Lo sci energivoro

Analizzando i dati di bilancio pubblicati da quattro principali comprensori della Valle d’Aosta (Pila, Monterosa, Cervino e Courmayeur), è stato calcolato in un range da 9 a 19 kilowatt/ore pro-capite il consumo energetico a giornata di ciascuno sciatore. Un calcolo che esclude comunque viaggio, albergo e altri consumi, ma che si limita a spalmare sul numero medio di biglietti paganti il consumo di energia per gli impianti e l’innevamento artificiale. E se venisse aggiunto almeno anche il gasolio degli spazzaneve fa lo stesso: basta questo calcolo approssimativo, che indica nel valore energivoro di circa dodici cicli di routine di una lavatrice il consumo medio di ogni singolo sciatore, a rendere bene l’idea del problema.

Questo è l’incipit dell’articolo di Paolo Martani Lo sci alpino è un settore troppo energivoro: a breve ‘pagheremo caro, pagheremo tutto’, pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 12 febbraio scorso; cliccate sull’immagine lì sopra per leggere l’articolo nella sua interezza. È un altro contributo interessante e concreto sulla realtà del turismo sciistico contemporaneo, tanto più in questo periodo di prezzi record dell’energia: una realtà che, purtroppo, sembra diventare ogni giorno di più surreale, ecco.

La distanza dalla realtà

Nel link qui sopra alla pagina Facebook dell’Associated Press, potete vedere uno dei più impressionanti (in tutti i sensi, purtroppo anche in quelli più negativi) reportage dall’Ucraina, precisamente da Mariupol, già definita da molti la «città-martire» di queste prime settimane di conflitto russo-ucraino. Nell’osservare tali immagini, così inequivocabili e emblematiche, una delle prime domande che mi pongo è: quanto ci sembrano distanti ovvero, per meglio dire, quanto ci sentiamo distanti da esse e da ciò che mostrano?

Qualche giorno fa pubblicavo un post nel quale, disquisendo in chiave simbolica (ma non troppo), denotavo che la distanza geografica tra i confini dell’Italia e quelli dell’Ucraina è molto inferiore rispetto alle distanze italiane interne – tra Nord e Sud, ad esempio – tuttavia, come accade sempre e d’altronde comprensibilmente, per certi versi, la realtà mediata dagli organi di informazione e non vissuta o testimoniata direttamente si palesa su distanze virtuali ben maggiori di quelle effettive. Ma la geografia, che alla base rappresenta la realtà in modo fisico e su principi di causa-effetto indipendenti dalle soggettività che ne fanno parte, diventa umana (e umanistica, e culturale in senso complesso), come viene scientificamente concepita oggi, solo quando sa rappresentare quelle distanze fisiche e al contempo riesce ad annullare le distanze sociali, antropologiche e, appunto, culturali. Allora sì che riesce a rappresentare in modo completo, esaustivo e scientifico il mondo che tutti viviamo – tutti insieme, sia chiaro. Le testimonianze che, a loro modo, assumono valore di dato geoumanistico, come le fotografie dei reporter, sono importanti e indispensabili proprio perché sanno accorciare, se non annullare, le distanze fisiche, facendoci capire che siamo tutti parte di un’unica realtà che si chiama “mondo” e di una rete di relazioni per la quale la distanza geografica è solo un elemento numerico per molti versi “secondario”, la cui percezione fondamentale deve avvenire nella nostra mente e nel nostro animo – dove di “distanze” non ne esistono – prima che in forza di un mero dato fisico e numerico. Dal mio punto di vista, sentirci lontani dalle immagini dell’Associated Press e degli altri fotoreporter che stanno documentando la tragedia bellica in corso (mettendo a rischio la propria vita: chapeau!), nonché in generale dalla (dalle) realtà che testimoniano, serve solo a autoemarginarci dal presente e dall’oggettività delle cose nonché, indirettamente ma non troppo, a renderci complici delle “cause” e dei relativi soggetti che provocano la realtà documentata e il dramma spaventoso che rappresenta.

Funziona un po’ come con le mappe che possono anche rappresentare ampie parti del mondo ma poi, una volta ripiegate, si possono tenere in una tasca della propria giacca, con tutta la parte di mondo piccola o grande che contengono: ecco, per molti versi la realtà funziona allo stesso modo, può essere fatta di elementi distanti e diversi ma poi, in fin dei conti, quelle distanze in noi, nel nostro essere (sostantivo e verbo), si annullano, devono annullarsi del tutto. Altrimenti ci allontaniamo drammaticamente dal mondo, dalla sua realtà, dallo spazio e dal tempo in cui si manifesta nonché, sostanzialmente, da noi stessi.

