La Grivola, una vetta “dimenticata” tra pietraie, tordi e belle ragazze

La Grivola è senza dubbio tra le montagne più belle delle Alpi occidentali ma, nonostante ciò, è pure tra le meno considerate. Forse è per i soli 31 metri che mancano alla quota per poter annoverare la montagna tra i quattromila delle Alpi (è alta 3969 metri, già), o forse è per la vicinanza del ben più vasto e articolato Gran Paradiso, con le sue numerose sommità e gli ancora vasti ghiacciai, il quale invece la quota 4000 la supera per 61 metri e sulla vetta massima vi si può salire più agevolmente che sulla Grivola. La quale invece appare subalterna anche nel rappresentare la seconda più elevata montagna interamente compresa nel territorio italiano – il primo è sempre lui, il Granpa. E magari pure il toponimo di quest’ultimo risulta più suggestivo agli appassionati di montagna: ma stavolta a torto, dacché l’origine del nome Grivola appare più misterioso e dunque intrigante (e poi il paradiso con il primo non c’entra nulla!).

“Grivola” compare per la prima volta nel 1845, dunque in tempi relativamente recenti; prima la montagna era conosciuta con un più ordinario Pic de Cogne (in effetti la vetta della montagna dista meno di 8 km in linea d’aria dal centro dell’abitato). Giuseppe Giacosa, scrittore e drammaturgo che fu librettista di Puccini e autore di molti scritti dedicati alle montagne valdostane, fece risalire l’origine di Grivola dal patois valdostano griva, termine che indica il tordo (in francese grive), uccello tuttavia non così accomunabile alle alte quote alpine. Di tutt’altra opinione fu invece l’eccentrico Joseph-Marie Henry (più noto come l’abbé Henry), che ascese tanto la Grivola quanto il Gran Paradiso, il quale ritenne di originare il toponimo da grivoline (in francese grivoise), termine con il quale si identifica una bella ragazza, forse ispirato dalla Jungfrau (la “vergine”). Un altro abbé, il francese Paul-Louis Rousset che fu alpinista e guida nonché autore di scritti sulle origini dei toponimi alpini, ha invece indicato la parola gri in patois di Valgrisenche, che significa “pietraia”, come origine possibile e in effetti giustificata dall’aspetto ampiamente deglacializzato della vetta, nonostante l’altezza prossima ai 4000 metri.

Insomma, dai tordi alle belle ragazze fino alle pietraie… capite bene quanto ancora incerta sia l’origine del nome Grivola: chissà se pure questo elemento abbia contribuito nel trasformarla in una “montagna dimenticata” – come recita il titolo di un libro di qualche anno fa che racconta la storia alpinistica del monte, o se al contrario ne accresca il fascino e una certa deferenza riservata alle cose tanto evidenti (la vetta è ampiamente visibile dal fondovalle valdostano) quanto a loro modo “sfuggenti” – ma non per questo trascurabili, anzi!

P.S.: la fotografia della cartolina in testa al post è di Marek Piwnicki su Unsplash.

Una cartolina dal Monte Pelmo

[Foto di Mario da Pixabay.]

In nessun’altra parte delle Alpi si innalzano così bruscamente cime altissime e con così poca apparenza di connessione tra di loro. In nessun’altra parte vi sono contrasti così marcati offerti dalla differenza di struttura geologica come quelli che qui colpiscono il viaggiatore.

Così a metà Ottocento scriveva delle Dolomiti sul proprio diario John Ball, politico, naturalista e alpinista irlandese. Il quale aveva pieno titolo per scrivere quelle parole: Ball nel 1857 salì una delle principali cime dolomitiche per la prima volta, il Pelmo, 3168 m (che spicca al centro della “cartolina” qui sopra), e il suo nome è rimasto “impresso” sulla montagna grazie all’itinerario che egli seguì per raggiungerne la vetta, la cengia di Ball, tutt’oggi la via normale. E se l’alpinista irlandese affermò poi di aver scelto il Pelmo per la sua prima scalata perché gli era sembrato il più bello tra tutti i monti delle Dolomiti che aveva visto (cosa condivisibile, peraltro, anche grazie alla sua particolare forma che gli riserva il nomignolo di Caregón de ‘l Pareterno, “Trono di Dio”), è pure vero che il monte dà bene l’idea di «cima altissima e con così poca apparenza di connessione» con le altre, avendo tale peculiarità anche nel proprio oronimo che deriva dalla forma dialettale Sass de Pelf col significato di “sasso”, “roccia compatta” e anche “sasso isolato” (cfr. il preromano pel- affine a pal(a), “roccia”, “pala”) caratteristica ben evidente anche nella “cartolina” lì sopra.

