Strade asfalti e parcheggi ai Piani Resinelli (?)

[Foto di Giancarlo Airoldi tratta da https://lecconotizie.com.]
I Piani Resinelli sono una delle località più belle delle Alpi lombarde, un pezzo di alta montagna che sovrasta la città di Lecco, in vista dei grattacieli di Milano e ai piedi di quella incredibile montagna che è la Grigna Meridionale, o Grignetta. Sono anche un luogo emblematico, nel bene e nel male, riguardo la frequentazione turistica delle montagne, la gestione del suo ambiente naturale, la valorizzazione delle sue peculiarità, la restanza di chi ci vuole vivere dignitosamente, senza rimanere ostaggio del sovraffollamento turistico o vittima della desertificazione di quando i turisti non ci sono. Per questo dei Resinelli ne ho scritto spesso, qui e sulla stampa, cercando di proporre buoni argomenti di riflessione in merito al presente e al futuro del luogo, anche in forza di scelte prese dalle amministrazioni pubbliche locali non sempre condivisibili.

Posto ciò, di recente il Presidente della Comunità Montana Lario Orientale-Valle San Martino, che ha in carico buona parte della gestione politico-amministrativa dei Piani Resinelli soprattutto nell’ambito del turismo, ha pubblicato questo post sulla propria pagina Facebook:

Cliccate sull’immagine per leggere il post originale.]

Come vedete, quei «strada, asfalti, parcheggi» riferiti a un luogo montano che spesso è soffocato proprio dall’eccessiva presenza di autovetture e fatica a trovare alternative più sostenibili a tale assalto motorizzato, non potevano non attrarre la mia attenzione. Tuttavia, per evitare interpretazioni troppo personali e/o eccessivamente allarmistiche, ho chiesto all’intelligenza artificiale (Google Gemini) di creare un’immagine che potesse interpretare e decodificare, per così dire, le parole del Presidente della Comunità Montana. Ecco il risultato:

Ohmmammamia!

Be’, suvvia, si sta ironizzando, non credo proprio che un’intelligenza artificiale bravissima a elaborare dati ma priva (almeno per ora) di sentimenti possa temere il peggio – il così tanto peggio – per i Resinelli!

In ogni caso, scherzi a parte (speriamo!), l’attenzione e la sensibilità sui Piani Resinelli deve assolutamente restare alta. Come ribadisco, da troppo tempo il luogo ne soffre una certa mancanza, oltre che di senso del contesto, della misura e di visione organica che sappia farne comprendere tanto le potenzialità quanto le criticità sia in ottica presente che futuro prossima, tenendo al centro la vivibilità stanziale del luogo e il supporto alla restanza della sua comunità, considerando adeguatamente l’importanza dell’economia turistica locale ma avendo cura di evitarne qualsiasi ulteriore sviluppo monoculturale, che svilirebbe e degraderebbe i Piani Resinelli in maniera definitiva. E un luogo così bello e speciale non se lo meriterebbe proprio.

«La montagna è di tutti!»

[Quest’immagine è tratta da un bellissimo post della pagina Instagram di divulgazione ambientale betula_stuff, dove lo potete leggere per intero – cliccate sulle immagini; qui trovate il loro sito web.]
Molte volte, dietro certe infrastrutture turistiche quanto meno opinabili che vengono realizzate in montagna, viene posto un “pensiero” che poi regolarmente si manifesta in forma parecchio dogmatica quando si cerca di osservare la criticità delle opere: «la montagna è di tutti!». Per cui, via con le ciclovie larghe come strade che raggiungono luoghi alpestri incontaminati e spesso spianano sentieri storici o, viceversa, guai a invocare la chiusura di certi percorsi stradali o alpestri perché troppo affollati e per ciò degradati – e degradanti i luoghi che attraversano. «La montagna è di tutti!» ripetono i promotori di quelle opere, «tutti hanno il diritto di poterci andare e di godere delle sue bellezze!» Affermazioni che in realtà nascono ben altri fini – o ben altri affarismi, per meglio dire – le cui parole a loro volta “spianano” le montagne, la loro cultura, l’anima peculiare, in maniera oltre modo pericolosa perché basate sul principio del “si può fare tutto”. L’esperienza montana non conta più, nemmeno la fatica che dava valore alla meta raggiunta e tanto meno la relazione con i luoghi: bisogna arrivarci, punto. E farlo il più agevolmente possibile perché più persone possibili possano farlo. Allora spianiamole tutte queste montagne maledettamente ripide, accidentate, aspre! Chi siamo noi per poter dire che lassù ci si può arrivare solo se ben allenati dopo qualche ora di cammino o soltanto con un’adeguata tecnica ciclistica oppure alpinistica, oltre che con la dovuta consapevolezza del luogo e del contesto? «La montagna è di tutti, tutti ci devono poter salire!»

