Rifugiarsi nei boschi non è da tutti

[Foto di Lukasz Szmigiel su Unsplash.]

Quello del rifugiarsi nelle foreste è uno spartito che può essere eseguito solo da un numero limitato di interpreti. Gli anacoreti formano una élite. Lo scrive anche Aldo Leopold nel suo “Almanacco di un mondo semplice” che ho cominciato a rileggere stamattina, subito dopo aver acceso la stufa: «Ogni forma di protezione della vita selvaggia è fatalmente destinata a fallire. Infatti per amare abbiamo bisogno di vedere e accarezzare, ma dopo che un numero abbastanza alto di persone ha visto e accarezzato, non resta più niente da amare». Quando le moltitudini invadono le foreste, è solo per abbatterle a colpi d’ascia. La vita nei boschi non risolve il problema ecologico. E un fenomeno che contiene in sé il suo contrario. Le masse, trasferendosi nei boschi, vi porterebbero i mali a cui credevano di sfuggire abbandonando le città. Non esiste una via d’uscita.

[Sylvain TessonNelle foreste siberiane, Sellerio, 2012, pag.45. La mia recensione al libro la trovate qui.]

Non voglio essere pessimista come l’Aldo Leopold citato da Tesson, riguardo le masse nei boschi, ma lo capisco bene quel suo pensiero cupo e lo trovo legittimo. Perché è bello vedere molte persone che apprezzano il vagabondare per i boschi e i territori naturali, e meno male che sono lì e non in un centro commerciale o in altri posti similmente tristi, ma a volte, osservandole, in tutta sincerità mi chiedo se quelle persone siano veramente consapevoli di dove sono, di cosa fanno e se realmente stiano elaborando una qualche forma di relazione profonda con l’ambito silvestre nel quale vagano, tanto fisica quanto mentale. Oppure se anche lì, in quei momenti, non stiano facendo altro che autoreferenziarsi usando il bosco come strumento – diretto o indiretto – di affermazione di sé, che appunto è uno dei mali con i quali ammorbiamo la nostra pur “civile” società.

Ovvero, per dirla in breve, se nel bosco siano veramente Natura, insieme a ogni altro elemento che dà forma, sostanza, senso e vita all’ambiente silvestre, o se restino Sapiens in mezzo agli alberi. Felici di starci, sensibili alla bellezza che hanno intorno, consci di godere di uno stato di sublime benessere ma tutto ciò, e ogni altra cosa del genere, sempre e comunque in chiave egoriferita, dunque senza che si instauri un’autentica relazione consapevole la Natura d’intorno.

[In alta Val San Giacomo (Sondrio), ottobre 2025.]
E ripeto che è meglio che le persone se ne stiano nei boschi invece che nei tanti altri non luoghi di cui il nostro mondo iperantropizzato è pieno. Tuttavia, senza una reale presa di coscienza del senso di starci, nel bosco e in generale nell’ambiente naturale ovvero in qualsiasi altro contesto nel quale la presenza antropica non sia palesemente dominante e assoggettante ogni altra, l’ascia utile ad abbattere gli alberi resterà a disposizione delle moltitudini imboscate sempre affilata. Magari ben chiusa nel proprio fodero ma comunque pronta all’uso.

L’America attuale (e le Alpi)

L’America attuale a me fa pensare a uno di quegli enormi pick-up con grandi ruote tassellate, rollbar cromati, corna sul cofano e tutto il resto – quelli che, appunto, piacciono tanto agli americani – con al volante i membri di una gang di teppisti zotici, rissosi, arroganti e allucinati, alcolizzati e cocainomani, che trasportano nel cassone i loro compari russi, ungheresi, turchi, israeliani, italiani, argentini e ed altri, tutti similmente bifolchi e sbraitanti (una scena alla “Mad Max”, insomma), guidando il pick-up lungo una stretta via cittadina nella quale urtano e incidentano tutte le auto che vi si trovano, i cui guidatori che protestano per tale comportamento troglodita ricevono in cambio gestacci, insulti e minacce, se non peggio.

Ma è inevitabile che un mezzo del genere, guidato in modi tanto beceri e teppistici, finirà prima o poi per schiantarsi contro un muro esplodendo, con conseguenze imprevedibili.