Cambiano le montagne e i paesaggi, cambiamo anche noi

Ormai decenni fa, quando avevo poco più di vent’anni (dunque metà anni Novanta, in pratica), con alcuni amici salii per la prima volta il Cevedale, trovandomi così al cospetto di una montagna la cui bellezza iconica mi conquistò subito, per come era ed è possibile osservarla dalla via normale al Cevedale dal rifugio Casati: il Gran Zebrù/Königsspitze, una piramide pressoché perfetta puntata verso il cielo e scintillante di ghiaccio. Scattai una fotografia (il digitale era ancora roba rara, ai tempi) e ne ricavai un ingrandimento che incorniciai e appesi a casa – dove ora vivono i miei genitori e dove fa ancora bella mostra di sé, vicino all’ingresso: lo vedete lì sopra (e tenete conto che erano i primi di agosto, se volete fare qualche raffronto con il presente). Al netto del celeberrimo Cervino, credo sia una delle montagne più belle e “potenti” delle Alpi, il Gran Zebrù, e capace di narrare storie meravigliose su di sé, come raccontai in questo articolo.

Credo lo sia, ho scritto, e vorrei poter continuare a utilizzare la forma verbale al presente tuttavia temo mi (e ci) sarà impossibile farlo, di questo passo. Qualche giorno fa l’amico Luca Ciccio Impagnatiello ha pubblicato sulla sua pagina Facebook quest’immagine del Gran Zebrù, presa dalla vetta del dirimpettaio Monte Pasquale. Una foto (della cui concessione lo ringrazio di cuore) quanto mai significativa e francamente angosciante:

Consentitemi un paragone un po’ idiota ma certamente chiaro: immaginate di avere un’amica (parlo per me uomo, ovviamente il tutto vale anche in ogni altra versione di genere) bella, formosa, atletica, bionda, assolutamente affascinante, e poi di rivederla solo dopo qualche giorno smagrita, pallida, ingrigita, spenta al punto da faticare a riconoscerla se non fosse per le sue fattezze principali. Ecco, è ciò che mi si formula in testa nel considerare l’immagine odierna del Gran Zebrù, quasi del tutto privato dei suoi ghiacci e dunque dall’aspetto soprattutto roccioso, ingrigito, cupo dacché senza più lo scintillio nivale che prima rendeva abbacinante la sua piramide, con il letto della lingua valliva che sembra un’enorme piaga sterile diffusasi tra gli alti pascoli della Valle di Cedèc… un’altra montagna, in pratica, se non fosse per le forme che la rendono ancora identificabile da parte di chi la conosce. E il tutto in pochi decenni, un periodo rapidissimo nella scale del tempo della Terra: per questo l’ho correlato ai pochi giorni del paragone suddetto.

Per tutto ciò sostengo da tempo che i cambiamenti climatici e le trasformazioni fisiche dei territori che ne subiscono gli effetti, tra i quali le montagne sono quelli forse in assoluto più soggetti, più sottoposti ad alterazioni, non comportano conseguenze solo ambientali e in generale materiale ma anche, e per certi versi soprattutto, immateriali ovvero culturali, antropologici, psicogeografici… Il Gran Zebrù che si osserva oggi obiettivamente non è più la montagna di trenta o cento anni fa: ne conserva le forme ma la sua identità assume un aspetto diverso e dunque anche la nostra percezione, assimilazione e elaborazione della sua immagine e del suo paesaggio sta cambiando, quindi inevitabilmente si modifica anche la relazione culturale che possiamo intrattenere con essa e che, nel caso di una montagna appunto così iconica, finisce per influire sul costrutto dell’intero paesaggio d’intorno, rispetto al quale il differente aspetto della montagna genera una diversa percezione del luogo. E siccome noi siamo il paesaggio, dal momento che esso è una nostra elaborazione culturale che esprime nell’idea del paesaggio anche noi stessi, sostanzialmente pure noi cambiamo, al cospetto del Gran Zebrù attuale e futuro così come in ogni circostanza simile.

Sono cambiamenti o, se preferite, alterazioni intense, profonde, complesse, senza dubbio epocali, ma che ancora, credo, non sappiamo percepire e comprendere, fermandoci ai pur essenziali aspetti ambientali (ed è comunque già buona cosa, visto che non sempre accade e il disinteresse, l’apatia o il negazionismo – del clima ma di rimbalzo anche dell’effettiva realtà ambientale – a volte si palesano in tutta la loro sconsideratezza). Ma dobbiamo saperli elaborare e capire, quei cambiamenti in atto, dal momento che come detto stanno cambiando anche tutti noi e la nostra relazione con il mondo che abitiamo, quella che ce lo può far vivere al meglio oppure in maniera problematica. Cioè per costruirci il necessario futuro di proficua resilienza rispetto al divenire della realtà: sarebbe il caso di pensarci, finalmente.

Lorenzo Pavolini e la scomparsa del Calderone

[Lorenzo Pavolini al Ghiacciaio di Fellaria, in Valmalenco. Foto di ©Michele Comi.]