Questi pensieri, purtroppo spesso articolati proprio dalle amministrazioni comunali di montagna in una deriva culturale inquietante e irritante, rappresentano una delle più gravi mancanze di rispetto nei confronti dei territori montani anche in forza del suo carattere istituzionale. Dimenticano totalmente di considerare il senso del contesto, come se la montagna fosse un ambito uguale agli altri, soprattutto a quelli cittadini, alterano il valore stesso della presenza umana sui monti basata da sempre e inevitabilmente sul dialogo con i luoghi e le condizioni ambientali, tralasciano – con molto ipocrisia – di proferire quelle affermazioni nella loro forma completa: la montagna è di tutti quelli che la rispettano. E lo fanno perché, per realizzare certi progetti, sanno benissimo che il rispetto per la montagna è un ostacolo e non deve essere contemplato, anzi: lo si deve alimentare, spingendo anche i fruitori di quei progetti a dimenticarlo.

[Le orripilanti passerelle metalliche piazzate nel 2022 sul Piz di Olda, a oltre 2500 metri di quota in Valla Camonica, pur di farci arrivare i cicloturisti – ne avevo scritto qui. Fortunatamente poi vennero tolte ma per la mancanza delle autorizzazioni necessarie, non per la loro palese dissennatezza.]
Ma a qualsiasi diritto corrisponde un dovere: ha il diritto di salire sulle montagne chiunque manifesti il dovere di rispettarle. Altrimenti non può salire, fine della storia. Il mondo è grande, di altri posti belli nei quali divertirsi ce ne sono a iosa. E quando certe amministrazioni pubbliche proferiscono le succitate affermazioni pur di giustificare e realizzare i loro progetti, dimostrano di avere annullato il diritto di amministrare le loro montagne. D’altro canto il voto elettorale è un dovere che garantisce il diritto di scegliere chi si ritiene possa fare del bene ai propri territori. Se questa corrispondenza si rompe, viene rotta ogni altra cosa conseguente. Punto.

Sull’overtourism, per passare dalle (belle) parole ai fatti (concreti)

[Turisti sul lungolago di Lecco. Immagine tratta da www.ilgiorno.it.]
Quando lo scorso gennaio ho avuto il privilegio di intervenire a Lecco, insieme a Sarah Gainsforth, nell’incontro pubblico organizzato da AmbientalMente dal titolo “Overtourism? Cittadini e turisti, un equilibrio da cercare”, in chiusura delle nostre dissertazioni ci è stato chiesto di suggerire, proporre, indicare alcune azioni concrete per attuare una gestione il più possibile efficace dei flussi turistici nella città di Lecco e nel territorio circostante – di grande appeal turistico – al fine di evitare fenomeni di sovraffollamento e overtourism, da un lato, garantendo il benessere quotidiano e la vivibilità urbana dei luoghi in questione.

Una richiesta quanto mai importante e intelligente, visto che – come ho già osservato qui – di turismo e iperturismo si parla un sacco ormai da tempo ma di fatti concreti scaturenti da tali frequenti dibattiti, ovvero di azioni pratiche da mettere in atto al riguardo, personalmente ne ho viste ben poche.

Ecco dunque di seguito le proposte che ho illustrato ai curatori dell’incontro e al pubblico presente; le ribadisco anche qui perché le ho pensate in riferimento al contesto di Lecco, ovviamente, ma ho cercato (come faccio sempre in tali circostanze) di renderle valide per ogni altro ambito turistico che voglia seriamente gestire i flussi turistici che lo interessano, nelle modalità sopra accennate. Va da sé che di proposte se ne potrebbero fare molte altre, ma ho cercato di compendiare nelle cinque presentate che trovate qui sotto gli aspetti a mio modo di vedere principali da considerare al riguardo.