Intanto i dazi americani già ora stanno generando conseguenze nel settore del turismo, dunque anche in quello montano che concerne le Alpi. Riguardo le quali sembra che gli americani in particolare amino le Dolomiti e le località sciistiche svizzere, ma li si trova di frequente anche nei più grandi e rinomati comprensori italiani.

Di quale genere saranno le conseguenze lo vedremo: forse negative, se diminuiranno le presenze USA come di contro stanno già fortemente riducendosi i flussi turistici verso gli Stati Uniti, forse positive se, per lo stesso motivo appena citato, le altre presenze straniere, in primis asiatiche, che visitano le montagne sceglieranno le mete turistiche sulle Alpi invece di quelle americane.

Di certo, credo che la cosa migliore da fare al momento sia starsene il più lontano possibile da quel pick-up con la fiancata a stelle e strisce che se ne va in giro con a bordo quella messe di mascalzoni. Tanto va a sbattere prima o poi, garantito.

2025.03.03

[Foto di Evgeni Tcherkasski su Unsplash.]
Cielo terso, stasera, d’un indaco vibrante.
Stelle luccicanti, l’Orsa Maggiore dominante come non mai.
Temperatura piacevolmente fresca.
Silenzio.

Quiete assoluta.

Pace.

Già, “pace”.

Questi placidissimi momenti serali di contemplazione della Natura mi sembrano ancora più preziosi e necessari, di questi tempi.

Se penso alla realtà del nostro mondo, sempre più in preda al volere e al potere di figure ambigue, bieche, subdole, l’unica pace a cui penso e che mi pare possibile è solo questa, offerta dalla Natura.

La Natura che «resta sempre» quando non ci resta altro di buono, come scriveva Whitman, nella quale cercare sollievo dalle tante cose che nel mondo non vanno per il verso giusto, soprattutto non vanno verso quella “pace” che tanti invocano ma, forse, nella quale pochi credono.

O nessuno, seriamente.

D’altro canto, a leggere la storia, ci si rende conto che questo nostro mondo, gli stati cui facciamo parte, le nostre società e, per diversi aspetti, i meccanismi che le regolano, sono nati e si sono evoluti nei secoli in gran parte grazie alle guerre. E come possiamo pensare veramente di costruire la “pace” se siamo stati forgiati dalle guerre e dai loro effetti?

Siamo come il bambino che in tenera età già parla con un linguaggio scurrile perché lo usano a casa i suoi genitori: sarà ben difficile fargli capire che non deve parlare in tal modo se il suo modello è quello, dunque se è ciò che in base al proprio giudizio “naturale” ritiene corretto.

Ma è una “natura” distorta, la sua.

Come spesso è distorta la natura che la nostra civiltà manifesta, la cosiddetta natura umana.

Un ossimoro, a pensarci bene.

Forse è proprio questo il motivo per il quale la percepiamo e apprezziamo così facilmente nel mondo naturale, la pace.

Perché non l’abbiamo dentro di noi e dunque la agogniamo lì, senza sapere come raggiungerla. O senza averne la capacità, noi figli “naturali” e ostaggi congeniti della nostra stessa bellicosa storia.

Pace (s.f.). Nel diritto internazionale, si definisce così un periodo di inganni reciproci compreso fra due fasi di combattimento aperto.

[Ambrose Bierce, Dizionario del Diavolo, 1a ed. 1911.]

 

Il paesaggio è una tela euclidea tesa sull’orizzonte

[Foto di StockSnap da Pixabay.]

Un paesaggio – ogni vagabondo che gli sta seduto davanti con l’anima vuota lo sa – è una tela euclidea tesa sull’orizzonte, sulla quale sono compressi e ridotti su un unico piano i milioni di eventi concorsi alla trasformazione del quadro, un accumulo di strati di Storia ridotti a un unico istante, una storia che avrebbe fatto a meno del dispiegarsi del tempo. Come un disco è una superficie piana che contiene in potenza una sinfonia, il paesaggio è un quadro che contiene in potenza la compressione immaginaria di secoli di sconvolgimenti. La geografia è la chiave che permette di srotolare il filo del tempo reale.

[Sylvain Tesson, Piccolo trattato sull’immensità del mondo, Piano B Edizioni, 2024, traduzione di Anna Faro, pagg.73-74. Trovate la mia “recensione” al libro qui.]