Nel museo d’arte di Tallinn

[…] Due opere in particolare attraggono la mia attenzione, messe l’una accanto all’altra in un accostamento a dir poco drammatico – anzi, parecchio tragico! – le quali nuovamente finiscono per indagare non solo la storia politica nazionale ma pure il tribolato rapporto tra estoni e russi in chiave psicosociale. A destra, un classico ritratto di Iosif Stalin, colui che riportò l’Estonia sotto il controllo totalitario dell’URSS, dopo la Seconda Guerra Mondiale: in uniforme militare, il piglio fiero, lo sguardo rivolto verso l’infinito, lo sfondo scuro ad esaltarne la figura solenne, perentoria, conturbante nel bene (per i suoi sostenitori) e nel male (per tutti gli altri), con la tela racchiusa in una sottile cornice chiara. A sinistra, accanto pochi centimetri, un’opera di sapore impressionista raffigurante una donna apparentemente giovane, con indosso un abito blu, la capigliatura moderna, impiccata ad una finestra dalla quale si vede una città illuminata, un cielo stellato e, proprio in corrispondenza del capo della donna a mo’ di aureola, una luna giallo-ocra. Gli occhi riversi, la bocca aperta nell’ultimo disperato afflato vitale, le braccia inermi distese lungo i fianchi dell’esile corpo.
Terribile, appunto. Tragico all’ennesima potenza, con un messaggio primario, forse banale ma senza dubbio indotto da un tale accostamento, che pare sancire al visitatore: ecco, guarda, lui e tutto ciò che ha rappresentato ci ha portato a questo. La manifestazione di una disperazione assoluta al punto da dissolvere ogni buon motivo di vita, che ancora oggi, a venticinque anni di distanza dalla ritrovata indipendenza nazionale e a più di mezzo secolo da quel periodo, conserva intatta la sua tragicità […]

Questo è un brano – al quale m’è venuto da ripensare, in questi giorni – tratto dal mio libro

Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più. Per la cronaca, il KuMu è questo; la foto in testa al post è mia.

Ufficio stampa, promozione, coordinamento:

Friedrich Dürrenmatt, il caricaturista

[Friedrich Dürrenmatt, Battaglia di Sempach tra artisti e critici*, 1963, inchiostro su carta, 35,4 × 26,8 cm, Collezione Centro Dürrenmatt Neuchâtel.]
Friedrich Dürrenmatt è stato uno dei più grandi scrittori del XX secolo, e molti dei suoi libri sono considerati dei capolavori della letteratura europea contemporanea. Ma quello che in tal senso si coglie dalla loro lettura non è che la manifestazione del genio di un artista poliedrico, dotato di molti talenti espressivi e tutti originali. Affermo ciò ammettendo di essere parecchio di parte – Dürrenmatt è tra i miei autori preferiti in assoluto e di lui ho disquisito spesso qui sul blog – e a quelli che come me apprezzano il grande autore svizzero il Centro Dürrenmatt di Neuchâtel offre l’occasione per approfondire uno di quei suoi tanti talenti, quello di caricaturista.

Come si legge nella presentazione della mostra Caricature, in allestimento presso il Centro Dürrenmatt fino al 15 maggio prossimo, «Dürrenmatt aveva una predilezione particolare per la caricatura come forma d’arte. La considerava un’arma dell’animo umano e amava puntarla contro gli abusi e le aberrazioni della società e della politica. Una settimana prima di morire affermò che il divario tra il modo in cui vive la specie umana e il modo in cui potrebbe vivere è sempre più ridicolo, a tal punto che siamo ormai nell’era del grottesco e della caricatura.»

In questo articolo di “Swissinfo.ch” si parla della mostra e vi trovate una piccola ma significativa galleria di caricature di Dürrenmatt. Qui invece trovate la pagina dedicata alla mostra nel sito web del Centro Dürrenmatt e io spero di poterci andare a visitarla, anche perché è un luogo e un’istituzione che meritano una visita a prescindere.

*: La battaglia di Sempach, avvenuta nell’omonima località del Canton Lucerna nel 1386 è un episodio decisivo nella storia della Svizzera. Le truppe della Confederazione sconfissero quelle del Ducato d’Austria e ciò permise ai cantoni originari di espandersi sui territori prima governati dagli austriaci, dando forma a quella che è diventata poi la Svizzera odierna. Il disegno di Dürrenmatt che vede lì sopra è “caricatura” anche di un celebre affresco seicentesco presente proprio a Sempach, nella cappella che commemora la battaglia: questo.

I primi migranti invasori dell’Europa

La risposta alla domanda su chi fossero i primi uomini preistorici giunti in Europa va cercata ancora più indietro nel tempo e, soprattutto, altrove. Si tratta sempre di storie di viaggio. Tutti gli europei, se andiamo abbastanza a ritroso nel tempo, sono arrivati da altri luoghi. Non solo quelli che hanno lasciato le loro impronte sulla spiaggia di Happisburgh, ma anche gli heidelbergensis, i neandertaliani e gli uomini moderni. Sono approdati in Europa perché i loro predecessori si erano messi in viaggio. L’intera storia, in teoria, va ricondotta a due esodi dall’Africa. Quello più «recente» dell’uomo moderno risale a circa centocinquantamila anni fa. Ma il primo, cui hanno preso parte gli antenati degli uomini di Happisburgh, è avvenuto più di dieci volte prima, cioè quasi due milioni di anni fa.

(Mathijs DeenPer antiche strade. Un viaggio nella storia dell’Europa, Iperborea, 2020, pagg.47. Cliccate sull’immagine per leggere la personale “recensione” del libro.)

Insomma, quelli che ce l’hanno tanto coi migranti che giungono dall’Africa e invadono l’Europa, dovrebbero per coerenza prendersela innanzi tutto con loro stessi! D’altro canto, come ho osservato e ribadito in numerosi articoli qui sul blog e altrove, finché non si comprenderà la permanente matrice antropologica alla base dei flussi migratori dall’Africa verso l’Europa, che dipendono solo in parte da elementi economici o di sopravvivenza da situazioni geopolitiche critiche, la questione dell’immigrazione non verrà mai risolta ne tanto meno ben gestita, a beneficio dei migranti e a vantaggio nostro.