  1. Elaborare e rendere elemento strutturale sostanziale del piano regolatore locale il calcolo della capacità di carico turistica della località o del territorio, innanzi tutto a livello generale, ma potrebbe essere utile anche per singole “attrazioni” (comprensori sciistici o escursionistici, luoghi naturali o zone monumentali di pregio, nuclei abitati, eccetera): ciò che verrà determinato, espresso in dati numerici chiari e rappresentativi nel modo più ampio possibile di ciò che offre il territorio locale (es. posti letto d’ogni natura, parcheggi, spazi pubblici, beni ecosistemici… – tutti elementi che sarebbe bene censire, se non già fatto), deve diventare parte integrante e ineludibile della gestione politico-amministrativa del territorio interessato.
  2. Mettere in rete, tramite forme associative consortili più o meno formali, tutti i soggetti facenti parte della filiera economica locale creando e agevolando metodologie di collaborazione reciproca funzionali anche a mantenere il più razionale equilibrio tra i soggetti stessi (ad esempio tra grandi imprese alberghiere, attività minori e/o iniziative di matrice privata) e il loro portato concreto, sia materiale (es. indotto economico) che immateriale (es. peso politico), sulla filiera turistico-economica e sulla realtà sociale locale.
  3. Individuare e definire, tramite interlocuzioni approfondite e articolate tra tutti i soggetti interessati alla filiera turistica locale e con la comunità civile, il target di frequentazione turistica principale più consono alla località e al quale si vuole maggiormente puntare, in tal modo elaborando una proposta turistica e un relativo branding/marketing mirato e efficace. Ciò non significa escludere altre tipologie turistiche ma consente di focalizzare e coltivare meglio la qualità turistica e di conseguenza la sua più efficace gestione.
  4. Varare un corpus di regolamenti in forma più o meno giuridica che, sulla base di quanto elaborato e ricavato dalle azioni dei punti precedenti, consenta di normare la frequentazione turistica nel territorio locale nella maniera più completa e compiuta possibile, in modo da facilitarne la gestione pratica, razionale e costante nel tempo.
  5. Istituire in pianta stabile un osservatorio del turismo locale in forma di tavolo di lavoro permanente che consenta da un lato la costante verifica della bontà delle regolamentazioni di gestione del turismo varate come da punto 3 e il loro eventuale aggiornamento, dall’altro l’altrettanto costante interlocuzione con la società civile e la comunità locale interessata dai flussi turistici, sia in maniera diretta (es. assemblee pubbliche periodiche o rappresentanti della comunità locale scelti quali referenti di essa) e sia indiretta (es. con sondaggi periodici di valutazione del sentore diffuso riguardo la presenza turistica e dei conseguenti benefici o svantaggi constatati e percepiti).

[Coda all’imbarcadero della Navigazione del Lago di Como. Immagine tratta da https://primalecco.it.]
Ribadisco la necessità ormai stringente che tutti i soggetti che si occupano dei temi del turismo e dei loro vari aspetti, posta l’ovvia bontà delle dissertazioni che si possano fare e si faranno ancora al riguardo, si impegnino a “mettere a terra” quelle dissertazioni proponendo fatti concreti che consentano realizzare le parole spese e che poi, correlate le une alle altre, possano generare nel breve termine un corpus uniformato di buone pratiche e di “strumenti di gestione” efficaci (anche perché sperimentati col tempo) per le amministrazioni pubbliche dei luoghi turistici e turistificati. È una cosa ormai ineludibile questa, lo ribadisco.

P.S.: a questo link trovate anche la registrazione audio/video dell’intero incontro.

Una serata bella (e proficua, spero) su turismo e comunità, ieri sera a Lecco

È stata veramente una bella serata, quella organizzata ieri sera 14 gennaio a Lecco da AmbientalMente sul tema dell’equilibrio necessario tra turismo e comunità, in un luogo per molti aspetti speciale come Lecco – città piccola, stretta tra lago e montagne, dotata di un territorio di rara bellezza e peculiarità più uniche che rare ma pure sottoposta a varie criticità – viabilistiche, ecosistemiche, socioeconomiche – che sta consolidandosi viepiù come meta turistica ma al contempo deve tutelare la propria identità culturale e il benessere quotidiano della propria comunità per restare vivibile e attrattiva.