Aggiungo solo una cosa – fondamentale, per me – ai pensieri di Tesson: il paesaggio così ben definito, che è esteriore, nel viaggiatore consapevole che vi vagabonda diventa il paesaggio interiore. È ciò che genera e alimenta la relazione tra il viaggiatore e il luogo attraversato e fa del primo un elemento “significativo” del paesaggio, per quei momenti (pochi o tanti che siano) nei quali vi sta. Cioè, ciò che può far dire di essere veramente stati in un luogo.

Ma vi immaginate quanto prodigiosa è questa cosa? Tutto quello che scrive Tesson del paesaggio, che si riflette dentro chi lo attraversa?

Un prodigio, appunto. Che il viaggiatore autentico conosce bene.

Sylvain Tesson, “Piccolo trattato sull’immensità del mondo”

Ogni viaggiatore che si rispetti, cioè che si possa definire autenticamente tale, sa benissimo che l’infinito comincia appena oltre la punta dei propri piedi, e dunque che ogni passo compiuto rappresenta già l’esplorazione dell’immensità, che rappresenta la dimensione dell’infinito. Per questo motivo, ciascun singolo passo compiuto è già in potenza un viaggio verso l’infinito: non conta tanto la distanza percorsa e la lontananza dal punto di partenza quanto la predisposizione all’immensità, che in fondo è ciò che sostenne anche Fernando Pessoa con quel suo celeberrimo «I viaggi sono i viaggiatori», solo detto in altre parole. Una predisposizione che, appunto, ogni viaggiatore autentico coltiva incessantemente nel proprio animo.

Tuttavia l’immensità, se appare difficilmente definibile in senso materiale (non sappiamo e sapremo mai dire ovvero stabilire quanto sia vasto l’infinito), non può restare indefinita nella mente del viaggiatore che la esplora: come detto, è una dimensione in tutto e per tutto tuttavia immateriale, più filosofica che geografica ma comunque referenziale, che il viaggiatore stesso definisce in base al senso del proprio viaggiare, al valore ineludibile per la propria esistenza che egli vi conferisce e alla relazione spirituale che elabora con il viaggio (si veda Pessoa, ribadisco) e con ciò che ne ricava. Il viaggio in effetti è una pratica per imparare a conoscere il mondo e, come sostiene quel noto detto, di imparare non si finisce mai: un apprendimento a sua volta infinito, dunque, un cerchio che si chiude riaprendosi ogni volta come ogni fine di un viaggio che rappresenta l’inizio del successivo.

Un viaggiatore che più di tanti altri ha interpretato a modo suo la citata affermazione di Pessoa, facendo del viaggio una pratica di apprendimento del mondo e al contempo di definizione di se stesso rispetto al mondo “ viaggiato” è Sylvain Tesson, scrittore francese autore di alcuni dei maggiori best seller nella produzione editoriale di viaggio degli ultimi anni come La Pantera delle Nevi, Nelle Foreste Siberiane e Sentieri Neri. A proposito di dimensioni filosofiche del viaggiare, in  Piccolo trattato sull’immensità del mondo (Piano B Edizioni, 2024, traduzione di Anna Faro; originale Petit traité sur l’immensité du monde, 2005; 1a edizione italiana Guanda, 2006) racconta e delinea la propria filosofia personale alla base dei viaggi compiuti o, per meglio dire – anzi, meglio direbbe Tesson – dei vagabondaggi effettuati in varie parti del mondo, con una predilezione per quelli a cavallo tra la Russia europea e l’Asia centrale (intervallati da varie ascese alpinistiche nelle Alpi, una sorta di verticalizzazione del vagabondare sulla base degli stessi principi di quello “orizzontale”).

In tal senso la figura che Tesson prendere come riferimento è quella del Wanderer, termine tedesco e ideale di origine ottocentesca che indica non tanto il vagabondo in senso generale quanto il viandante intriso degli ideali romantici che va per il mondo avendo come unico obiettivo la ricerca della bellezza, ovunque essa si nasconda []

[Immagine tratta da www.segnalibro.net.]
(Potete leggere la recensione completa di Piccolo trattato sull’immensità del mondo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)