga la politica ad adottare la non-gestione, purché questa – come la gestione – sia integrabile nei piani urbanistici locali e nelle politiche di gestione dello spazio agricolo, in qualità di principio accettabile che si dia le proprie regole.
A proposito di consumo di suolo – il post di questa mattina, sì – e in relazione alla regione italiana che più si “distingue” in questa scellerata pratica, la Lombardia, la quale si vanta spesso di essere la «terra del fare» quando poi gli effetti di questo slogan – perché tale è, essendo in concreto pressoché vuoto di cultura politica e umanistica – sono proprio quelli decretati dalle statistiche dell’ISPRA, mi è tornato in mente uno dei passaggi a mio parere più illuminanti del Manifesto di Deleuze, quello che avete letto nella citazione lì sopra (e la cui mia recensione potete leggere cliccando sull’immagine qui sotto).
«Lo spirito del non fare», «la non-gestione» del territorio a cui venga conferita «dignità politica» esattamente come al fare. Intuizioni tanto semplici quanto geniali che aprono un universo di riflessioni, considerazioni, domande, dubbi. Già: perché la politica pensa sempre al “fare” e mai al “non fare”? Perché è incapace di comprendere che anche il “non fare” fa, e spesso fa molto di più e meglio del “fare”? Basti pensare al “non fare” altri capannoni sopra terreni naturali o agricoli: significa fare ambiente, preservare il territorio naturale e la sua biodiversità, conservare la salubrità derivante, difendere l’identità culturale del paesaggio, pianificare (verbo che sovente possiede accezione ben più negative, per il paesaggio) un futuro migliore per la comunità che abita quel territorio. Se il “fare” viene considerato economia, perché il “non fare” non lo si sa correlare all’ecologia – posto che economia e ecologia sono due sorelle in origine, poi separate a forza e diventate antitetiche? Perché, come suggerisce Clément, anche la non-gestione quale pratica di conservazione della naturalità di parti del territorio, non può far parte di un programma politico e di un progetto di amministrazione territoriale? Solo perché non si è in grado di capire – ribadisco – che il “non fare” e il “non gestire” non significa affatto evitare di realizzare qualsiasi cosa o di amministrare il territorio ma l’esatto opposto, è la forma di gestione più articolata, meditata e equilibrata che si possa attuare nonché l’unica che possa giustificare il “fare” altrove?
Solo un potere squilibrato, asimmetrico e disarmonico con il territorio che gestisce non sa concepire e comprendere tutto ciò. Con i risultati che statistiche come quelle dell’ISPRA poi inesorabilmente registra, già.