È stata una serata bella, dicevo, e ancor più importante per come abbia posto in evidenza un tema fondamentale in un modo che ben poche altre città o territori hanno saputo fare finora – subendo così le conseguenze più deleterie dell’impatto turistico tanto incontrollato quanto massificato – portando nel dibattito la grande competenza di Sarah Gainsforth sui temi delle trasformazioni urbane, dell’abitare, delle disuguaglianze sociali, della gentrificazione e, appunto, del turismo, alle cui considerazioni di natura politica e economica ho cercato di aggiungere le mie derivanti da uno sguardo dal taglio più culturale e antropologico riguardo il tema della serata. Il qual tema è evidentemente sentito e considerato da molti lecchesi, e lo prova il pubblico che ha completamente gremito la sala: è stato bello e spero altrettanto utile portare ai presenti quelle nostre considerazioni e delineare alcune azioni primarie che le istituzioni locali dovrebbero mettere in atto per gestire al meglio, ovvero nel modo più vantaggioso e benefico per il territorio e la comunità residente, il crescente successo turistico evitando al contempo le derive iperturistiche, degradanti e alienanti, di cui già soffrono altre località similari – la vicina Bergamo, per dirne una. E se in un luogo sta bene chi lo abita, sicuramente si trova bene anche chi lo visita: è un principio ineludibile, questo, da non trascurare mai.

Tornerò a breve sul tema per riferire con maggior dettaglio di quelle azioni scaturite e elaborate dalla serata – alla quale se non eravate presenti potete (ri)assistere grazie alla registrazione video qui sopra (tratta dalla pagina Facebook di AmbientalMente.) Qui piuttosto mi preme ringraziare di cuore il gruppo di AmbientalMente per l’invito e, ribadisco, per aver portato nel dibattito civico lecchese un tema così importante e emblematico, Sarah Gainsforth per avermi dato il privilegio di affiancarla e colloquiare insieme, peraltro con notevole vicinanza di idee e visioni, e naturalmente il pubblico che è intervenuto e ci ha dedicato due ore filate con grande attenzione e partecipazione.

«Le più sostenibili di sempre!»

Le immagini che vedete in questo post, risalenti a mercoledì 7 gennaio e gentilmente concessemi dall’amico Savio Peri che le ha realizzate (e che ringrazio molto, anche per il costante impegno sul tema), mostrano lo stato dei lavori in corso a Livigno nella zona deputata a ospitare le gare olimpiche.

Al netto del giudizio sulle opere in sé, sulla trasformazione del versante montuoso interessato dalle gare e delle aree circostanti, è significativo constatare il massiccio e d’altro canto inevitabile utilizzo di mezzi a motore altamente inquinanti, che da mesi in gran numero operano in loco. Inevitabile, ripeto, ma solo perché non lo si è voluto evitare “alla fonte”, innanzi tutto evitando il “gigantismo” di cui ormai soffrono questi grandi eventi che ancora si vogliono organizzare sulle montagne.

È qualcosa di significativo non tanto per la circostanza in sé, quanto per ciò che si legge nel dossier olimpico, il testo che indica le linee guida in base alle quali si sono svolti e si svolgeranno i lavori olimpici. «Le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 si presentano come le più sostenibili di sempre» si legge nel dossier e in mille altri testi diffusi ovunque: un’affermazione palesemente menzognera, come le immagini qui proposte e innumerevoli altre testimonianze hanno ormai sancito. Dietro la retorica del “più sostenibile di sempre” si nasconde non solo il green washing più sfacciato ma pure la grande ipocrisia che sta caratterizzando fin dall’inizio l’evento olimpico italiano. Come si può affermare che un’Olimpiade, concepita, organizzata e gestita come è stato fatto, sia “la più sostenibile di sempre” se non decidendo consciamente di dichiarare una falsità?

Di sicuro non basta che alcune opere siano temporanee e verranno smontate alla fine dei Giochi a renderle “sostenibili”: come se fosse solo ciò a determinare il loro impatto ambientale materiale e immateriale, come se ad esempio la modificazione intenzionale e accidentale dei suoli naturali o l’inquinamento atmosferico derivante dai mezzi di cantiere fossero un nonnulla tranquillamente trascurabile – e, per giunta, come se Livigno, nonostante la propria geografia, non subisca già un notevolissimo impatto ambientale generato dal turismo di massa che costantemente (e consapevolmente) attira. D’altro canto è proprio grazie a circostanze del genere, ovvero alle convinzioni relative, che l’idea di sostenibilità è sempre più spesso travisata e privata di senso e di valore autentici, esattamente come viene dimostrato da quello slogan sulle Olimpiadi «più sostenibili di sempre».

Sfortunatamente, in una situazione del genere, la gran parte delle conseguenze nocive si paleseranno non immediatamente ma con il passare del tempo: anche questo le fa ritenere “sostenibili” a molti che le osservano e giudicano con superficialità. È un’altra manifestazione di quella mancanza di cura e di sensibilità verso le montagne e il loro futuro con i cui effetti dovremo presto fare i conti, ben più di ora.