Alla fontana in mezzo al villaggio mi sono accorto che dopo la rapida pulizia di questi anni le case fanno fatica a darsi la mano e sono meno allegre. Cede all’asfalto l’erba; amica dei nostri piedi nudi, dei nostri giuochi non solo infantili. Non si vede anima viva e anche a me sembra d’essere vivo per miracolo, uno che c’è e non c’è. Si muove una tendina nella vecchia casa dove zio Gaetano aveva il suo laboratorio di scultore in legno. Ombra, sgomento d’un attimo, presto l’occhio mi avverte che un vetro è rotto, così che il vento scosta la tendina come una mano invisibile. Nessuno è veramente assente in questo silenzio, e mio zio è là, nella stanza troppo stretta che si scrolla da tutti gli oggetti appesi polvere e polvere, ora che il tornio primitivo canta e traballa sotto le mani magre, abilissime.
(Giorgio Orelli, La morte del gatto in Rosagarda, Edizioni Casagrande, 2021, pagg.70-71. La foto in testa al post ritrae Savogno, borgo semiabbandonato nella Val Bregaglia italiana, in provincia di Sondrio. Crediti: clickfor_lombardia; fonte: in-lombardia.it.)
«Il viaggio è la meta», si usa dire spesso. Ma qual è la meta di un viaggio autentico?
Tallinn, la capitale dell’Estonia, una città di multiforme bellezza, affascinante e armoniosa, in questo libro – che è un po’ romanzo, un po’ diario di viaggio, un po’ guida letteraria e un po’ anche altre cose – da iniziale meta geografica diventa catalizzatore di un percorso che, per il suo protagonista, da esteriore diventa ogni giorno di più interiore.
Nasce così il racconto di un viaggio nella sua più piena e autentica essenza: la relazione con il luogo che diventa fisica, intensa e avvolgente, ben oltre il mero piacere ludico. Il viaggiatore e il luogo, come due passionali amanti, divengono magicamente una cosa sola: diventano un’unica meta.
Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano (Historica Edizioni), lo trovate ovviamente in ogni libreria e negli stores on line. Per saperne di più, cliccate qui; nel blog trovate inoltre numerosi estratti, recensioni, immagini e contenuti vari sul libro, per conoscerlo ancora meglio. E vi confesso una cosa: se infine lo acquisterete, ne sarò molto felice! Già!
Le strade dell’Engadina sono piene di buche che, nonostante l’abbondanza di pietrisco granitico, le autorità insistono nel riparare con fango liquido, così che dopo mezz’ora di vento engadinese nuvole di polvere nascondono metà della valle.
Edward Lisle Strutt, alpinista inglese autore di numerose grandi salite nelle Alpi e che negli anni Trenta fu presidente dell’Alpine Club, la più prestigiosa associazione alpinistica del mondo, così descriveva le strade dell’Engadina a fine Ottocento, epoca nella quale la regione svizzera era già diventata una rinomata meta di villeggiatura ma nella quale, con tutta evidenza, ancora mancava la mentalità turistica assolutamente “elvetica” (nel senso più redditizio del termine) che nel corso del Novecento l’ha resa uno dei luoghi simbolo delle vacanze del jet set mondiale e della relativa sfarzosa mondanità. Al punto che Strutt, nello stesso testo, auspicava che al riguardo «la Svizzera mostrasse un po’ di buon senso»… Be’, c’è da dire che di buon senso (turistico) ne ha sviluppato e di strada (senza più buche) in tal senso la Svizzera ne ha fatta parecchia da allora, eccome!
N.B.: la citazione è tratta dall’articolo Edward Lisle Strutt (1874-1948). Giorni memorabili, fra storia ed alpinismo, di Raffaele Occhi, tratto dal numero 58 – autunno 2021 della rivista “Le Montagne Divertenti”.