Mi son rimaste impresse le parole di Giovanni Prandi, del Servizio Glaciologico Lombardo, che si occupa di quelli che fino a ieri erano i fratelli maggiori del Calderone sul Gran Sasso d’Italia, il più meridionale e anche il più piccolo dei ghiacciai d’Europa. Diceva di salire al Fellaria, al Forni, all’Adamello come per andare a trovare un famigliare, cioè qualcuno con cui hai un rapporto ineliminabile, che assume la massima ampiezza tra formalità e sostanza degli affetti. Qualche settimana prima la notizia ormai definitiva che il Calderone non è più un ghiacciaio, ma un glacionevato, aveva mosso dentro di me l’esigenza di andare a trovarlo, come si va da un fratello per capire meglio come sta, che al telefono non basta.
A me glacionevato fa pensare a un nuovo prodotto da gelateria, di quelli che stanno nel frigo con il vetro trasparente appannato, tra zuccotti semifreddi e ghiaccioli artigianali. Da tenere aperto meno possibile! Altro che eroici ricordi di quadri della natura trascorsi, di quando mio padre mi convinceva a salirci con gli sci in spalla sul Calderone, in una estate freschissima di quarantacinque anni fa, anno baricentro della storia contemporanea italiana, il 1978 […]

Mi ha fatto molto piacere conoscere di persona – e passare con lui una bella giornata alpestre, tale anche proprio per la sua mirabile presenza – Lorenzo Pavolini, scrittore, regista e autore radiofonico, vicedirettore della rivista “Nuovi argomenti”, “socio” dell’amico Davide Sapienza nella creazione dei podcast Nelle tracce del lupo e Ghiaccio sottile per Rai Play Sound, gran viaggiatore, appassionato di montagne (ma pure di mare e di vela) nonché – last but not least – autore de La scomparsa del Calderone, il racconto pubblicato lo scorso agosto su “Il Post” del quale avete letto lì sopra l’incipit. Un testo che Lorenzo ha dedicato al ghiacciaio più meridionale d’Europa, quello del Calderone appunto, annidato tra le pareti sommitali del Gran Sasso – “la” montagna per i romani come lui e per chi vive sull’Appennino, non solo in quanto la più elevata della catena. Anzi: ex ghiacciaio, purtroppo, per come sia stato definitivamente declassato a glacionevato, termine che identifica una formazione nevosa perenne che non possiede il movimento verso valle e la vitalità tipica del ghiacciaio vero e proprio. Declassamento che, nel caso del Calderone, rappresenta una sorta di attestazione della prossima estinzione e sancisce che sull’intera catena appenninica non esistono più ghiacciai: non che il Calderone fosse chissà quale apparato glaciale, visto che già da lustri risultava in costante contrazione, eppure era un “pezzo” fondamentale di Gran Sasso e della memoria di chiunque sia salito lassù, identitario e referenziale per la montagna e l’intera zona circostante,  – lo spiega bene Lorenzo nel suo testo.

Il Gran Sasso resta lì, ci si può ancora salire in vetta e da lassù godersi il panorama, guardare verso Ovest che se si è fortunati si vede Roma – come scrive Pavolini chiudendo il proprio scritto. Eppure, nel bene e nel male, la montagna non sarà più come prima: chi nasce oggi e tra venti o trent’anni salirà in vetta nemmeno si renderà conto di passare sul luogo dove un tempo c’era un ghiacciaio – un ghiacciaio a poca distanza da Roma! – e forse non saprà neanche della sua esistenza ormai svanita. Avrà ancora senso quella strofa citata da Lorenzo di un canto popolare che dice «So’ sajitu aju Gran Sassu, so’ remastu ammutulitu… me parea che passu passu se sajesse a j’infinitu!»? Dobbiamo augurarcelo: tutto si trasforma nel tempo, in fondo anche le montagne più ciclopiche e apparentemente immutabili e parimenti anche noi che le saliamo, muta il paesaggio esteriore, muta quello interiore e viceversa. Ma dobbiamo augurarci pure che la nostra relazione armoniosa con le montagne e l’ambiente naturale non muti affatto. In fondo è il modo grazie al quale il Calderone potrà restare sempre presente, sulla sua montagna, anche quando tra cent’anni nemmeno un frammento di ghiaccio avrà resistito alle condizioni ambientali, lassù. E Lorenzo durante quella bella giornata in quota passata insieme me il valore imprescindibile di quella relazione con le montagne me l’ha dimostrata nel modo migliore e più illuminante possibile.

[Veduta aerea della parte sommitale del Gran Sasso, con la conca glaciale del Calderone. Foto di qualche anno fa, trovata sul web.]

C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): il Cevedale

Come spiego con maggior dovizia di particolari qui, in questa serie di articoli voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora.

Il Ghiacciaio del Cevedale, ad esempio. Ecco come si presentava tra gli anni Sessanta e Settanta:

Ecco come si presentava lo scorso 11 agosto, ripreso dalla webcam soprastante il Rifugio Casati:

Ecco gli altri articoli finora pubblicati nei quali ho scritto di ghiacciai ove si praticava lo sci estivo: