[Thomas Worth, A Match Against Time! (“Una corsa contro il tempo!”), 1878. Immagine di Popular Graphic Arts – Library of CongressCatalog, pubblico dominio, fonte commons.wikimedia.org.]
Un anno è finito. Si è tagliata via una fetta al tempo, e il tempo resta intero.
(Jules Renard, annotazione del 31 dicembre 1902 in Diario 1887-1910, traduzione e postfazione di Orio Vergani, a cura di Guido Vergani, SE, Milano, 1989, pag.199.)
Per fortuna che il tempo resta intero! Così ci consente di poterlo vivere pienamente domani come ieri e così, anche se scappa inesorabilmente via, possiamo vivere la gradevole, necessaria illusione di riacchiapparlo sempre.
[La boscosa penisola di Chastè si allunga nel Lago di Sils.]
In molte contrade della natura noi scopriamo di nuovo noi stessi, con piacevole terrore; è quello il più bel sdoppiamento. Quanto deve essere felice colui che prova questa sensazione proprio qui, in quest’aria di ottobre costantemente soleggiata, in questo malizioso e giocondo gioco dei venti dall’alba fino a sera, in questa purissima chiarità e modesta freschezza, in tutto il carattere graziosamente severo dei colli, dei laghi e delle foreste di questo altipiano, il quale si stende senza paura accanto all’orrore delle nevi eterne, qui dove Italia e Finlandia hanno fatto alleanza e sembra trovarsi la patria di tutti gli argentei toni di colore della Natura; quanto felice colui che può dire: vi è certo molto di più grande e bello nella Natura ma questo è per me intimo e famigliare, mi è parente di sangue, anzi ancor di più.
Così Friedrich Nietzsche, nell’aforisma nr.338 de Il Viandante e la sua ombra (incluso in Umano troppo umano, vol.II, traduzione di Sossio Giametta, Adelphi, Milano, 1981), scrive della Penisola di Chastè, esile lembo di terra ricoperto di boschi che si prolunga per qualche centinaio di metri nelle acque cristalline del Lago di Sils, in Alta Engadina – località presso la quale il grande filosofo soggiornò per molte estati – sul quale amava recarsi a meditare in umana solitudine e al contempo in “compagnia” del grandioso panorama alpino engadinese. Ma non fu il solo a rimanere incantato dalla bellezza del paesaggio di Chastè, che conquistò altri grandi personaggi come Joseph Beuys e David Bowie.
[Il porticciolo di Chastè con le barche dei pescatori di Sils.]
[Un altro punto di vista su Chastè. Foto di Seb Mooze da Unsplash.][Panoramica sui due villaggi che formano Sils im Engadin e sull’omonimo lago, con Chasté in bella evidenza; cliccate sull’immagine per ingrandirla e godervela meglio. Foto di Simon Gamma da Unsplash.]Un luogo raccolto, intimo, affascinante, al centro di un paesaggio di rara bellezza pur nel gran campionario di meraviglie che le Alpi possono offrire, nel quale ho vagabondato a lungo, in passato, in estate e in inverno, al punto da conoscerne quasi ogni sasso e in cui conto di tornare al più presto. Dacché è tanto che non ci vado e mi manca, il paesaggio engadinese: un paesaggio il quale veramente, quando ci sto, lo sento a mia volta come fosse un parente di sangue – per usare l’espressione di Nietzsche – una forza quasi sovrannaturale che ti percepisci chiaramente dentro e alla quale ti senti legato, in forza di quella sua peculiare energia che pare fluire direttamente dal cielo e far vibrare ogni cosa d’una nota fondamentale e assoluta alla quale accordarsi è un atto di vitalità necessaria e fondamentale, cioè di vita alla massima potenza. Essere in un luogo come Chastè e non sentirsi profondamente parte di esso, e il luogo sentirlo intimamente parte di sé, be’, sarebbe qualcosa di semplicemente malaugurante.
[La “Pietra di Nietzsche”, a Chastè, con inciso un brano tratto da “Così parlò Zarathustra”.]
P.S.: ove non indicato diversamente, le foto sono tratte dal sito Sils.ch, in particolare da questa pagina, che vi invito a leggere (è in inglese) per conoscere molte belle cose riguardo Chastè e il territorio di Sils.
La Natura, a quanto pare, va fino in fondo, e vince sui cani come sugli uomini, facendoci fare quello che vuole, spingendoci e trascinandoci lungo le sue strade, per quanto impervie, a volte quasi uccidendoci per riuscire a farci portare a casa le sue lezioni.
In un bell’articolo uscito ieri sull’inserto “L’Extraterrestre” de “Il Manifesto”, Tiziano Fratus rimarca come finalmente anche in Italia ora esista un fondo abbastanza ricco di testi che offrano il pensiero di John Muir (1838-1914) il grande naturalista scozzese naturalizzato americano, considerato uno dei padri fondamentali della moderna salvaguardia ambientale. Come scrive Fratus, «Fino a poche stagioni fa Muir era un nome per pochissimi, prevalentemente studiosi o appassionati lettori di American Studies, camminatori, naturalisti, viaggiatori, magari un po’ snob. Nei bookshop dei Parchi nazionali del Nord America John Muir è presente e santificato come un Walt Whitman dei boschi e delle lontananze, come un Thoreau ma più capace di uscire dalla propria solitudine e dialogare addirittura con presidenti degli Stati Uniti.»
