L’incendio doloso dei boschi, uno dei crimini peggiori in assoluto

[Fotografia di Marco Pugliese / ©Primaphoto.it.]
Quando la mattina scendo dai miei monti domestici per andare a lavorare, ad un tratto della strada si apre – quando il cielo è sereno – una meravigliosa visuale del ramo di Lecco del Lago di Como, che permette di vedere l’intero corridoio lacustre tra le «due file non interrotte di monti» citate dal Manzoni ne “I Promessi Sposi” e, a chiudere l’orizzonte, le Alpi dell’alto Lario al confine con la Svizzera.

Questa mattina però, nonostante il tempo bello, non si vedeva nulla, il panorama era completamente offuscato da un fitto velo di fumo grigio: quello del terribile incendio che da un paio di giorni avvolge quasi interamente il Moregallo, montagna prospiciente il lago e la città di Lecco (lì sopra ne vedete qualche immagine, tratta dal web). Uno dei tanti roghi boschivi che sta funestando l’estate oltre modo torrida in corso, la quale temo – come già prevede il report “Italia in fumo 2026” di Legambiente pubblicato a luglio, che sarà la peggiore in assoluto della storia anche su tale aspetto.

Sono incendi nella maggior parte dei casi di matrice umana, avviati per sbadataggine, imprudenza, stupidità, sovente per dolo, che le condizioni climatiche estreme di queste settimane (alle quali quel noto poveraccio vorrebbe che “ci abituassimo” come fossimo ai Caraibi) contribuiscono a rendere ancora più gravi nelle conseguenze ai boschi, alla fauna che li abita, ai versanti montuosi coinvolti, a chi vive nei dintorni.

Be’, personalmente trovo l’incendio doloso uno dei reati più gravi in assoluto, roba da pene durissime di decenni da scontare non in carcere ma al servizio coatto di quel patrimonio naturale che si è così criminalmente distrutto. Non cambia nulla, certo, ormai il danno sarà stato fatto con tutte le terribili conseguenze del caso. Ma credo sia un dovere civico e morale, oltre che politico, di una società consapevolmente evoluta, fare qualsiasi cosa per evitare disastri criminali del genere: a partire dal ragionare, dall’usare la testa, dall’avere coscienza della relazione che ci lega ai luoghi e ai paesaggi nei quali viviamo o che frequentiamo, dal capire che ci facciamo lì e che portato ha la nostra presenza e dunque cosa ci possiamo e dobbiamo fare e non fare, dal sentirci parte di quei paesaggi come effettivamente siamo, dal comprendere che ogni danno venga fatto ad essi, lo facciamo a noi stessi.

E auguriamoci di cuore che questa terribile estate fatta anche di boschi distrutti dalle fiamme, animali morti, danni ambientali incalcolabili e persone ignobili che sarebbe bene non uscissero di casa, finisca presto.

Piacere, «odiatore dello sci»!

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Qualche tempo fa, a commento di uno dei miei articoli di analisi critica dell’industria dello sci contemporanea, un tale ha scritto che sono un «odiatore dello sci». Una definizione che mi ha fatto veramente molto ridere, innanzi tutto perché non capisco cosa voglia realmente dire (no, non mi apposto lungo le piste da sci gettando grossi rami tra le gambe degli sciatori per farli cadere e non infilo frammenti di ferro nelle carrucole delle seggiovie per bloccarne il moto!) eppoi per come risulti infondata ancor più di quanto la sua origine strumentale farebbe credere: chi l’ha proferita non sapeva cos’altro dire per ribattere alle mie considerazioni (e tanto meno conosce la mia storia sciistica) e dunque ha provato a chiudere la questione così, e amen.

Ovviamente chi la pensa in questo modo non vuole concepire che, invece, la critica allo sci attuale che elaboro nasce dalla mia grande passione per esso. Così come, se da parte mia nessun odio per niente e nessuno potrei mai sensatamente formulare, quello/quelli non capiscono che, per cosa è diventato oggi, è proprio lo sci ovvero cioè chi lo gestisce a manifestare, in tutta apparenza, una sorta di articolato “disprezzo” per le montagne, che in certi casi potrebbe pure essere sembrare, con tutti i distinguo e le attenuanti del caso, “odio”. Montagne che pretende di sfruttare oltre ogni limite, di (s)vendere per tentare di preservare i propri affari, di banalizzarne il paesaggio e l’anima (come fanno le orribili strisce di neve artificiale nei prati quando la neve naturale manca, ad esempio), verso la cui realtà ambientale, climatica, sociale, culturale non mostra alcuna sensibilità. Posso comprendere che lo sci provi a salvarsi in una situazione sempre meno favorevole, sia in forza dei cambiamenti climatici e sia per la congiuntura economica attuale, e capisco che la sua economia, ancora oggi importante per i territori montani che coinvolge, sia in certi casi (non in tutti) da salvaguardare. Ma tutto va (andrebbe) fatto ciò con logica, buon senso, attinenza alla realtà delle cose e consonanza ai territori e alle loro specificità. Con il più sensato equilibrio, insomma, rispetto alle montagne sulle quali si scia.

Altrimenti, con il passare del tempo, l’attività sciistica protratta in circostanze e condizioni climatiche, ambientali, ecologiche, socioeconomiche, culturali sempre meno adatte, solo perché non si vuole prendere consapevolezza di come stanno realmente le cose e, di conseguenza, non si ammette alcun limite ad essa anche quando il superamento di qualsiasi limite è ormai palese, diventa ogni anno di più una forzatura, un’imposizione, una prepotenza basata soltanto su una presunta forza economica, una prevaricazione bella e buona sulle montagne interessate. Una cattiveria verso di esse, si può dire, cioè qualcosa che assomiglia in vari modi a un “odio”, appunto.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Lo sci, per quanto mi riguarda, potrebbe andare avanti senza alcun problema ancora per molto tempo, dove trovasse le condizioni (climatiche e non solo) per farlo e se dimostrasse una coerenza completa e compiuta con le montagne sulle quali opera, diventandone uno strumento reale e concreto di sviluppo e progresso, non di sfruttamento e decadenza come lo è stato nei decenni scorsi in un mondo che, lo sappiamo bene tutti, per vari motivi non esiste più. Dunque, pretendere che esista e resista qualcosa che si giustifica tramite i modelli superati di un mondo passato nel mondo attuale ormai profondamente cambiato, rifiutando di adattarsi alla realtà attuale delle cose e di farsi ben più organico con ciò che le montagne sanno offrire con ben maggiore contestualizzazione al presente e al futuro – dal turismo ecosostenibile alle economie circolari locali, ai servizi alla comunità residente, alla cura attiva e passiva dei territori, alla salvaguardia di ambienti e paesaggi – a me pare, in base alla più ordinaria coscienza civica e morale, una gran prepotenza verso le montagne. Per giunta sovente sostenuta con denaro pubblico da una politica incompetente e meschina, dunque con un doppio danno alla collettività alla quale appartiene il patrimonio naturale delle montagne sfruttato dalle società, private, che gestiscono lo sci.

Quindi, per ribadire: chi è che veramente “odia” cosa?

«Ci abitueremo»?

Quasi un anno fa, d’agosto, vagabondavo per la meravigliosa regione del Giura svizzero e, tra le altre cose fatte, ho navigato sui piccoli battelli turistici del Lac des Brenets per andare ad ammirare il celebre (in loco) Saut du Doubs – vedi sopra.

Oggi, un anno dopo, il lago è così (immagini di BRK News tratte da www.tio.ch.):

In Svizzera, ripeto, paese tra i più piovosi e ricchi di acqua del continente europeo, già.

Mi ritornano nuovamente alla memoria le recenti affermazioni di quel tizio italiano, «Ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo. I Caraibi vivono da un sacco di tempo con questo clima e sopravvivono» e mi ribadisco che la crisi climatica sta causando dei gran danni non solo agli ambienti naturali ma pure nella testa di certi individui.