Nel novero dei grandi scrittori svizzeri di letteratura di montagna – e quello elvetico, lo ribadisco, è l’unico ambito letterario che possa veramente e compiutamente definirsi in questo modo, “di montagna”: altrove vi sono bravi scrittori di montagna, in certi casi notevoli tanto quanto isolati – Giorgio Orelli ci entra non solo con pieno merito ma pure con particolare distinzione (e in compagnia del cugino Giovanni, l’autore del sublime L’anno della valanga). Si distingue in primis perché Giorgio Orelli è narratore di cronache montane dal versante Sud del Gottardo mentre quasi tutti gli altri grandi scrittori di montagna elvetici stanno al di là del crinale principale delle Alpi (Leo Tour, Oscar Peer, Cla Biert, Arno Camenisch…); come i primi è molto legato, anche letterariamente, alle sue terre natie, nel suo caso la Valle Leventina da Bellinzona fino alle creste del Gottardo, ma sono terre, queste, che come detto guardano a meridione, all’Italia, al Sole del Mediterraneo la cui aria, che già pare manifestarsi sulle rive ricche di palme e oleandri dei laghi prealpini tra Lombardia e Ticino, risale poi quelle vallate montane fino alle loro testate, portandovi uno spirito che sull’altro versante delle Alpi non è riscontrabile. Non che ciò determini alcuna sorta di graduatoria tra i vari stili letterari, anzi, ne accresce il rispettivo fascino: così, se leggendo il sursilvano Camenisch si percepiscono certe particolari sensazioni e leggendo l’engadinese Peer certe altre, molto simili ma non del tutto (trovate mie “recensioni” di loro opere nella relativa pagina del blog), nella lettura delle opere di Giorgio Orelli, pur profondissimamente alpine e specificatamente leventinesi – geograficamente, culturalmente, spiritualmente – è come se già si sentisse un che di mediterraneo, se così posso dire… di più sensuale, più emozionale, più poetico […]
[Immagine tratta da questo articolo.](Potete leggere la recensione completa di Rosagarda cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Goderai in Milano il cervelato del Peregallo, cibo re dei cibi, col quale ti conforto mangiar delle offellette e bervi dopo della vernaciuola di Cassano, d’Inzago e d’Avauro; goderai certi verdorini della buona delli arrosti; non ti scordar la luganica sottile e le tomacelle di Moncia, non le trotte di Como, non li agoni di Lugano, non le erbolane e fagiani montanari che dai deserti di Grisoni a Chiavenna capitar sogliono; non anche i maroni chiavennaschi, non il cacio di Malengo e della valle del Bitto, non le truttarelle della Mera.
(Ortensio Lando, Commentario de le più notabili, & mostruose cose d’Italia, & altri luoghi, di lingua aramea in italiana tradotto, nelquale s’impara, & prendesi estremo piacere. Vi si e poi aggionto un breue catalogo de gli inuentori de le cose che si mangiano, & si beuono, nuouamente ritrouato, & da messer anonymo di Vtopia composto, Vinetia, al segno del Pozzo, Andrea Arrivabene, 1550.)
Ortensio Lando, letterato e umanista milanese cinquecentesco, intorno alla metà di quel secolo scrive un breve e gustoso (in tutti i sensi) trattatello enogastronomico nell’Italia dell’epoca (ne trovate una copia qui), delle cui città descrive i principali piatti al tempo evidentemente assai rinomati e apprezzati, mentre di pietanze “rurali” poco si occupa. Al riguardo l’unico accenno a cibi di montagna è lombardo e valtellinese e risulta particolarmente interessante: tra selvaggina, pescato e prodotti della terra e del bosco cita due soli formaggi (gli unici, eccetto un «cacio piacentino», presenti nel suo compendio) che indubbiamente reputa meritori e ben conosciuti ai buongustai di allora. Uno che tutt’oggi è assai famoso ancorché fin troppo “industrializzato”, il Bitto, e l’altro, tale «cacio di Malengo» cioè della Valmalenco (la “g” di «Malengo» è coerente con le ipotesi sull’origine del toponimo della valle), che viceversa risulta scomparso, in un’antitesi di sorti gastronomiche alquanto curiosa posta poi la contiguità territoriale. Che fine avrà fatto dunque il «cacio di Malengo»? Perché l’uno, il Bitto, lo si ritrova (anche troppo, ribadisco) in ogni supermercato mentre dell’altro nemmeno più i locali ricordano qualcosa? Forse che in Valmalenco d’un tratto abbiano ritenuto più redditizio cavare pietre (attività economica assai nota, per la zona) che produrre formaggi pur così rinomati tanto da essere citati in trattati de le più notabili cose d’Italia? E perché, nel caso?
Giro l’arcano agli amici malenchi e al contempo rimarco come questo accenno emblematico all’opera di Ortensio Lando dimostri una volta di più quanto il cibo sia un elemento tra i più referenziali e identitari in assoluto per i territori di produzione, un vero e proprio trattato culturale commestibile col quale nutrire il corpo e la mente di storie, geografie, paesaggi, tradizioni, saperi secolari se non millenari e magari, appunto, di qualche suggestivo e gustoso “mistero” – per la mente e per il corpo, già.
Per saperne di più in generale sul Patrimonio Alimentare Alpino, potete consultare il sito web del progetto AlpFoodway, che tra le altre cose mira a ottenere l’iscrizione dei cibi delle Alpi nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO anche attraverso una petizione pubblica che si può firmare qui.
Altre informazioni interessanti sul tema le trovate nel sito della Cipra – Convenzione internazionale per la Protezione delle Alpi, qui.
P.S.: ho già disquisito sull’importanza del formaggio nella cultura di montagna e dei suoi paesaggi, qui.