[John Muir con alla sua destra il Presidente USA Theodore Roosevelt nel 1905 a Glacier Point, nello Yosemite National Park, per la cui nascita Muir fu determinante.]Potete leggere l’articolo di Fratus qui, oppure la sua versione pdf qui.
[Foto di Chris Lawton da Unsplash.]Kahlil Gibran affermò che «Se un albero scrivesse l’autobiografia, non sarebbe diversa dalla storia di un popolo.» Gli alberi come un popolo, già, ovvero boschi e foreste come “collettività”. Non siamo certamente adusi a definizioni del genere, per gli alberi, e invero già fatichiamo a non considerarli meri oggetti, a riconoscere a essi un valore vitale come quello di ogni altra creatura che dimora sul pianeta ed è dotata di moto.
D’altro canto, cosa definiamo noi “popolo”, normalmente? Una comunità umana, non altro; semmai a volte lo utilizziamo per certe comunità animali ma, al nostro solito, con accezione e punto di vista del tutto antropocentrici, come forma imitativa del nostro vivere sociale o per mera definizione funzionale se non pittoresca. E perché gli alberi non lo sarebbero, invece? Solo perché non si muovono come noi, non hanno occhi, bocche, arti, non si cibano come noi e non emettono suoni o versi? Perché non ci assomigliano in nulla, insomma? Ma se un albero per assurdo parlasse e sostenesse dal suo punto di vista la stessa cosa di noi umani, che non saremmo un “popolo” dacché siamo così diversi dalle loro comunità, non ce la prenderemmo e non ci sentiremmo offesi?
Lo so, potreste considerare tali mie elucubrazioni come quelle sul sesso degli angeli; in verità credo che non sia granché diffusa una consapevolezza adeguata su cosa siano gli alberi ovvero, in generale, su quante forme di vita differenti dalla nostra e da quelle a essa affini abbiamo intorno che non sappiamo identificare come meriterebbero. Per l’appunto, gli alberi sono l’esempio migliore di una forma di vita diversa, che assimilare alla nostra risulta fuori luogo ma con la quale relazionarsi come con ogni altra di tipo animale è fondamentale – tanto più che, come dimostra con sempre maggior compiutezza la scienza, trattasi a suo modo di una vita intelligente, cioè con modalità anche qui differenti dalle nostre ma non per questo meno considerabili. Credo sia importante conseguire questa consapevolezza riguardo la presenza degli alberi nello spazio-tempo mondano e tra di noi, ovvero sia necessario considerarne la peculiare importanza: sovente gli alberi, tanto più quelli che da tempo (magari anche da millenni) dimorano nei rispettivi spazi vitali non sono soltanto divenuti parte del paesaggio naturale dei luoghi che li ospitano ma pure delle geografie umane e sociali lì presenti e storicamente consolidate, presenze identitarie e culturali che con tutte le altre hanno costruito il luogo e la sua vitalità in ogni aspetto di essa. Bisogna assolutamente considerare non solo la nostra visione antropica verso di essi, c’è da capire a fondo anche la loro “visione” verso di noi umani, comprendere quanto la loro presenza nel tempo – e nel loro tempo, a sua volta diverso da quello degli uomini e più affine a quello della Terra – ha influito sullo sviluppo delle comunità umane, delle relazioni in esse e con la specifica realtà del luogo, sulla definizione del paesaggio locale e su come, in esso, la presenza arborea sia (nel passato e nel presente) assolutamente in equilibrio con quella degli uomini, degli animali e di qualsiasi altro elemento che quel paesaggio forma.
Un’autentica cura e sensibilità verso i territori in cui viviamo, i loro ambienti naturali e il paesaggio che se ne percepisce credo necessiti della consapevolezza suddetta: non solo per meglio salvaguardare il bosco – o per relazionarsi meglio ad esso negli spazi antropizzati ove sia presente – ma più in generale per comprendere meglio la dimensione ecosistemica della quale facciamo parte e comprenderci adeguatamente in essa, come elementi armoniosi e virtuosi. È una piccola azione, peraltro meramente immateriale e culturale, richiede pochissimo sforzo e solo un poco di attenzione ma può conseguire grandi risultati, già.
P.S.: sono considerazioni, queste che avete appena letto, ispirate dalle lunghe e belle chiacchierate con l’amico Tiziano Fratus, Homo Radix e cercatore di alberi, raffinato scrittore di libri sul tema e spirito tra i più affini alla meravigliosa dimensione silvestre.
La capacità di comprendere il valore culturale della natura incontaminata si riduce, in ultima analisi, a una questione di umiltà intellettuale. La superficialità degli uomini di oggi, che hanno già perso le proprie radici con la terra, fa supporre loro di aver già scoperto ciò che è importante; li fa cianciare di imperi economici destinati a durare secoli. Solo lo studioso riconosce che tutta la storia consiste di successive escursioni da un unico punto di partenza, a cui l’uomo ritorna – ancora e ancora – per organizzare sempre nuovi viaggi, alla continua ricerca di una durevole scala di valori. Solo lo studioso comprende perché l’autentica natura selvaggia definisce e dà significato all’impresa umana.